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La Serie A non è un campionato per vecchi allenatori
Luciano Spalletti, Maurizio Sarri e Massimiliano Allegri non hanno ancora ottenuto risultati all’altezza in campionato
17 OTT 26

Luciano Spalletti saluta Maurizio Sarri (foto LaPresse)
Non è un paese per vecchi. Il titolo del celebre romanzo di Cormac McCarthy, da cui è stato tratto il film diretto dai fratelli Ethan Coen, ben si attaglia alla nostra Serie A. Se si esclude infatti Gian Piero Gasperini con la sua Roma, i "grandi vecchi" della panchina stanno attraversando un momento di sofferenza.
Primo fra tutti Luciano Spalletti. Reduce dal confronto-scontro avuto col giovane Fabio Pisacane domenica scorsa, il buon Luciano si ritrova alla guida di una squadra che, in sei giornate, ha messo insieme appena undici punti. Meno di quanto racimolato da Thiago Motta e Igor Tudor che, nelle ultime due annate e nello stesso arco di tempo, di punti ne avevano ottenuti uno in più. Meno anche dell’ultimo Allegri bianconero, che ne conquistò tredici.
Certo, la rosa è quella che è. Da tempo manca un leader tecnico, il Baggio, il Del Piero o lo Zidane della situazione, al quale affidare palla sperando che possa risolvere le situazioni più ingarbugliate. In questa Juve un giocatore del genere non c’è. A maggior ragione ora che Yildiz è fuori tre mesi. Ma anche col turco in campo non è che i bianconeri abbiano fatto vedere chissà cosa. Il problema, durante questa gestione, è sempre il solito: contro squadre che difendono basse i bianconeri fanno una fatica tremenda. E la difesa è sempre fragile. Se poi aggiungiamo il fatto che non si è ancora capito su chi poter strutturare il blocco base (a McKennie manca solo di giocare portiere), il quadro è ben delineato. Per fortuna, per lui, c’è stata l’Europa League, anche se la vittoria col Celta non spazza via i dubbi per la partenza al rallentatore in campionato.
A non passarsela bene fra i veterani del torneo non è però soltanto l’ex ct azzurro.
Che dire infatti di Maurizio Sarri? A lui è stato affidato uno dei progetti tecnici più interessanti di quest’anno, cioè quello dell’Atalanta. Dopo nove anni giocati uomo contro uomo con pressing feroce, sotto la gestione Gasperini, i bergamaschi si sono dunque trovati di fronte a una nuova impostazione tattica, quella della zona integrale di Sarri. Da un calcio individuale a uno collettivo dunque. Un salto più complicato di quello che provò l’Inter trentacinque anni fa passando da Giovanni Trapattoni a Corrado Orrico. Che l’inizio richiedesse pazienza, era scontato. Ma quando tempo ci vorrà ancora per vedere l’Atalanta giocare come vuole Sarri, col palleggio fitto e con la palla mossa avanti, indietro e poi nello spazio?
Infine Massimiliano Allegri, il terzo allenatore esperto dei quattro presenti ai nastri di partenza di questa stagione 2026-27. Dopo 6 giornate, il Napoli si trova già a tre punti di distanza dal quarto posto. Eppure, a detta di molti, i partenopei sono gli unici ad avere una rosa in grado di rivaleggiare con l’Inter sul piano della qualità e della qualità. Anche qui, come a Torino, oltre ai problemi di gioco (la squadra a volte è troppo rinunciataria) ci sono quelli relativi al posizionamento di alcuni giocatori. Dove collocare De Bruyne? Come sistemare i giocatori d’attacco, ora che è rientrato McTominay? Il ripiego sul 3-5-2, la coperta di Linus di ogni bravo tecnico italiano, odora di déjà vu e non fa che corroborare l’idea iniziale: anche se in questa A si gioca di più, grazie alle ultime regole, di novità se ne sono viste poche, per non dire nessuna.
Di conseguenza, in un mondo che rimane sempre conservatore, l’esperienza non sembra più essere condizione sufficiente per far bene.