Robertlandy Simon da Cuba a Milano per i Giochi

Riparte il campionato di volley e il fuoriclasse cubano ora all’Allianz Milano avvisa: "Se non ti prepari giorno per giorno quando arriva il momento giusto non sei pronto". Una carriera tra vittorie, esilio e battaglie
17 OTT 26
Immagine di Robertlandy Simon da Cuba a Milano per i Giochi

Simon, il gigante di Cuba che a 39 anni ha conquistato il suo sogno olimpico con la sua Nazionale e ora è sbarcato all’Allianz Milano (foto Getty)

Ci sono gli stranieri. Da tutto il mondo. Perché la Superlega è il campionato di pallavolo più competitivo del pianeta e parte proprio questo fine settimana, con Perugia ancora favorita. A seguire Trento, Civitanova, Verona. Poi ci sono i cubani. I cubani sono a parte. I cubani hanno un passato, sempre. E un futuro, che non sai mai dove potrebbe portarli. Tra loro c’è lui: Robertlandy Simon, il centrale più forte del mondo. Uno che a 39 anni, dopo vent’anni di tentativi, si è qualificato per i Giochi olimpici di Los Angeles 2028. E state certi che li giocherà. Uno che, alla presentazione della sua nuova squadra, l’Allianz Milano, è stato premiato per il miglior servizio della passata stagione e che, mentre si rigirava tra le mani il pallone d’oro chiosava: “È la prima volta che mi premiano per la battuta. Pensavo di essere il miglior muro, il miglior attaccante, ma questo…”. E giù a prendersi gli applausi della sala. Perché è vero, quello che il presidente milanese Lucio Fusaro si è regalato per i dieci anni della sua Powervolley in Superlega (“Sono l’unico presidente di Serie A che ha giocato in Serie A”) è uno dei giocatori più forti al mondo, non solo nel suo ruolo. Arriva da Piacenza, la sua “casa” italiana, dove ha passato gli ultimi quattro anni e dove era arrivato nel 2012 dopo aver scontato la squalifica per aver deciso di abbandonare la Nazionale cubana e Cuba. Non è scappato, come si scappava negli anni duemila, con fughe di notte dai ritiri. Si è sposato con un’italiana ed è partito. Era arrabbiato perché la pallavolo, oggi come allora (poi leggerete) non viene considerata importante.
Tra la prima e la seconda volta a Piacenza ha giocato anche in Brasile, Corea e a Civitanova. Alla Lube, dal 2018 al 2022, ha vinto tre scudetti e una Champions League. Insieme ad altri due cubani, Osmany Juantorena e Marlon Yant. Con il secondo, pochi giorni fa in Canada, è arrivata la qualificazione olimpica. È una storia pazzesca. “Ci avevo già provato tre volte. E per tre volte con Cuba andavamo in vantaggio 2-0 e poi perdevamo 3-2. Era successo nel 2008 con la Germania, nel 2019 proprio con il Canada e nel 2024 con la Serbia. Era successo anche nel 2012, ma io non c’ero”. Come non c’era nell’edizione che invece Cuba disputò, quella a Rio 2016. Quella dove Juantorena vinse l’argento, ma con la maglia dell’Italia. Lui è l’unico dei reduci del meraviglioso Mondiale di Roma del 2010 a cui è stato concesso di tornare in Nazionale. L’unico che andrà ai Giochi olimpici con la maglia bianca, rossa e blu di Cuba. Juantorena ci provò prima, gli fu negato e accettò l’offerta dell’Italia. Leal quella del Brasile, Leon quella della Polonia. “Io avevo quasi mollato, di sicuro era l’ultima possibilità per me ma oggi sono nelle condizioni fisiche per realizzare il mio sogno. È stato difficile perché noi siamo una nazione difficile. Chi guida lo sport cubano non ci ha aiutato, non aiuta la pallavolo maschile. Pensate che siamo atterrati in Canada il giorno stesso dell’esordio nel torneo. Hanno dovuto spostare la nostra partita dalla mattina al pomeriggio per permetterci di arrivare in tempo. Non ci avevano preso i biglietti aerei. E non era la prima volta. Sono cose che disturbano, queste. Ma sapevamo, noi giocatori, di potercela fare. Poi in finale, avanti 2-0 contro i padroni di casa abbiamo di nuovo perso il terzo set e i fantasmi del passato sono tornati. Ma ci era sfuggito davvero per due punti e allora ci siamo guardati tutti in faccia, ci siamo ricordati delle delusioni passate e abbiamo combattuto con tutte le nostre forze. È stato fantastico”.
Simon adesso si concentrerà sul campionato. Ha il compito di far volare un gruppo giovane e ambizioso: “Ai ragazzi dico che devono dare il 100 per cento negli allenamenti. La mia esperienza dice che questi ripaga sempre. Se funziona, diventi una squadra fastidiosa e se diventi una squadra fastidiosa, magari vinci. Perché se non ti prepari giorno per giorno quando arriva il momento giusto non sei pronto”. Fuori dalla pallavolo sta per diventare papà per la terza volta. A dicembre arriverà Dylan. “Le prime due sono nate nel mio stesso giorno: l’11. Cecilia a ottobre ha compiuto 15 anni. Lei vive a Cuba insieme a tutta la mia famiglia. Mentre Susan vive a Parigi con la madre e l’11 settembre ne ha compiuti 8, tra pochi giorni mi viene a trovare”. Con la compagna, Laura, si sono conosciuti all’Avana poco prima del Covid. Per Cuba, da allora, è un periodo sempre più difficile. “Manca il combustibile, il paese è sporco, i prezzi sono alti, i turisti non vengono e c’è il caos. Con Obama le cose erano migliorate, oggi con Trump ci sono ancora più restrizioni. Ma cosa ci dovevamo aspettare? Trump fa il suo, anche noi però dobbiamo cambiare, aprirci, siamo un popolo migrante. Ma la nostra terra è fertile, dobbiamo fare in modo che il paese funzioni con i nostri prodotti. Oltre a esportare sigari e rum, un tempo coltivavamo zucchero di canna, caffè, cacao. Dobbiamo ripartire da riso, pomodori e barche. Avete mai visto un cubano mangiare pesce? No. Eppure siamo circondati dal mare, ma servono le barche per pescare e noi non ce le abbiamo”. I medici cubani hanno salvato un politico italiano, Alessandro Di Battista. Ha seguito la vicenda? “Noi siamo così, ci aiutiamo. Se nasci in un paese dove c’è bisogno l’uno dell’altro, ti viene naturale”. Simon, il gigante buono del volley.