L’ultimo colpo di Stan Wawrinka, il campione a intermittenza del tennis

A quarantuno anni il tennista svizzero si ritira dopo 590 vittorie, 16 titoli e 3 Slam. Tutti e tre vinti contro i numeri uno del mondo in quel momento. Li ha sconfitti tutti, e tutti in finale: Federer, Nadal, Djokovic. Underdog, ma killer di giganti

28 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 16:37
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Foto LaPresse

Immagina essere nato negli anni Ottanta in Svizzera, giocare a tennis, giocare bene a tennis, il rovescio a una mano, e non essere Roger Federer. Immagina che ti sia toccato in sorte di abitare un’epoca meravigliosa e spietata, un’epoca ossessiva, simile a nessun’altra, che ha imposto nuovi requisiti minimi per poter essere considerato campione, Slam a doppia cifra e moltiplicati per due. Immagina essere Stanislaw Wawrinka, lo sguardo sempre un po’ nostalgico, un soprannome “Stan the Man” che gli si addice più o meno e un tatuaggio, la frase di Beckett, che non ha niente a che fare con il tuo tempo. Fallisci ancora, fallisci meglio: un contromanifesto nell’epoca dei Big 3.
Da oggi la carriera di Wawrinka ha una data di inizio e una data di fine, davanti a ciò che è stato c’è un ex davanti. A quarantuno anni aveva un ultimo desiderio, finire da top 100. Non ci è riuscito. Il suo ultimo colpo è stato un rovescio lungolinea, quel rovescio lungolinea o almeno ciò che ne è rimasto, scagliato lungo il corridoio. Out. Game over a 24 anni di carriera, 590 vittorie, 16 titoli, 3 Slam tutti e 3 vinti contro i numeri uno del mondo in quel momento. Parigi, New York, Melbourne. Li ha sconfitti tutti, e tutti in finale: Federer, Nadal, Djokovic. Consistente e sempre un po’ spaesato, con l’outfit di chi non si aspettava di dover posare per uno shooting celebrativo. Underdog per carattere, da piccolo sognava di giocare il Roland Garros, non di vincerlo. Gli bastava desiderare di leggere il suo nome nel tabellone principale del torneo, tutto qui. L’idea di poter essere un campione era un peccato di hybris. Quando era bambino i suoi genitori gestivano un centro che offriva assistenza a persone con disturbi mentali. Il tennis era un lusso, un privilegio per cui essere riconoscente, non poteva diventare troppo di più, le sconfitte dovevano rimanere sconfitte, mai tragedie.
Stan Wawrinka ha vinto la Coppa Davis e un oro olimpico in doppio, ha vinto il torneo di Montecarlo e non è riuscito ad esultare perché aveva sconfitto Roger Federer. Avrebbe potuto crescere nel legittimo rancore. Lui rancoroso non lo è stato mai. Due anni fa, l’uomo che è stato campione Slam, ha giocato a Napoli un torneo del circuito challenger, il gradino più basso del tennis pro. Ritorno alle origini. Sì, ma può essere doloroso ritrovarsi da vecchio nella stanzetta dei sogni d’infanzia. Lo svizzero aveva risposto così alle illazioni: “Il tennis è tennis ovunque. Sul Philippe Chatrier e in questo campo sul lungomare. Prima sono arrivato al Club e c’erano quattro signori che giocavano un doppio. E’ tennis anche quello, no?”
La top 3 gli è sempre bastata, vincere ogni tanto, essere campione a intermittenza, non farne una malattia, non emulare i cannibali. Non era ignavia o assenza di dedizione, piuttosto un certo modo di stare in campo, sottovoce. Poi però in rimonta era difficile da battere, chiedere conferma a Novak Djokovic. Stanimal sì, ma malvolentieri. Lo hanno soprannominato Killer dei giganti e lo è stato davvero. Ed è bizzarro per uno nato nel paese sbagliato e nel decennio sbagliato essersi trovato un giorno, forse due, forse tre, nel posto giusto al momento giusto con il coraggio giusto. Quello che ti fa tirare contro ogni pronostico uno dei rovesci lungolinea più belli che il tennis ricordi. Merci Stan.