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Chivu, Amorim e un derby a Milano pieno di inquietudini
L’Inter domina la classifica, ma continua a giocare con il fuoco, il Milan paga una panchina troppo corta
31 OTT 26

Aleggere solamente i freddi numeri, Inter-Milan 25-18, la miseria di due punti lasciati per strada in nove giornate, peraltro in un 2-2 in rimonta in casa della più accreditata rivale per lo scudetto, verrebbe da dire che questo derby della Madonnina parte col pronostico chiuso in favore dei campioni d’Italia. Una percezione ulteriormente ingigantita da quella che, almeno al momento e in attesa di eventuali recuperi dell’ultimo minuto, è la sterminata lista degli indisponibili fra i titolari milanisti. Eppure, per dirla con le parole di Toni Servillo/Giulio Andreotti ne “Il Divo” di Paolo Sorrentino nella scena del dialogo con Eugenio Scalfari, la situazione è un po’ più complessa.
Tra i numeri e i pronostici, infatti, subentra l’osservazione della realtà. E la realtà ci dice che l’Inter sta costantemente giocando con il fuoco, dopo aver perso chi invece quel fuoco sa costantemente animarlo o domarlo in base alle necessità, capitan Lautaro Martínez, leader non più soltanto tecnico di una squadra progettata per dominare il campionato e all’interno della quale iniziano invece ad affacciarsi alcune domande. La prima e più ingombrante: che succede a Federico Dimarco? In un’Inter al completo, probabilmente rimarrebbe seduto per qualche partita: ma Cristian Chivu è alle prese con i problemi fisici dei centrali (Pavard e Stones) e allora Carlos Augusto, insieme a Thuram di gran lunga l’uomo più in forma in questa fetta di stagione che senza ombra di smentita può essere definita un tour de force, sta trovando il suo spazio come braccetto di sinistra. Ma i problemi di Dimarco restano: è reduce da una stagione da mvp del campionato, una pioggia di assist e una presenza offensiva dirompente in grado di mascherare anche qualche lacuna difensiva. Adesso che la gamba non sembra supportarlo a dovere e il fatturato offensivo sta calando drasticamente, Dimarco cerca di riempire le sue partite come può, e fin qui non è bastato.
La seconda riguarda la sinistra tendenza della squadra nerazzurra a svegliarsi di colpo solamente quando le lancette dell’orologio si avvicinano al novantesimo: è il calcolo di chi sa di poter trovare a piacimento la via del gol e decide scientemente di rischiare lasciando il meglio per la coda o la superficialità, forse addirittura la supponenza, di chi sente di essere superiore all’avversario ed entra in campo con la testa altrove? Le rimonte in serie rappresentano il tratto distintivo di questi due mesi e mezzo di stagione: accidentali in alcuni casi – con la Fiorentina lo svantaggio era parso a dir poco immeritato – e invece rabbiose in altri, come all’Olimpico contro la Roma. Quel che è certo è che per Chivu, dopo un infrasettimanale in cui i millimetri (quelli del doppio fuorigioco che ha vanificato i due potenziali 1-0 del Venezia) hanno fatto la differenza, inizia una settimana che può indirizzare una stagione, perché dopo l’incrocio con il Milan ci sarà quello con il Feyenoord, e l’Inter di Champions è stata fin qui una banda del buco, e domenica 8 novembre toccherà al Como a San Siro.
Dall’altra parte, fino allo show di Samuel Mbangula, il Milan poteva crogiolarsi nell’imbattibilità in campionato. Mercoledì sera, in maniera un po’ inconsulta, è venuta meno anche quella. Una sconfitta meritata, anche se forse non nelle proporzioni assunte, che ha confermato un’opinione presente già alla chiusura del mercato: la differenza tra i primi 15-16 giocatori della rosa e chi invece dovrebbe dar loro respiro è simile a un cratere. All’appello, stavolta, ne mancavano davvero troppi: Gila, Gabbia, Saelemaekers, Moreira, Rabiot e Chukwueze, per limitarsi ai titolari o primi rincalzi. Amorim sta aggiustando strada facendo il suo progetto tattico, ha limato il sistema di gioco passando dalla difesa a tre a quella a quattro, aveva recuperato Tomori e l’ha perso nella notte di San Siro dopo un primo tempo incoraggiante, ma se le assenze dovessero essere confermate sarebbero davvero troppe per vedere un Milan all’altezza dei progetti iniziali.
Va però detto che a Milano non era certamente arrivato un Bologna di gala, senza la stella Orsolini, il centravanti Piccoli e un terzetto difensivo che sta cercando di adattarsi alla rivoluzione imposta da uno dei grandi sottovalutati del nostro calcio, Raffaele Palladino, trovatosi peraltro a dover cambiare tutti e tre i centrali a gara in corso. In casa rossonera, la domanda principale riguarda l’investimento più costoso del mercato, perché i numeri, ancora loro, dicono che Gonçalo Ramos ha segnato due gol in campionato, meno di Moreira, Cisse e Rabiot rimanendo al confronto interno. Il portoghese ha messo nelle sue partite tanto altro: un enorme lavoro per la squadra in costruzione e in pressing, ma contro il Bologna è parso sfibrato.
Non ha un’alternativa degna di questo nome, perché con tutta la pazienza del mondo per i giovani il livello di Camarda non è ancora quello di un cambio credibile di un centravanti costato più di 70 milioni, e l’impegno costante domenica-giovedì-domenica lo sta portando a consunzione: ha già scollinato i 900 minuti in stagione, lui che nell’ultima annata parigina non era arrivato ai 1.800 complessivi. La strada da super-sub a titolare inamovibile gli sta togliendo lucidità, anche se il derby potrebbe essere la chance giusta per entrare nel cuore dei tifosi.
Resta poi un dato che con i numeri e il campo ha poco a che fare: l’Inter non vince un derby dall’aprile 2024 e se ne sono giocati sette nel frattempo. Chivu ha perso i due dello scorso anno quasi in fotocopia, non trovando la replica al vantaggio minimo dei rossoneri. Amorim (“è il mio top gun”, ha detto Cardinale confermando la sua fiducia al tecnico portoghese) non è Allegri ed è probabile che i rossoneri concedano più spazio alle sfuriate nerazzurre, ma nella memoria dei campioni d’Italia il tarlo potrebbe esserci ancora. Il tutto a una manciata di ore dalla presentazione al Castello Sforzesco dell’erede designato di San Siro, il “Generali Stadium”: 71.500 posti che dovrebbero rimpiazzare il Meazza dal 2032, curve ripide e tribune vicine al campo, nel tentativo di ricreare l’atmosfera magica che anima da sempre uno dei templi del calcio mondiale.