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"Il rugby è una guerra pacifica". Intervista a Michela Sillari
"Il livello si è alzato tantissimo. Tecnicamente e fisicamente. Sia fra gli uomini sia fra le donne. E qualcosa è cambiato anche nell’approccio. Ancora adesso, in Italia, il 99 percento pensa che il rugby sia uno sport soltanto maschile. Non resta che spiegare, con pazienza, che anche quello femminile è uno sport di contatto, un gioco di tecnica". Parla la trequarti centro della Nazionale

Michela Sillari con la maglia della Nazionale italiana di rugby (foto Federugby via Getty Images)
Novantanove “caps”, cioè 99 presenze (e 329 punti) in Nazionale, la centesima probabilmente dalle 22.15 italiane di sabato 24 ottobre, a Nashville, Tennessee, la seconda delle due partite delle Global Series contro gli Stati Uniti (la prima è stata vinta dalle americane 36-27), diretta su Sky Sport. Michela Sillari, Michi, 33 anni, nascita a Parma, residenza a Padova, trequarti centro del Valsugana e dell’Italia, la più piccola delle rugbiste azzurre: 165 per 60. Eppure, se possibile, la più determinata.
Il rugby, Sillari, perché?
“Per caso. Elementari a Parma, era il 2000, avevo sette anni, la proposta durante l’ora di educazione fisica, i miei migliori amici già giocavano a rugby, mi sono detta ‘perché no?’, una di quelle domande che non hanno bisogno di una risposta, tant’è che ero già in campo. Bravina. Mi divertii. E dal campo non sono ancora uscita”.
L’unica femmina?
“Solo maschi. A quel tempo il rugby femminile sembrava ancora così strano, tant’è che non esisteva uno spogliatoio solo per me, prima dell’allenamento mi dovevo cambiare in macchina o in bagno, dopo l’allenamento facevo la doccia a casa. Continuai a giocare con i maschi fino nell’Under 13, nell’Under 15 non si poteva più e da Parma andai a giocare a Piacenza”.
La prima volta in Nazionale?
“Italia-Inghilterra, Sei Nazioni 2012. Non ero neppure stata convocata. Poi Sara Barattin s’infortunò, mi aggregai alla squadra qualche giorno prima, per un’alluvione la partita fu spostata a Recco, uno dei primi campi sintetici, era il 12 febbraio, andai in panchina e a 10 minuti dalla fine sostituii Chiara Castellarin all’ala. Finì tanti a pochi per loro. Ma restai in Nazionale”.
Com’è cambiato il rugby?
“Il livello si è alzato tantissimo. Tecnicamente e fisicamente. Sia fra gli uomini sia fra le donne. E qualcosa è cambiato anche nell’approccio. Forse meno di qualcosa. Ancora adesso, in Italia, il 99 percento pensa che il rugby sia uno sport soltanto maschile. Non resta che spiegare, con pazienza, che anche quello femminile è uno sport di contatto, un gioco di tecnica, un’espressione di squadra. E una guerra pacifica”.
La sua guerra pacifica?
“Secondo centro, meno playmaker e fisica del primo centro, meno dinamica e risolutrice dell’ala, per questo devo cercare di rendermi più utile, fantasiosa, sorprendente, creare spazi per le mie compagne. E, strada facendo, sono stata promossa anche calciatrice. Un allenamento specifico e una responsabilità morale in più”.
Il bello del rugby?
“C’è un ruolo per tutte e tutti, a tutti i livelli. Per l’altezza, il peso, la velocità, la generosità… Il coraggio è un comune denominatore. E un comune denominatore dev’essere anche quello di allenarsi, migliorarsi, faticare. E in partita sapersi adattare alle situazioni”.
Di rugby si campa?
“Noi donne no. Infatti lavoriamo tutte. Quando giocavo in Inghilterra, a Londra, la mattina ero impiegata in un fast food. Poi mi sono laureata in Ingegneria civile e ambientale, adesso lavoro a Padova, quando gioco in Nazionale prendo le ferie”.
Un mese fa si è sposata con Giordana Duca, sua compagna di squadra e di Nazionale.
“Sembrerò banale, ma quello è stato il più bel giorno della mia vita, festeggiato con le persone che più desideravamo avere insieme con noi. Poter condividere – Giordana e io - la nostra passione, cioè il rugby, nelle vittorie e nelle sconfitte, nelle gioie e nelle difficoltà, nelle emozioni e nello stress, nelle certezze e nei dubbi, arricchisce e semplifica la nostra vita”.