Meglio un libro di TikTok. Perché sono sempre più gli atleti che si laureano

Fino a non troppo tempo fa, l’immagine dello sportivo d’élite nell’immaginario collettivo rasentava lo stereotipo, se non addirittura la barzelletta. "Studiare qualcosa di parecchio diverso durante i ritiri, i viaggi, il pre-gara con la Nazionale, per me è sempre stata la valvola di sfogo che lo sport ha faticato a fornirmi", ci dice Davide Ghiotto
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Luca Ghiotto, campione sul ghiaccio e dottore in filosofia a Trento (foto Instagram)

Dottori si diventa, anche nello sport. E talvolta facendo di necessità virtù: il caso più recente è quello di Xavi Simons, centrocampista olandese del Tottenham, che ha sfruttato la sciagura di un lungo infortunio per iscriversi niente meno che alla Harvard Business School. Seguirà online il programma Crossover into Business, della durata di un semestre – più o meno il tempo necessario per recuperare dalla rottura del crociato –, in attesa, chissà, di un vero e proprio corso di laurea. Prima di lui, sempre nel prestigioso ateneo americano, aveva intrapreso un percorso simile il madridista Eduardo Camavinga. E in generale sono sempre di più i calciatori e i giovani atleti che vanno in cerca di un titolo accademico già durante la loro carriera agonistica. Come dice Simons, “continuare a imparare e a crescere anche fuori dal campo” diventa un priorità del presente per costruirsi il futuro. In modo molto più diffuso e strutturato rispetto al passato.
Fino a non troppo tempo fa, l’immagine dello sportivo d’élite nell’immaginario collettivo rasentava lo stereotipo, se non addirittura la barzelletta. E le eccezioni facevano notizia: dal grande Sócrates, laureato in Medicina, all’inesauribile Pietro Mennea – che pochi giorni prima dell’alloro a Mosca 1980 si concesse anche quello universitario, il primo di ben quattro titoli accademici. Oggi invece, da Giorgio Chiellini in poi, è sempre più comune imbattersi in dottori in Business, Management dello sport o Scienze motorie – questi gli indirizzi più frequenti, naturali espansioni del mondo agonistico. “Le cose che mastichiamo tutti i giorni”, riassume Davide Ghiotto, campione olimpico nell’inseguimento a squadre a Milano Cortina 2026. “È perfettamente logico: sono questi i campi del sapere con cui ci confrontiamo noi atleti. Certo non l’ermeneutica”.
Eppure il pattinatore azzurro ha scelto curiosamente proprio Filosofia. “Quando ho iniziato l’università a Trento è iniziata anche la mia carriera agonistica su ghiaccio. All’inizio riuscivo a conciliare i due impegni: la mattina andavo a lezione, il pomeriggio mi mettevo sui libri, la sera pattinavo. Poi ho dovuto lavorare d’incastro fino alla tesi. Ma sapete una cosa? Studiare qualcosa di parecchio diverso durante i ritiri, i viaggi, il pre-gara con la Nazionale, per me è sempre stata la valvola di sfogo che lo sport ha faticato a fornirmi. Dunque sì, ancora oggi porto sempre con me qualche lettura. La laurea mi è servita anche per questo”.
Ghiotto ci ripensa con un sorriso, ricordando “tutte quelle interviste iniziate con la stessa domanda: perché proprio filosofia? Il fatto è che mi ha sempre affascinato. E studiare questa materia mi ha dato più senso critico, insegnandomi ad argomentare, ad affrontare le conversazioni non in maniera frivola. Anche se è difficile scrollarsi di dosso i cliché. Quando si chiacchiera e si scherza coi compagni di squadra, a un certo punto arriva la tipica battuta: “Fermi tutti, lasciamo parlare il filosofo!”. Evidentemente sono condannato”.
E come Davide tanti altri campioni d’eccentricità. Basket, nuoto, atletica leggera: Pippo Ricci è laureato in Matematica, Chiara Pellacani in Psicologia, Simona Quadarella in Comunicazione digitale, Nadia Battocletti in Ingegneria edile e Architettura. Ci sono fior di avvocati – come gli ex calciatori Ielpo, Stendardo e Pecchia, ma qui torna utile per intraprendere il mestiere di procuratore –, dottori in Scienze politiche – Sofia Goggia e Federica Cesarini, olimpioniche nello sci e nel canottaggio – e atleti pluridecorati anche oltre il tempo di gara: Anna Danesi, capitana dell’Italvolley, ha tante lauree quante medaglie iridate (Psicologia, Scienze motorie, Scienze dell’alimentazione).
Altri filosofi come Ghiotto – ma si contano sulla punta delle dita – si rintracciano invece nel calcio. “Da frequentante, nella mia Parma. Poi quando ai tempi della Spal sono arrivato in Serie A ho congelato gli studi”, racconta Luca Mora, da pochi giorni vice di D’Angelo sulla panchina della Sampdoria. “Il freezing è qualcosa che consiglio a tanti giocatori professionisti che altrimenti non saprebbero come fare: costa poche centinaia di euro all’anno, permette di conservare gli esami svolti e di riprendere quando si avrà modo di farlo. Alla fine io mi sono laureato a 32 anni, nel 2015 avevo pure partecipato alle Universiadi. È un impegno che ti dà e ti toglie, ma ti regala anche tanta libertà mentale: per me è stata solo una scelta personale, dopo essermi appassionato ai tempi del liceo. Mentre giocavo non ho mai pensato che questa laurea potesse aprirmi chissà quali scenari. L’ho fatto per me, per la mia soddisfazione. E sono cose che rimangono. Che possono tornare utili: adesso da allenatore mi sento agevolato a parlare, a far ragionare, ad analizzare certi problemi attraverso il dialogo. La filosofia aiuta nella vita, e talvolta sarebbe bello riuscire a semplificarla per farla arrivare a più persone”. Mora ricorda che ai suoi tempi da centrocampista “soltanto Simone Romagnoli, che peraltro gioca ancora, studiava la mia stessa materia. E in generale ce n’erano veramente pochi di calciatori così: ora le cose stanno cambiando in fretta. Il fatto di poter frequentare online agevola il percorso. Ma c’è anche dell’altro”.
La percentuale dei laureati nel mondo dello sport in effetti è in aumento: oltre il 5 per cento nella Serie A di calcio, una quota che sale fino al 15 per cento in Serie C e fra gli atleti olimpici. In alcune discipline, poi, si arriva quasi a una dottoressa su tre fra le atlete donne. Una dinamica che non deve stupire, visto che le garanzie economiche della carriera agonistica diminuiscono al diminuire della categoria e in base al tipo di sport – con ulteriori svantaggi sul fronte femminile. Il costo opportunità dell’alternativa universitaria, insomma, in certi contesti si fa più appetibile. E negli ultimi anni l’accesso allo studio è stato agevolato anche dal rinforzo dei programmi di Dual Career: tra flessibilità delle sessioni d’esame, tutor dedicati e borse di studio, gli atleti sono sempre più supportati e sempre meno costretti a scegliere fra due percorsi di vita ben distinti. Consigli dal filosofo Ghiotto: “Meglio un libro che un reel su TikTok, fra un allenamento e l’altro. Per laurearsi basta volerlo. E magari un giorno quel pezzo di carta potrà aprire delle strade che chi fa sport ancora non vede. Dunque ai giovani dico: buttatevi. Perché precludersi la possibilità?”