Pruzzo: "La Roma è stata una famiglia. Ecco come faccio a sentirmi vivo”

“O rei di Crocefieschi” scese dalla sua amata montagna e arrivò alla corte del Barone Liedholm. Storia dell'ultimo bomber, dal gol scudetto alla notte maledetta tra ricordi e un piccolo sogno
3 OTT 26
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Roberto Pruzzo, da Crocefieschi, 71 anni, bomber del Genoa e della Roma dal 1973 al 1988 (foto Getty)

"Sono nato a Crocefieschi, 545 abitanti, 742 metri sopra il livello del mare. Non sono un uomo di mare, anche se Genova dista solo 36 chilometri, ma un montanaro. Ho cominciato a tirare calci a un pallone, con l’obiettivo di buttarla dentro, nel campetto dell’oratorio. Mi sono fatto le ossa nei tornei dei bar, che in realtà erano sfide all’ultimo sangue fra i paesi del circondario. Si giocava fino a quando non arrivava l’inverno e cadeva la neve”.
Roberto Pruzzo, nato nel giorno degli scherzi dell’anno di grazia 1955, ribattezzato dai tifosi del Grifone “o rei di Crocefieschi”, sarebbe diventato per la postura, la potenza fisica, la furia agonistica e i gol spettacolari, il Bomber per eccellenza, il più prolifico, prima di Francesco Totti, nell’intera storia della Roma, 106 gol, uno scudetto, quattro Coppe Italia, tre volte capocannoniere e quella maledetta notte di dolore. Con la sconfitta ai rigori contro il Liverpool, davanti a un Olimpico attonito, che non ci poteva credere…
“Avevo 15 anni quando un amico mi portò a Genova a sostenere un provino e da lì è cominciata la storia. La mia esperienza con le giovanili è stata come un battito di ciglia. Non avevo ancora compiuto 18 anni quando ho esordito in prima squadra. A 20 mi avevano già nominato capitano. Non dico che abbiano dovuto insistere per farmi sottoscrivere il primo contratto, ma a quel tempo qualsiasi legame mi stava stretto, ero un uomo libero calato dalla montagna quasi per caso. Mi sembrava una follia essere costretto a quattro allenamenti alla settimana”.
Che cosa le ha fatto cambiare idea?
“La ritrosia è passata, quando ho capito che poteva diventare un mestiere redditizio e mi è venuto naturale cambiare strategia... A Genova sono stato un idolo nel bene e nel male. Qualche contestazione l’abbiamo subita. Dall’altare alla polvere, andata e ritorno. Un’altalena ambientale che mi ha paradossalmente fortificato e mi ha fatto da viatico quando sono andato alla Roma. Neppure lì sono state solo rose e fiori. Il primo anno ce la siamo vista brutta, ma ero per così dire vaccinato. Poi, siamo diventati un gruppo granitico, con un fortissimo senso di identità e appartenenza. Il tempo è passato in fretta, eravamo diventati una bella famiglia unita, costruita dal presidente Dino Viola e da Nils Liedholm. Il Barone era, prima che un allenatore, un maestro di vita. Sapeva trasformare i concetti in azione. Ti metteva in testa una cosa e tu la facevi. La Roma è stata una famiglia, un modo di essere e di sentire, a cui resterò legato per sempre. Qualcuno, come Agostino Di Bartolomei e Aldo Maldera, non c’è più. È il gioco, prima bello e poi crudele, della vita. Qualche volta andiamo tutti a Roma per una rimpatriata. L’atmosfera che si respira nello spogliatoio è qualcosa che ti rimane dentro e basta rivedersi per tornare indietro, a quegli attimi condivisi, a quella voglia di spaccare il mondo, noi contro tutti gli altri, sentirsi forti, avere dei riferimenti, poter contare sulle persone che ti sono accanto, non sentirsi mai soli. L’amicizia è bella, anche se, rispetto agli altri, non sono mai stato uno da serate conviviali e festeggiamenti infrasettimanali”.
