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Fàbregas contro Gasperini, ecco la voce dei padroni
Como-Roma è molto più di una partita: è uno scontro di filosofie, caratteri e ambizioni tra due tecnici identitari
10 OTT 26

Cesc Fàbregas, 39 anni, tecnico del Como dal 2023 quando fu promosso a stagione in corso dalla primavera, contro Gian Piero Gasperini, 68 anni, sulla panchina della Roma dallo scorso anno (foto Getty)
Il primo lp italiano a superare il milione di copie vendute aveva un titolo sibillino ma allo stesso tempo accessibile a tutti: “La voce del padrone”, Franco Battiato, 1981. Glielo aveva affibbiato lo stesso uomo che, un anno prima, aveva accettato a fatica di non chiamare “I telegrafi del martedì grasso” l’album che avrebbe poi preso il titolo di “Patriots”. Dietro a un semplice titolo si nascondevano riferimenti scontati e altri più complessi, ma la formula è rimasta secca e vincente. La prendiamo in prestito dalla raccolta del maestro – che in gioventù si dilettava nell’antico ruolo di libero – per abbinarla ai due progetti più interessanti del calcio italiano di vertice: il Como di Cesc Fàbregas e la Roma di Gian Piero Gasperini, chiamati a incrociarsi domenica in un lunch match che promette scintille.
È la voce dei padroni a fare la differenza. Due allenatori fortemente identitari, con idee opposte ma allo stesso tempo efficaci, che hanno preso in mano le rispettive squadre e le hanno portate a essere qualcosa di diverso rispetto al recente passato. Quando Fàbregas salì al potere a Como si gridò allo scandalo: i lariani erano sesti in Serie B a metà novembre 2023 e la società decise di esonerare, peraltro dopo una vittoria ad Ascoli, Moreno Longo. Il catalano aveva smesso di giocare l’anno precedente ed era passato dal centrocampo del Como ad allenarne la Primavera: la proprietà aveva visto la fiammella nei suoi occhi e aveva accelerato i tempi. Una scelta definita dai commentatori dell’epoca a metà tra l’assurdo e la mossa di marketing, mettendo nel mirino l’ex Arsenal e Barcellona anche per la mancanza di patentino. La musica, nel giro di tre anni, è cambiata e non di poco.
Erano mesi in cui Gian Piero Gasperini era già ampiamente al comando della nave atalantina, portata dalla lotta per la salvezza a quella per scudetti e piazzamenti Champions come se nulla fosse, importando il suo gioco fatto di aggressione uomo su uomo, riconquista rapida del pallone e manovre fulminanti da una corsia all’altra. Al momento del suo arrivo a Roma, ha dovuto conquistare una piazza che era pronta a fargli scontare ogni eccesso verbale del decennio precedente, da qualche protesta di troppo fino alla celeberrima uscita su Evan Ndicka: con l’Atalanta ancora in attesa di conoscere la data del recupero di una sfida con la Fiorentina e l’allora tecnico romanista Daniele De Rossi abbastanza polemico sul da farsi, Gasp se ne uscì dicendo che non era colpa della Dea se quella gara era stata rinviata per la morte di Joe Barone. “Quello che è successo è stato drammatico, bisogna rendersi conto che non era un codice giallo”, disse, con un chiaro riferimento allo stop di Udinese-Roma per il ricovero del centrale giallorosso dopo un malore in campo. Gasperini ha spazzato via lo scetticismo con la forza del lavoro, ha riportato in Champions i giallorossi dopo anni di tentativi andati a vuoto, adesso è in prima fila per provare a mettere i bastoni tra le ruote dell’Inter capolista: ci è riuscito in nemmeno un anno e mezzo di lavoro. Roba da stregoni.
A leggerlo bene, però, questo confronto tra padri-padroni di realtà ambiziosissime nasconde la sagoma di uno scontro ideologico. Le idee calcistiche di Fàbregas e Gasperini sono agli antipodi, così come i caratteri dei due uomini. Non a caso, nella scorsa stagione, si sono provocati a più riprese. “Il Como gioca molto col portiere, purtroppo questa situazione nel calcio sta dilagando: non è spettacolare avere il portiere che gioca più minuti col pallone tra i piedi per temporeggiare. È stucchevole, non è nello spirito del calcio”, disse Gasperini subito dopo aver dominato la sfida dell’Olimpico ben oltre l’1-0 finale. Ed era parso particolarmente piccato anche al termine della partita di ritorno, soprattutto per l’episodio del rosso a Wesley: “Ho già commentato in altri momenti, è inutile tornare a commentare questo andamento del calcio sulle simulazioni. Il Como cerca spesso questo tipo di situazione”. Gasp rifiutò la stretta di mano al collega, accodandosi a uno sfogo di qualche mese prima di Antonio Conte: il tecnico del Napoli disse allo spagnolo che un suo giocatore stava simulando, pizzicandolo con un “L’avete preparata così eh?”. Dopo Como-Roma, in risposta, Fàbregas era passato al contrattacco: “Sia quando sono arrabbiato, sia quando vengo espulso o penso che l’arbitro mi abbia fatto un torto, a fine partita vado sempre a stringere la mano all’altro allenatore. Una questione di rispetto e sportività. Mi intristisco quando un mio collega va via senza salutare. In partita si combatte ma poi ci si stringe la mano. Anche io di recente ho fatto cose di cui non sono orgoglioso però penso che dobbiamo dare l'esempio. Ricordiamoci che i ragazzi ci seguono. L’ho trovata una cosa antisportiva”.
Fàbregas ha cercato di tendergli la mano nei giorni scorsi (“Ho grande rispetto per lui, ci sono stati scontri accesi con alcuni colleghi ma io sbaglio molte volte, sono giovane e spesso sono ancora emotivo”) ma quando si è trovato davanti a un Subbuteo ha cercato di spiegare come affrontare la Roma: un passaggio rapidissimo, sufficiente a montare una polemica sul nulla. Polemica alla quale Gasperini ha replicato col sarcasmo tagliente che gli appartiene: “So che ha mostrato il nostro gioco, ora me lo studio anche io e vedo come trovare qualche contromisura. Ho visto che sul Subbuteo mi ha bloccato e ha vinto il Como, speriamo che domenica finisca diversamente. Ma al di là di tutto, chi segue il calcio apprezza l’evoluzione del Como di Fàbregas”. Prendiamolo come un antipasto del piatto forte che verrà messo in tavola, non a caso, per il pranzo della domenica. Ne risentiremo parlare, di questa guerra filosofica che mette un altro po’ di pepe su un campionato che, per una volta, possiamo serenamente definire in crescita.