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Il miracolo sul tappeto della lotta
A Sydney nuovo “Miracle on ice”: il gigante Karelin battuto dopo 887 vittorie. Fino a quel momento, il russo non aveva concesso un solo punto agli avversari. Li lasciava tutti a zero. Già era un’impresa muovere quella montagna, figurarsi portare a casa un punto
26 SET 26

Il russo Karelin contro lo statunitense Gardner (a destra) nella finale olimpica di Sydney (foto Getty)
Ci fu, nel lontano 1980 a Lake Placid, il celeberrimo “Miracle on ice”. Vinsero gli americani, nell’hockey su ghiaccio. Da sfavoriti. Parecchio sfavoriti. Il miracolo contro i sovietici avvenne in una partita del girone finale, quello che assegnava le medaglie. Anche se la storia è talmente grande e romanzata da far dimenticare che poi ci fu anche un’altra partita, vinta dagli yankee contro la Finlandia per assicurarsi l’oro. In tempi di “guerra fredda” ogni sfida tra Stati Uniti e Urss, a livello di squadra così come nelle discipline individuali, era un’occasione per politicizzare il confronto e farlo diventare scontro.
Di un altro miracolo, chiamato: “Miracolo sul tappeto” (il Washington Post titolò proprio “The miracle on the mat”) ricorre domani il 26esimo anniversario. Di nuovo un americano contro un russo. Non un sovietico (l’Urss non esisteva più), un russo. Olimpiadi di Sydney 2000, la guerra fredda è un ricordo. Nel medagliere aggiornato, dopo le successive revoche e riassegnazioni, gli Stati Uniti figurano primi con 37 medaglie d’oro e 93 complessive; la Russia seconda con 32 ori e 89 totali. Uno scarto davvero esiguo. Nelle previsioni prima dei Giochi della XXVII Olimpiade, un esercizio che spesso porta assai male e raramente si avvicina alla realtà, una medaglia non sicura, stra-super-sicura per i russi era quella nella lotta greco-romana, categoria 130 kg. Qui non si trovava nessuno, esperto o neofita, che non la assegnasse senza se e senza ma all’orso russo Aleksandr Karelin. Orso russo non è una locuzione particolarmente originale e viene spesso usata in modo poco appropriato. Ecco, Karelin era talmente alto e grosso che probabilmente il paragone con l’orso era forse un tantino esagerato. Ma per l’orso. Nella lotta greco-romana essere dei plantigradi giganteschi non è l’unica condizione. Però, certamente aiuta.
Il nome e le regole moderne di questa disciplina nacquero in Francia durante l’Ottocento. All’inizio veniva chiamata semplicemente “lotta francese” o “lotta a mano aperta”. Negli anni della riscoperta dei classici antichi, gli organizzatori e i promotori sportivi vollero dare un alone di nobiltà a questo sport e scelsero di legarlo alle tradizioni della lotta corpo a corpo praticata nell’antica Grecia e nell’Impero Romano, considerandola l’evoluzione moderna degli ideali di forza e virilità. Nella lotta greco-romana, a differenza della lotta libera, non si possono eseguire prese sotto la cintura né usare attivamente le gambe per attaccare o sgambettare l’avversario. Le azioni si concentrano sulla parte superiore del corpo. Ergo: il duello è di potenza e tecnica di braccia e tronco.
In tutto questo, Aleksandr Karelin è letteralmente imbattibile. Più di ogni commento, parla la sua scheda. Karelin perde il primo match in carriera, il primo che disputa in assoluto, ai Campionati nazionali sovietici del 1987. Battuto da Igor Rostorotsky. Ecco, da lì in poi sta 13 anni senza perdere mai. Mai! Dal 1987 al 2000 non ce n’è più per nessuno. Dal 1994 fino alla finale di Sydney 2000, il russo non concede un solo punto agli avversari. Li lascia tutti a zero. Già era un’impresa muovere quella montagna, figurarsi portare a casa un punto.
Alla vigilia della finale olimpica, il bilancio della sua carriera senior è spaventoso: 887 vittorie e una sola sconfitta. Moltissime delle quali, praticamente tutte quelle che gli hanno consentito di vincere tre ori da Seoul 1988-Barcellona 1992-Atlanta 1996 e nove (nove!) titoli mondiali consecutivi insieme a 12 ori europei, grazie alla celeberrima e imbattibile: “Sollevata Karelin” (“Karelin lift”). Una mossa devastante, impossibile da contrastare.