L’attimo fuggente che l’ha lasciata senza fiato…
“Ci sono stati tanti gol che mi sono rimasti nel cuore. La rovesciata acrobatica contro la Juventus, la doppietta nella semifinale della remuntada contro il Dundee, ma quello segnato a Marassi che valeva lo scudetto è stato, fra mille altre, l’emozione più grande. Cross di Ago dalla sinistra, io che svetto di testa e do il colpo di grazia all’apoteosi. È stata una cavalcata trionfale, con quattro Coppe Italia vinte e il sigillo tricolore. Poi, c’è stato il contrappasso del dolore. Quella notte maledetta, con la Coppa dei Campioni sfumata ai rigori davanti alla nostra gente. Se avessimo vinto, ogni 30 maggio sarebbe stato una celebrazione, e, invece, a 42 anni di distanza, è una delusione che ci portiamo ancora addosso: un lutto che non abbiamo ancora elaborato”.
Lei non rientrò in campo dopo l’intervallo. Si parlò di problemi allo stomaco…
“Dietrologie senza senso. Avevo preso un colpo che mi mise banalmente ko. Con Liedholm non mi era mai capitato di alzare bandiera bianca a metà partita. Accadde proprio nel giorno più sbagliato. Eravamo convinti di poter chiudere un cerchio e, invece, ci mancarono le forze per vincerla sul campo e la grande Roma, che era stata, finì lì”.
Il suo calcio non è più di moda…
“È un calcio molto più muscolare, tattico e infinitamente meno tecnico. Io penso che sia sbagliato. Potrei dire che ogni epoca ha il calcio che si merita. Pensi al numero dei calciatori. Le nostre rose non superavano la quindicina. Oggi sono raddoppiate e si cerca di dare spazio a tutti con il turnover, anche perché non c’è più spazio né tempo per riprendere fiato. Il calcio è stato la mia passione e la mia vita. Dovrebbe essere un piacere guardare le partite e, invece, le centellino con il contagocce per evitare il rigetto da overdose”.
Leggenda metropolitana vorrebbe che lei si fosse trasferito in Versilia…
“In realtà vivo praticamente da sempre a Lucca, la città di mia moglie Brunella. Non ho nessuna attitudine per il mare, anche se dista appena 20 chilometri da qui, ma io sono e resto un montanaro costretto dalle circostanze della vita a trasferirsi a valle. Con Brunella stiamo insieme da quasi mezzo secolo. È una di quelle donne silenziose e pazienti, sopravvissute alla modernità, capaci di starti vicino anche quando la ribalta è lontana e tu fatichi a trovare uno scopo. È capitato anche a me di smarrire la via maestra della vita e, ogni volta che sono andato in difficoltà, Brunella è stata il mio punto di appoggio. Le ricadute del mal di vivere sono ancora in agguato, l’importante è non sentirmi solo e ripartire, riaccendendo la luce che si era spenta”.
Sogni? Obiettivi?
“Non ho ambizioni particolari per chiudere la mia stagione. Ho 71 anni e cerco di viverli il più serenamente possibile. Il calcio mi ha insegnato che la vita è una corsa continua che non finisce mai. Bisogna sempre trovare una motivazione per andare avanti. Se arriva il momento i cui non ne hai più nessuna, diventa un bel casino. Per essere vivi bisogna trovarne una ogni giorno. Le emozioni sono fondamentali a qualsiasi età. Finché le provi, finché trovi una motivazione e un obiettivo che diano un senso a ogni singolo giorno”.
Qual è l’obiettivo che si è posto quando si è svegliato questa mattina?
“La motivazione che mi sono dato oggi è quella di mettermi alla prova a livello fisico, aggiungendo voglia e metri rispetto all’ultima volta. Ultimamente per un fastidio all’anca mi sono un po’ lasciato andare e non va bene. Voglio correre, cercando di arrivare ogni volta un po’ più avanti. Oggi è questa la motivazione che dà un senso alla vita che scorre veloce e non puoi mai restare indietro, a guardarla senza far niente per afferrarla. Non posso più fare la mezza maratona, ma se riesco a fare un giro di mura… Oggi no, ma potrebbe essere l’obiettivo di domani. Le mura di Lucca sono lunghe 4.180 metri. Se riesco a farli di corsa, senza che lo sappia il medico, sarebbe un piccolo sogno che va in porto. Il passato è trascorso, ma domani si può aprire ancora uno spiraglio. Io ci credo”.
“Liedholm era un maestro di vita e quella Roma una famiglia. Ecco come faccio a sentirmi vivo”