C’era una volta la Formula Uomo. Parlano John Barnard e Patrick Head

Viaggio nel passato della Formula 1 con e l'ex progettista di McLaren e Ferrare e l'ex cofondatore della Williams. Quando un bug non fermava tutti
10 OTT 26
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John Barnard e Patrick Head in vistita alla mostra “I nemici del Drake” al Mauto di Torino fino al 2 novembre. Curata da Carlo Cavicchi e Mario Donnini, è la più grande esposizione di monoposto inglesi che sfidarono la Ferrari tra gli Anni ‘60 e gli ‘80

C’era una volta una Formula 1 dove l’uomo contava più dei software e magari le auto si rompevano in pista perché un pezzo era stato mal progettato, mal costruito o semplicemente troppo usurato. Oggi le monoposto si fermano sotto il diluvio di Sepang per colpa di un software che dà gli input sbagliati. Il bug della Formula 1 che ha fatto sorridere molti appassionati sintonizzati davanti alla televisione. Sono i tempi moderni e in fin dei conti basta spegnere e riaccendere come quando vi si impalla il computer. Tornare indietro nel tempo in certe giornate fa bene. L’occasione viene quando al Mauto di Torino, per visitare la straordinaria mostra dedicata ai “Nemici del Drake”, arrivano due dei geni della vecchia Formula 1, John Barnard e Patrick Head, due progettisti che sono stati a lungo avversari tra loro e avversari della Ferrari, anche se Barnard poi a Maranello (o se non proprio a Maranello, almeno per Maranello) ci ha lavorato. Oggi sono due sereni ottantenni in forma che, accompagnati dalle loro signore (quella di Patrick è italiana e lui vive a Cagliari), sono impegnati in un breve e gustoso Tour d’Italia. Rivedere da vicino alcune delle loro creature e molte delle loro avversarie, sblocca molti ricordi e ci permette uno straordinario viaggio nel tempo.
Patrick Head si ferma davanti alla sua Williams FW07 che corse a cavallo tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, vincendo il Mondiale con Alan Jones: “Quando la progettammo eravamo io e forse altri due. Quando ho lasciato la Williams ci saranno state una ventina di persone. Oggi un ufficio tecnico ha ottanta, cento persone… Noi da soli progettavamo tutta la macchina, oggi ci sono ingegneri che lavorano solo su un’ala, una sospensione o un altro particolare”, ricorda. “Quando le auto andavano in pista non è che ci arrivassero tanti dati. Noi ci affidavamo alle sensazioni dei piloti e ai loro racconti. Irrigidisci la barra, ammorbidisci la molla e via così. A quei tempi i piloti quando finivano le prove erano più impegnati a inseguire le ragazze che a leggere la telemetria e non si stava fino a notte fonda sui computer a interpretare dati e grafici”. Erano anche giorni in cui scarseggiavano i soldi: “Frank era sempre in bolletta e ricordo che spesso dormivamo in alberghi terribili e mangiavamo panini, altroché gli chef dei motorhome multipiano di oggi”. Ma Patrick non è di quelli che finiscono con il dire: “Si stava meglio un tempo”. Vuole solo sottolineare la diversità. “Ogni epoca ha il suo modo di lavorare e non direi mai a un ingegnere di oggi che farebbe meglio a lavorare come facevamo noi”. Erano anche i tempi in cui per trovare lavoro bastava una telefonata. Quella che Head fece alla Lola dopo la laurea in ingegneria. “Mi passarono Eric Broadley che era il grande capo. Mi convocò per un colloquio, quando arrivai mi disse che non aveva tempo e per lui non lavoravano poi molti ingegneri. E poi aggiunse: cominci lunedì”. Alla Lola lavorava già da un anno e mezzo John Barnard. Divennero amici, tanto che Head, nel 1975, è poi stato testimone di nozze di John. “Eravamo amici, ma poi siamo sempre stati avversari e lavoravamo per batterci in pista”. Patrick Head è diventato socio e cofondatore della Williams nel 1977, mentre Barnard dopo aver lavorato sulle vetture per Indy, è entrato in McLaren nel 1980 per poi approdare una prima volta in Ferrari nel 1987.
