Casadei e Sileoni, due storie tra cavalli, famiglie e un’Olimpiade

L'equitazione azzurra torna a Los Angeles. L’Italia, con le squadre di salto ostacoli e paradressage, sarà protagonista sui campi del Santa Anita Park nel 2028. Decisive per la qualificazione le prestazioni ai mondiali di Aachen di Giacomo Casadei e Federica Sileoni 
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Giacomo Casadei (Foto Getty)

C’erano quei 45 secondi. Importanti per Giacomo, fondamentali per l’Italia. Nel salto ostacoli, è il tempo entro il quale il concorrente deve iniziare la prova dopo il suono della campana: “Quando inizia il conto alla rovescia della gara, non parto mai prima di un certo numero, è un po’ un mio rituale”. È stato così anche ai Mondiali di equitazione di Aachen, in Germania, dove la prestazione di Casadei, il più giovane del team, ha contribuito in modo decisivo alla qualificazione per Los Angeles, e, con questa, al ritorno dell’Italia del salto ostacoli alle Olimpiadi dopo 24 anni. C’era poi quella tensione in campo prova di chi parte da favorito, una tensione che Federica Sileoni, anche lei la più giovane del paradressage, ha respirato più volte: “Sulla carta avevamo tutti i numeri per far bene e ottenere il pass per LA, ma le variabili sono tante, non si può mai avere la certezza”. Ad Aachen, invece, la certezza è arrivata: l’Italia, con le squadre di salto ostacoli e paradressage, sarà protagonista sui campi del Santa Anita Park nel 2028.
Casadei era il più giovane del gruppo, al suo primo Mondiale e in uno dei campi più difficili che ci siano al mondo: “Per me già essere lì era un’emozione unica. La pressione non è qualcosa che mi limita, anzi cerco sempre di rimanere concentrato, senza farmi condizionare troppo. Ho la fortuna di avere una cavalla meravigliosa come Marbella, che sotto questo punto di vista è unica, cerca di dare il meglio in qualsiasi situazione”. Come è accaduto in Germania dopo il ritiro del compagno di squadra Camilli: “Sono molto fortunato a far parte di questo gruppo, hanno fatto un lavoro super”.
Sugli spalti c’erano mamma e papà, entrambi cavalieri, che gli hanno trasmesso la passione per questo sport sin dai primi passi: “Mi hanno sempre supportato e fatto il possibile per farmi arrivare ad alto livello. Devo tutto a loro”. Papà Mirco ora lo allena nella loro scuderia: “L’insegnamento più bello, al di là di quelli tecnici, è che nella vita non si smette mai di imparare. È importante rimanere con i piedi per terra e lavorare tutti i giorni per cercare di migliorare noi stessi e il cavallo”. Una mentalità che l’ha già portato a essere uno dei nomi più importanti in circuiti di alto livello come il Longines Global Champions Tour o Piazza di Siena. E che, chissà, ritroveremo magari anche sui campi californiani del 2028.
Un sogno che coltivano anche Federica Sileoni e Leonardo, un binomio che si è costruito nel tempo e che ha debuttato alle Paralimpiadi di Parigi: “Credo molto nel rapporto con il cavallo. Ciò che mi tranquillizza e dà sicurezza in gara è proprio il conoscerci a vicenda”. Quello di Aachen è stato il suo secondo Mondiale, il primo con Leonardo: “Un’esperienza che porto nel cuore, per l’atmosfera, le persone e ovviamente la qualifica paralimpica del team Italia”. Sono ormai sei anni che veste la maglia della Nazionale, alcuni trascorsi in giro per l’Europa tra Belgio e Paesi Bassi: “Sono cresciuta tanto, sia dal punto di vista tecnico che personale. È stato importante per arrivare a dove sono ora”. E quel dove l’ha trovato a casa sua, Recanati, nella scuderia aperta da mamma e papà: “Ho finalmente un po’ di stabilità. Oltre all’attività agonistica il mio sogno è quello di insegnare e piano piano si sta realizzando. Poter trasmettere ai bambini la passione che è stata trasmessa a me per questo sport e questi animali è un privilegio”.
Tutto nacque infatti in una giornata di maggio e da quel giro a cavallo insieme alla sorella. Da lì diventò tutta la sua vita: “Montare è come spegnere il cervello, dimentico il resto e mi concentro solo su quello che sto facendo. È libertà”. Uno sport che l’ha aiutata anche ad accettare la protesi alla mano utilizzata per le gare: “Non è stato facile perché nella vita quotidiana non uso la protesi. Però il traguardo era troppo grande per soffermarsi su questo”. Federica è nata infatti con un’agenesia all’avambraccio sinistro, una condizione congenita per cui l’arto non si sviluppa completamente durante la gravidanza: “Alla fine il corpo umano si adatta a tutto. Io sono nata così, è la mia normalità”. Ora l’obiettivo è continuare a migliorarsi insieme a Leonardo. E, come per Giacomo, non c’è posto migliore della propria casa per coltivare quei sogni a cinque cerchi.