Nicolò Martinenghi ha imparato ad arrabbiarsi

"Bisogna rimettersi in carreggiata, fidarsi delle persone giuste. Rimetti in moto una macchina, come se fosse un generatore di emergenza quando salta la corrente e poi si riparte. La parte fisica è semplice, quella mentale no”. Tra gli infortuni e gli ori, intervista al ranista azzurro  


 

24 OTT 26
Immagine di Nicolò Martinenghi ha imparato ad arrabbiarsi

(Foto Getty)

La notizia è che anche Nicolò Martinenghi si arrabbia e, per sua stessa ammissione, succede pure abbastanza spesso. Eppure, riesce a nasconderlo alla perfezione visto che è difficile vederlo senza il sorriso sulle labbra. “Tendo a celare il nervosismo, specialmente quando capisco che non ha senso tenere il broncio con gli altri. Dopo i Giochi del 2024, avevo detto che potevo essere davvero Nicolò, l’atleta e la persona. Non c’è differenza, ma c’è una parte più intima che preservo”.
E quando gli si fa presente che, ad esempio, Jannik Sinner perde la pazienza se viene sconfitto a burraco, svela: “Sono un agonista nato e lo sono sempre stato, pure a carte, ma adesso incasso con più aplomb… vinco, ma perdo anche tanto”.
In acqua, invece, assapora spesso il successo, come accaduto agli Europei di Parigi 2026, dove ha raccolto due ori nei 100 e 50 rana, dopo mesi in cui, per problemi fisici, non ha praticamente toccato il cloro. “Quando sono tornato a competere, al Settecolli di Roma, la mia presenza era già qualcosa di unico, non mi aspettavo di esserci ma sapevo di aver intrapreso una buona strada. Fino a Parigi ho svolto, nel miglior modo possibile, il lavoro che mi hanno chiesto Matteo (Giunta, ndr) in acqua e i ragazzi in palestra”.
“Ero consapevole che non fosse l’anno più completo dal punto di vista degli allenamenti, però ho lavorato perfettamente e quello mi ha dato molta fiducia. In Francia, si sono allineati i pianeti…. nello sport avviene tutto quasi come una reazione a catena”. Non sa dire se sia stato speciale sorprendere sé stesso, ma cita un insegnamento appreso da capitan Paltrinieri: “Ho ripensato alle parole di Gregorio, pronunciate in una riunione di qualche anno fa, in cui aveva detto che non conta la strada fatta per arrivare a una gara, ma quello che si è in grado di fare una volta lì. Con Matteo ci siamo concentrati sul presente, senza pensare a cosa avrei potuto fare di diverso o a cosa sarebbe potuto andare storto. Alla fine, ho approcciato la rassegna come sempre”.
A colpire, oltre alla vittoria nei 100 rana, distanza nella quale è campione olimpico, è stata anche l’affermazione nei 50. “Da qualche anno non “mi entravano” bene, c’è sempre stato un rapporto di odio-amore. È la gara che mi ha lanciato ad alti livelli, nonostante sia uno da 100. La prima medaglia internazionale individuale l’ho vinta nei 50. Ho sempre avuto emozioni contrastanti, perché per me è una gara d’istinto, di giornata, è molto strana. A Parigi mi è capitato di esserci, di dover vincere per l’Italia: è stato un mix di fortuna e bravura”.
Verrebbe da dire che i campioni emergono quando devono dimostrare di esserlo, in gara, ma anche nella gestione delle criticità. “Non sai come approcciarti a lunghi infortuni, specialmente quando passa il tempo e devi avere la voglia di ributtarti nel recupero… Sono cose che a lungo andare logorano. Inizialmente, ero molto tranquillo, non pensavo fosse un infortunio che avrebbe richiesto molto tempo per recuperare. Quando ho capito l’entità, non ero felice, ma pian piano ho appreso che in fondo è una tappa di un viaggio. Bisogna rimettersi in carreggiata, fidarsi delle persone giuste. Rimetti in moto una macchina, come se fosse un generatore di emergenza quando salta la corrente e poi si riparte. La parte fisica è semplice, quella mentale no”.
Ma quindi come affronta le difficoltà il ranista azzurro? Lo sport, anche in questo caso, dà una mano: “A caldo abbiamo tutti la stessa reazione, ma la differenza è dopo, nel modo in cui analizzi e affronti le cose e questo deriva dalla mentalità da agonista. Guardo il bicchiere mezzo pieno, so che in qualche modo ogni cosa si risolverà, sta a me capire il metodo”. Un po’ come in piscina, quando sei in svantaggio e devi attuare una strategia. O ancora quando sei lontano dalle corsie e con il passare del tempo ti ritrovi a essere un punto di riferimento, come all’Europeo 2026, quando Martinenghi è stato capitano. “In questo ruolo ho iniziato a pensare a diverse cose… Alle prime esperienze, a ciò che mi ha portato qui. Sono pensieri in più che ti fanno capire che viviamo in una bolla. Il nuoto è una parte fondamentale della mia vita fin dall’adolescenza, forse proverei anche altro, ma rifarei tutto. Da capitano senti la gioia di dover trasmettere quello che sai. Hai la tua gara, ma stai attento a tutto: all’Europeo eravamo più di 40 e la più piccola era Alessandra Mao, di 15 anni, mentre gli altri ne avevano più di 30, la forbice è ampia, ma devi rendere il gruppo coeso. Cosa avrei detto anni fa a me stesso da capitano? Avrei da ridire su alcune cose, ma tutte le scelte mi hanno portato a qualcosa di buono, mi sto davvero godendo il percorso e soprattutto, cosa che va oltre record e medaglie, i rapporti umani costruiti”.
A proposito di vivere le cose appieno, è spontaneo chiedersi, in una vita in cui si inseguono costantemente le prestazioni e l’eccellenza, se si riescano davvero ad apprezzare le conquiste o se queste diventino solo medaglie incastonate in una bacheca. “Il nostro è uno sport di prestazione. Prima dell’Europeo mi ero ripromesso che, se avessi vinto, me la sarei goduta appieno, troppo spesso sei sommerso dalle emozioni. Non so quante altre volte mi succederà”.
Martinenghi sottolinea come sia importante esprimere nel modo giusto non solo i propri stati d’animo, ma anche il talento. A tal proposito, Bob Bowman, allenatore di Léon Marchand, ha spiegato quanto sia facile “rovinare” il talento. Il ranista ci riflette e afferma: “È una carta su cui fare leva. Non devi solo pensare di averla e basta. Mi reputo talentuoso, ma c’è chi lo è ancora di più. Va allenato come sfoggiarlo: c’è chi ha una stoffa in più in allenamento, ma non in gara. È complesso arrivare a esternarlo e non basta solo quello, devi metterci qualcosa di tuo”. E Martinenghi proverà a farlo almeno fino a Los Angeles 2028, poi si vedrà: “Ora farò una gara in Polonia (a novembre, ndr), poi gli Assoluti e il Mondiale in corta. L’obiettivo è LA e poi tireremo una linea. Ultimamente sto pensando al futuro, ma mi piace ancora nuotare, non voglio focalizzarmi troppo sul dopo. Ci sono tante cose che ho in mente, nuove esperienze lavorative… Ma sono anche diversi i nuotatori longevi di livello, magari sarò tra loro”.