“La mia auto preferita è la Chaparral 2K con la quale Johnny Rutherford conquistò la 500 miglia di Indianapolis. La progettai nel soggiorno di mio padre con l’aiuto di una persona che lavorava con me a tempo pieno e un’altra part time. Disegnammo ogni bullone di quell’auto e anche se ho progettato molte McLaren vincenti, quella Chaparral mi rende molto orgoglioso. Ma la macchina che ho nel cuore è la Ferrari F89 (quella che montò il primo cambio semiautomatico al volante), una macchina che avrebbe potuto crescere ancora molto se io, stupidamente, non avessi lasciato la Ferrari per andare alla Benetton… Ah, se solo avessi saputo che l’anno dopo sarebbe arrivato Prost…”. Il “professore” è il suo pilota preferito, quello che gli trasmetteva le sensazioni nel miglior modo possibile. Un collaudatore eccezionale. Patrick Head conferma, anche se sottolinea quanto fosse nervoso e quanto si mangiasse le unghie… Però il pilota del cuore di Head è Nigel Mansell, il più vincente della Williams: “Un pilota che non si risparmiava mai. Lo chiamavate Leone anche voi in Italia…”. Fu proprio lui a vincere all’esordio con la Ferrari di Barnard. Accanto alla Ferrari progettata da John c’è la Ferrari 246, quella con cui Mike Hawthorn vinse il mondiale nel 1958. Un’auto che sblocca un altro ricordo a Patrick Head: “Mio padre era un pilota dilettante e ogni tanto invitava altri piloti a casa nostra. Ricordo che a dodici anni io ero in camera mia con il raffreddore a costruire un modellino di un aereo Chipmunk. Ad un certo punto entrò in camera Hawthorn che mi promise un volo sul suo aereo e poi mi diede da bere un po’ di whisky per farmi passare il raffreddore…”. Pochi mesi dopo Hawthorn che era appena diventato campione del mondo, morì in un incidente stradale: “Ricordo che ero arrabbiato con lui, non sarei più salito sul suo aereo! Ma quell’immagine mi ha trasmesso l’enorme fascino di quel mondo”.
Oggi Barnard continua a guardare le corse con assiduità, Head qualche volta le salta (“Ho una moglie giovane e una figlia piccola a cui non interessa”). Sono però d’accordo nel dire: “Le monoposto sono troppo grandi, troppo pesanti, ma sono anche molto veloci. Però sembra che il pilota non possa sempre spingere al limite per fare lui la differenza”. Barnard aggiunge: “Fare bene le cose in piccolo è più difficile. Ma oggi ci vuole un sacco di spazio per le batterie, guardate come sono diventate grandi le auto di serie. È vero che oggi le auto sono più sicure, sia quelle da strada che quelle fa corsa, ma almeno in Formula 1 bisognerebbe permettere ai piloti di fare di più la differenza. Non hanno l’opportunità di dimostrare quanto siano bravi”. Patrick Head racconta che qualche anno fa, subito dopo il Covid, Stefano Domenicali gli scrisse chiedendogli un parere: “La prima volta che incontrai Stefano stava spazzando il garage della Ferrari… Oggi è il grande capo. Io gli scrissi: lascia perdere oggi interessa solo l’elettrico… Insomma non avevo capito proprio niente”. Anche i geni possono sbagliare. Come gli capitò con la Williams di Ayrton, l’unico nome che gli fa calare un velo di tristezza sugli occhi.
“Le macchine oggi sono troppo grandi e pesanti. I piloti non sempre possono fare la differenza”
“Noi eravamo in due o tre a disegnare tutta una macchina. Oggi c’è chi disegna solo un alettone...”