Malagò il presidente che commissariò sé stesso, o l’eterno ritorno dell’identico

Malagò è stato cacciato tramite sfiducia da parte della giunta del Coni dal ruolo di presidente della Figc per poi subentrare sull'identica poltrona, ma in qualità di commissario straordinario. Perché tutto ritornasse identico e placido, come l’Aniene

7 OTT 26
Immagine di Malagò il presidente che commissariò sé stesso, o l’eterno ritorno dell’identico

Foto Ansa

Il paese dei cavilli; il paese dei campanelli; il mio regno per un cavillo; gli Azzeccagarbugli; il bizantinismo (qui si vola alto, ndr); esce dalla porta e rientra dalla finestra; il gran circo del calcio italiano; manco il Var; il complotto; ridicoli è un complimento; persi in una farsa; grottesca vicenda; in Italia la via più breve da un punto all’altro è l’arzigogolo (qui si vola altissimo, ndr); una porcata indegna; è paranormale.
L’occasione era ghiottissima, persino per un paese campione mondiale in carica delle finzioni formali e dei vizi di forma, dei formalismi e delle tessere che non si incastrano mai, siano dei mosaici o dei partiti. Il paese degli interim e delle prorogatio. E puntualmente si è scatenato il carnevale di Rio dei luoghi comuni, il gran ballo delle frasi fatte, del ricorso al dizionario dei sinonimi e dei contrari per descrivere in cento modi diversi lo stesso fatto: un numero da circo equestre (ops, questo non l’avevamo messo nell’elenco). L’avvenimento che ha scatenato parole e tastiere è presto detto e insieme difficile da spiegare: la cacciata tramite sfiducia da parte della giunta del Coni di Giovanni Malagò dal ruolo di presidente del Federazione italiana giuoco calcio (in futuro, meglio: gioco dell’oca), che è stata perciò commissariata, e il suo subitaneo rientro (inteso suo del Malagò medesimo), sulla identica poltrona, ma in qualità di commissario straordinario della stessa Federazione. E’ tutto vero, anche se non sembra. Non staremo a farla lunga sui motivi, li sapete già.
Comunque: Malagò era stato eletto contro il parere di una minoranza del mondo del calcio e della politica di maggioranza, insomma il ministro dello Sport Andrea Abodi; il suo ex amico e successore alla presidenza del Coni Luciano Buonfiglio prima ha detto bene, e poi si è messo contro. L’avvocato Renato Miele (uno che adesso dice “e allora non ci lamentiamo se i nostri figli a 14-15 anni si fanno giustizia da soli con i coltelli”, ohibò) ha trovato l’uovo di Colombo per farlo cacciare: Malagò non aveva la tessera della Figc (“lo sa che io ho perduto due figli? – Signora, lei è una donna piuttosto distratta” è l’unica citazione d’autore che ci viene in mente per stigmatizzare il comportamento di Malagò). Malagò nel frattempo ha fatto incazzare mezzo mondo quando ha cacciato Maldini e Leonardo per il pasticcio (idem formalistico) di Pirlo e per aver richiamato Roberto Mancini, quello che era scappato in Arabia per un po’ di milioni. Poi però è successo che il Mancio ha portato a casa tre partite su quattro, è tornato il Re Sole della Nazionale e ha salvato la sedia anche a Malagò: chi li caccia più? E si è arrivati alla strabiliante pantomima per confermare il defenestrato, in modo che non si facesse male nessuno, né la Figc che voleva tenersi lo status quo, né il Coni che voleva ribaltarlo. Nessuno tranne il povero Abodi.
Tutte le frasi fatte per spiegare l’inspiegabile paese di Acchiappacitrulli vanno bene, ma in fondo non spiegano la magia, anzi l’epifania di questa giornata di inizio ottobre, il presidente che commissariò sé stesso. Per spiegare la magia occorre un altro concetto, più filosofico: l’eterno ritorno dell’identico. Vale per l’Italia che non cambierà, vale per l’indistruttibile Malagò, ormai il replicante di sé stesso. E vale per il Mancio, che è tornato da dove era fuggito, salvato dal suo mentore, e ha salvato a sua volta il suo mentore. Perché tutto ritornasse identico e placido, come l’Aniene.