Tornare a vincere e superare il peso della vittoria. Intervista ad Assunta Scutto

La judoka azzurra si è confermata per la quinta volta di fila sul podio iridato (nei 48 kg). Dopo l'operazione di aprile "sono stata lontana dal tatami, dai riflettori, ho iniziato a ricordarmi perché faccio questo sport e quanto lo ami, ho rimesso in ordine i pensieri"

15 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 12:33
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Foto Ansa

La trappola su cui gli atleti scivolano più spesso e vanno al tappeto è la continua ricerca del risultato, dell’essere performativi. La judoka Assunta Scutto, un po’ per problemi fisici, un po’ per la pressione, ha rischiato di andare ko. Tornata in gara ad agosto, dopo un’operazione, l’azzurra di Scampia si è ora confermata per la quinta volta di fila sul podio iridato (nei 48 kg), a soli 24 anni, e ha conquistato a Baku un argento frutto di fede e maturità.
Ancora una medaglia mondiale: la continuità è il suo segreto?
Anno dopo anno mi sto riconfermando, mi rivelo all’altezza delle gare anche se capita di sentire la pressione, di colpo hai paura di perdere ciò che pensi di meritare. Ogni Mondiale è consapevolezza, una tappa di passaggio verso le Olimpiadi e sono contenta di essere sempre tra le migliori al mondo.
Viene da mesi complessi…
Mi sono operata al gomito ad aprile, era un infortunio che mi trascinavo da inizio anno ed ero demoralizzata. Dopo il Mondiale 2025 ho sentito il peso della vittoria: ho perso quattro gare al primo turno a cui si è aggiunto il dolore che mi ha privato del divertimento in allenamento. Ho deciso di operarmi, perché l'obiettivo sono i Giochi. Questa pausa è stata necessaria, sono stata lontana dal tatami, dai riflettori, ho iniziato a ricordarmi perché faccio questo sport e quanto lo ami, ho rimesso in ordine i pensieri. Al rientro a Lima, ho vinto e sono stata felice delle sensazioni provate in gara, mi sono sentita di nuovo la Susy bambina che si diverte, che fa sport perché le piace e non per riconfermarsi. Dopo mi sono fatta male alla spalla e sono stata un po’ limitata negli allenamenti. Ho sempre avuto fede, sapevo che Dio avrebbe provveduto per me. L’argento mondiale ha un valore in più perché non ero al 100 per cento.
Perché aveva perso la gioia?
Pensavo che essere campionessa del mondo non cambiasse nulla, forse non volevo accettarlo. Ho avuto gli occhi puntati addosso in allenamento e mi accorgevo del trattamento diverso in gara. Ho anche iniziato a essere più severa con me stessa, a non concedermi uno sbaglio. Mi sono fatta influenzare e invece ho capito che lo faccio per me, un risultato non mi definisce.
A proposito di fede, crede nel destino?
È un destino, ma scelto da Dio. A Baku, ho beccato subito la numero uno al mondo, la cinese Xinran Hui, con cui ho sempre perso anche quando stavo bene. L’ho trovata al primo turno: non è un caso, era una chance per il riscatto. I disegni di Dio sono sempre perfetti, in modo che si veda quando è lui ad agire.
Per lei i Cinque Cerchi sono l’obiettivo, non rischia l’ossessione?
Sono molto più serena rispetto a Parigi. Lì, due anni prima erano il mio pensiero fisso, ora so che quel giorno devo presentarmi come sempre, senza fare nulla in più. Mi voglio godere l’esperienza, lì non l’ho fatto. Sono una motivazione.
Viene da Scampia, vuole essere un esempio?
Assolutamente, come Pino Maddaloni, partito dalla mia stessa palestra. Ho sempre pensato che se ce l’ha fatta lui avrei potuto fare lo stesso: viene da un quartiere povero, da una famiglia non agiata, da un allenatore come il mio e senza doti fisiche speciali. I miei sogni sono realizzabili, così come quello di diventare campionessa olimpica venendo da Scampia. Per questo, godermi i traguardi è tornare a casa e festeggiare con la mia famiglia, conta vedere felici loro e che le persone che mi seguono mi prendano da ispirazione.
Ha dei vizi?
Sono sempre a regime, ma direi mangiare quello che cucina la mia famiglia. Per me anche sistemare casa o cambiare l’auto è come per qualcuno lo shopping, non abbiamo tempo.