Il caso Gibuti ci dice qualcosa sulla presunta indipendenza del calcio dalla politica

Nel paese del Corno d’Africa la polizia ha aiutato i club a destituire il presidente federale Waberi, già oggetto di contestazioni sulla gestione amministrativa e finanziaria. Contestazioni che però la Fifa, organo che ha il diritto di ammettere o escludere un paese dal calcio mondiale a suo piacimento, non aveva rilevato. 
6 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 13:05
Immagine di Il caso Gibuti ci dice qualcosa sulla presunta indipendenza del calcio dalla politica

Calciatori della Nazionali di Gibuti (foto Getty)

La polizia è entrata nella sede della Federcalcio di Gibuti e ha fatto uscire dirigenti e personale. Poco dopo alcuni rappresentanti dei club hanno tenuto un’assemblea straordinaria e votato la destituzione di Souleiman Hassan Waberi, presidente federale dal 2012, membro del consiglio Fifa e dell’esecutivo della Confederazione africana.
La battaglia era cominciata settimane prima. Un gruppo di club chiedeva la rimozione di Waberi e del comitato esecutivo. La segretaria di stato allo Sport aveva ordinato alla Federazione di convocare un’assemblea straordinaria entro 72 ore. La Fdf sosteneva che non ci fossero i numeri necessari. Poi sono arrivati gli agenti.
Le versioni divergono. La federazione denuncia un’occupazione illegittima e considera nulla l’assemblea. Secondo la ricostruzione diffusa dai media statali, invece, 39 delegati avrebbero verificato il quorum e approvato all’unanimità la destituzione dei vertici federali.
Il problema è che il calcio di Gibuti non risponde soltanto alle leggi di Gibuti. Gli statuti Fifa impongono alle federazioni affiliate di gestire i propri affari in maniera indipendente e senza indebite influenze di terzi. Un intervento governativo può quindi portare alla sospensione della Federazione, con l’esclusione di Nazionale e club dalle competizioni internazionali.
È già successo. Nel 2021 la Fifa sospese il Ciad dopo l’intervento del governo nella gestione federale e il Pakistan dopo l’occupazione della sede della Federazione. Provvedimenti analoghi hanno riguardato Sri Lanka e, più recentemente, Congo. La logica è chiara: impedire che un governo possa trattare la Federcalcio come una propria amministrazione, sostituendone i dirigenti secondo convenienze politiche.
Gibuti mostra però l’altra faccia del principio di autonomia. Waberi e la federazione erano già oggetto di contestazioni sulla gestione amministrativa e finanziaria. Un’ispezione governativa aveva sollevato rilievi sulle procedure e sull’utilizzo delle risorse. Waberi ha respinto le accuse sostenendo, tra l’altro, che i controlli Fifa sui fondi provenienti dall’organizzazione internazionale non avessero individuato irregolarità.
Ed è proprio su questo confine che la Fifa ha costruito una forma singolare di sovranità. Non possiede territorio, esercito o polizia. Possiede però il diritto di ammettere o escludere un paese dal calcio mondiale. Nessuno stato è obbligato ad appartenervi, ma restarne fuori significa privare nazionali e club delle competizioni internazionali e rinunciare a finanziamenti e programmi di sviluppo.
Per questo la sanzione sportiva possiede una forza politica. Colpisce formalmente una federazione, ma raggiunge calciatori, tifosi e reputazione internazionale del Paese, creando una pressione che può costringere un governo a fare marcia indietro.
Ora Fifa e Caf dovranno stabilire se quanto accaduto a Gibuti costituisca un’interferenza. Non significa che Waberi abbia ragione né che le contestazioni contro di lui siano infondate. Il punto è un altro: l’ultima parola sulla legittimità calcistica di ciò che è avvenuto potrebbe non spettare allo Stato in cui è avvenuto.
La polizia di Gibuti può entrare nella sede della federazione, ma è la Fifa che può decidere se, una volta uscita da quella porta, Gibuti continuerà a giocare con il resto del mondo.