Il gigante russo a un certo punto del combattimento sollevava di peso da terra avversari enormi che si trovavano in posizione di difesa a terra. Poi li scaraventava sul tappeto con un suplex inverso. Di suo, era una mossa devastante. Ancor più efficace, casomai ce ne fosse bisogno, era il terrore psicologico che la sollevata incuteva nei rivali. Che salivano sul tappeto già certi del verdetto finale. Quella volta, il 27 settembre 2000, nel padiglione dedicato alla lotta, si presentò al cospetto di Karelin un avversario con un atteggiamento diverso. Rulon Gardner è grande e grosso quanto il candidato unico all’oro. Viene da Afton, all’epoca meno di duemila abitanti nello Stato del Wyoming. Fin da piccolo è stato abituato, insieme ai suoi otto tra fratelli e sorelle, al lavoro duro nella fattoria dei genitori.
Nel 1998 aveva fatto parte della lunga lista degli atleti battuti nettamente da Karenin. Anche quella volta non ci fu storia, Gardner fu dominato dal russo, che lo aveva sollevato di peso e proiettato ben tre volte al tappeto. Quella sconfitta era però servita moltissimo a Rulon Gardner, che aveva maturato una consapevolezza importante: ora sapeva cosa non doveva fare e come non impostare il match. Altrimenti sarebbe stato il numero 888 alla voce: “vittorie di Karenin”. Otto-otto-otto, un triplice infinito già scritto per tutti. Tranne che per Gardner, che prima di Sydney era stato campione “solo” ai Giochi panamericani, per due volte. La sfida inizia senza sussulti, il primo periodo è di prudenza. Zero a zero. Tutti, Gardner ovviamente compreso, stanno aspettando che Karelin applichi il suo marchio di fabbrica. L’attesa è per la sollevata, il reverse body lift. Gardner fa una sola cosa, ma la fa benissimo. Evita che il confronto si decida sulla pura forza. Non avrebbe scampo. Fa pressione continua, cerca di rendere il confronto scomodo, logorante.
Inizia il secondo periodo, ecco il colpo di scena inatteso. Secondo le regole dell’epoca, dopo un primo periodo chiuso sullo 0-0 si ripartiva da una presa obbligata, il clinch. I due devono stringersi al busto. È una posizione delicatissima: chi riesce a mantenere la presa può ottenere il punto decisivo. E qui Gardner trova la sua occasione. Karelin stringe. Gardner resiste. I due spingono e si contendono centimetri. Poi, per un istante, la presa del russo si apre. È un dettaglio minuscolo. Gli arbitri fermano l’azione e ricorrono al replay per verificare la sequenza. Le immagini confermano che Karelin ha perso, per un soffio, la presa. Il punto viene assegnato a Gardner! Per la prima volta da tempo immemore, Karelin deve inseguire. Gardner non deve più costruire un attacco, deve impedire a Karelin di recuperare il punto. Fosse facile. Il russo continua a spingere, l’americano regge. La preparazione fisica di Gardner diventa importante quanto quella tecnica. Karelin aveva già combattuto nei quarti e in semifinale durante quella stessa giornata. Iniziava a sentire la stanchezza. Karelin rimane un campione sopraffino, esercita sull’avversario una pressione fisica quasi irreale. Ma Gardner non gli concede la situazione che il russo cerca. E passano i minuti. Il risultato resta 1-0. Cortomuso, direbbe oggi qualcuno. Il tempo finisce, Karelin si allontana dal tappeto. Gardner ha vinto. L’imbattibile… è stato battuto.
Gardner vinse principalmente perché riuscì a neutralizzare le qualità di Karenin. Il russo era abituato a imporre la propria forza, a sollevare gli avversari e a trasformare la superiorità fisica in tecnica. Gardner, invece, gli impedì di trovare quella distanza e quella posizione. Non gli offrì il combattimento che Karelin solitamente imponeva agli altri. E quando si presentò l’unica vera occasione della finale, Gardner fu letale a sfruttarla. Gardner non era diventato improvvisamente più forte di Karelin. Ma aveva trovato la kryptonite per Superman. E quella sera l’aveva usata. Non ci sarà rivincita, già quella lo era visto che si erano già affrontati una volta. E, diversamente da Alì-Frazier, nessuno volle mettere in scena “la bella”. Ad Atene 2004 Gardner conquisterà poi il bronzo. Karelin decise che quella doveva essere la sua ultima recita. Chiuse 887-2. Perse il primo e l’ultimo match della sua carriera. In mezzo, l’imbattibilità.