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Poveri noi se Woltemade vale quanto Baggio
Le inutili statistiche da “strano ma vero” sono peggio dei guai muscolari dei mangiarane
24 OTT 26

Foto ANSA
Le statistiche nel calcio sono il rifugio dei cialtroni, numeri che servono a dimostrare tutto e il suo contrario, esche buttate ai lettori-pesci che pensano “non lo sapevo, pazzesco”, roba da “strano ma vero”, narcisistico sfoggio di conoscenza che dice poco della realtà dei fatti. Se io leggo che Woltemade è come Baggio perché entrambi hanno segnato tre gol nelle prime tre partite europee con la Juventus, che cosa devo pensare? Sicuramente che l’Europa League è un torneo imbarazzante.
Lo dico anche se potrei bullarmi del 3-0 del Bournemouth al Milan, una partita che mi ha ricordato più la scena di un tizio che mena uno seduto sulla tazza del cesso che non un match di calcio. Stessa sensazione provata martedì sera in Como-Manchester United, ma a parti invertite.
I Red Devils sono ormai la caricatura di loro stessi, un club senza anima che prende sberle in campo da chiunque, ma si vanta di avere una grande storia alle spalle. Da anni vivono un loop inquietante per cui qualunque allenatore che subentra in corsa va subito benissimo, poi quando bisogna costruire con calma si trasforma in un Giampaolo qualsiasi.
Michael Carrick dovrebbe restare in panchina contro il Bournemouth in Premier League, ma se le cose dovessero precipitare si parla di Emery (da liberare, è all’Aston Villa: ma chi glielo fa fare?), Nagelsmann, persino Antonio Conte. Pronti per un nuovo loop. A giocare non è la storia, ma calciatori forti allenati da un bravo allenatore con una società solida alle spalle (o che sa come aggirare i limiti di spesa con finte sponsorizzazioni, of course). È il caso degli insopportabili mangiarane col turbante del Paris Saint-Germain, senza storia ma con molte vittorie recenti e molti campioni.
Campioni che però hanno iniziato a rompersi come i miei coglioni quando non ho la mia bionda tra le mani al pub: Kvaratskhelia è andato fino a fine stagione, ma ora si apre il caso Dembélé, fuori un mese per un infortunio che si sarebbe procurato perché gioca troppo poco. Sappiamo che il Psg vince in Europa perché in patria gioca contro gente presa dalla strada, boulanger e casseur: in Ligue 1 Luis Enrique manda in campo le mezze seghe, preservando quelli buoni per la Champions. Ecco pare che a Dembélé questa cosa inizi a stare un po’ sulle palle: a 29 anni, dice, ha bisogno di ritmo per non rompersi al primo scatto. Chi non rischia di rompersi perché non gioca proprio mai è Richarlison: il brasiliano panchinaro del Tottenham ha così più tempo per occuparsi di uno scontro legale con Flávio Bolsonaro, candidato presidente in Brasile che gli avrebbe sottratto un’isola “annettendola” a una sua proprietà. Così dice lui, dando l’assist al Guardian per fare una paternale su calcio e politica e lanciare il suo allarme democratico quotidiano. Meno male che oggi c’è la Premier League.