Quando il 10 non aveva bisogno di correre. Intervista a Mario Brugnera

Il “Piccolo Di Stefano” del Cagliari che con Riva si intendeva senza parlare. "Abbiamo vinto uno scudetto impossibile, ne avremmo vinto anche un altro e saremmo andati avanti in Coppa dei Campioni, se in Nazionale l’austriaco Hof non avesse fratturato Gigi"
10 OTT 26
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Mario Brugnera (foto LaPresse)

Mancato falegname, quinto di nove figli, infanzia in salita, i record nei test di Coverciano sulla tecnica individuale. La stessa che conquistò i tifosi della Fiorentina, pronti a battezzarlo “Piccolo Di Stefano”. Mario Brugnera, pallone e magie. Adesso, la mezzala campione d’Italia con il Cagliari nel 1970, si gode la famiglia, allena i piccoli a La Palma, quartiere del capoluogo sardo. E combatte una fastidiosa patologia. “Sono abituato a lottare”, taglia corto con un mezzo sorriso.
Intanto, il Museo rossoblù di Simone Gallus, tra gli scarpini e la statua di Gigi Riva con al collo la catenina e le due croci d’oro avute dalla mamma e le maglie di Maradona, Virdis, Francescoli e Cudicini, l’ha premiato come capitano dei rossoblù che nel 1980/81 chiusero sesti in Serie A. “Lo scudetto? Quell’anno andò alla Juve, ma non ci hanno battuto: 1-1 a Torino e 1-1 in casa. C’erano Scirea, che segnò, Tardelli, Brady, Gentile, Causio, Furino, Bettega, Cabrini. E se contro la Fiorentina l’arbitro non avesse dato dieci minuti di recupero, assurdo a quei tempi, avremmo vinto e saremmo arrivati quarti. Ovvero, in Europa”. Brugnera posa con la “sua” 10. Simone Gallus gli ha affiancato alcuni compagni di quella stagione top con Tiddia in panca: “Sono con noi Marchetti, che poi andò all’Udinese di Zico, Canestrari, preso dal Bari di Matarrese, e Selvaggi, campione del mondo in Spagna. E – rimarca Brugnera – ci sono Piras, Bellini, Quagliozzi e Gattelli. La nostra forza? Il gruppo. Eravamo e siamo rimasti amici”. Un calcio diverso. In bianco e nero, con le emozioni a colori. “Era la prima Serie A con uno straniero per squadra. Tra questi, Prohaska, Falcao, Krol. Tra le piccole l’Avellino prese Juary. Noi, tutti italiani: un record!”.
Mario Brugnera, classe ’46, riannoda i fili. “Sono nato al Lido di Venezia, padre operaio, madre casalinga, quinto di nove figli. Si mangiava assieme, non volava una mosca, attorno a un tavolo lunghissimo. Dopo le elementari, i miei intuirono che non avrei studiato. Iniziai in una falegnameria. Il calcio? In famiglia giocavamo tutti, mio padre è stato terzino in C”. Mario ha memoria, valori, idee chiare: “Volevo diventare quel che sono diventato. Vennero dall’Udinese, ma quelli della Fiorentina furono furbi: andarono da mia madre, all’ora di pranzo. Videro il tavolo apparecchiato con undici piatti, le parlarono a lungo. Poi, di fronte a ciascun piatto misero un biglietto da diecimila lire. Mia madre si insospettì, ma chiuse l’accordo. Avevo quindici anni, mi presero per due milioni di lire”. Firenze, dunque. Con i gigliati, Brugnera cresce nelle giovanili. E ammira Maschio e Lojacono: “Divini. Chiappella mi faceva giocare con loro in allenamento: mi incantavo a guardarli, classe pura. “Ehi, Brugnera, cosa fai, dormi!” mi urlava l’allenatore”. Con la Fiorentina il “Piccolo Di Stefano”, come lo aveva ribattezzato la Fiesole, mostra giocate speciali. Ma nel 1970 lo cedono al Cagliari: quel volpone di Andrea Arrica manda Rizzo dai viola. All’Amsicora approdano la mezzala veneta e Albertosi. “È stata la fortuna mia e di Ricky. Abbiamo vinto uno scudetto impossibile, ne avremmo vinto anche un altro e saremmo andati avanti in Coppa dei Campioni, se in Nazionale l’austriaco Hof non avesse fratturato Gigi”. Sul rapporto con “Rombo di tuono”, l’aneddotica è copiosa. “In campo, intesa perfetta: sapevo dove mettergli la palla, bastava uno sguardo. Fuori, lui aveva i suoi amici, da Tomasini a Cera, io la famiglia: i miei quattro figli sono nati a Cagliari”. Sandro Mazzola è deceduto. Brugnera si commuove. “Una leggenda. Grazie a Domenghini e Poli siamo diventati amici, con tante battute di caccia assieme. Sandro era fortissimo, ci ha lasciati una grande persona”. La mezzala ripassa dal sesto posto del 1981: “Avevo 36 anni, giocavo da libero. E impostavo. Per i tifosi ero il Beckenbauer del Sant’Elia. Sì, non ho mai spazzato una palla, mi sono divertito tanto”. La storia prosegue. “Con i miei ragazzini sono diretto: impegnatevi e non smettete mai di sognare. Non mi hanno visto giocare, glielo raccontano i genitori. Quando insistono dico che possono immaginarmi pensando a Dybala. Ma solo quando sta davvero bene”.