Il “veleno” di Quadarella non è finito. "In gara ci deve essere"

“Sento di averne ancora, ma in piscina dove vedo il fondo. In mare ho paura degli squali”. Nel nuovo corso della nuotatrice l’ambizione resta enorme, l’ossessione un po’ meno.

25 SET 26
Ultimo aggiornamento: 13:43
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Foto ANSA

Quando Simona Quadarella comincia a nuotare, almeno in Europa, non la batte nessuno. Quattrocento, ottocento, millecinque: per lei non fanno differenza. Sono sempre medaglie d’oro. L’importante è farlo in piscina. Vedere il fondo. Perché in mare no. Subentra la paura, ma questo è un altro discorso. Simona ha scoperto che per andare più forte doveva togliersi un peso. Non aggiungerne uno. “Dopo Parigi ci ero rimasta talmente male che ho detto: basta, non voglio più stare così. Ho cominciato ad aspettarmi meno da me stessa. E questa cosa, paradossalmente, mi ha aiutata molto di più”. È forse qui che comincia davvero la nuova vita sportiva di una ragazza che da quasi vent’anni trascorre le giornate in vasca, con sveglie troppo presto, chilometri, cronometri e medaglie. Una vita in cui sembrava naturale chiedersi sempre qualcosa in più e invece, a un certo punto, la svolta è arrivata dal contrario.
Ha cambiato allenatore, ma soprattutto ha cambiato il modo di stare dentro al nuoto. “Dopo le Olimpiadi ho deciso anche di mettermi sotto con l’università. Mi sono detta: prima delle prossime voglio laurearmi. E ce l’ho fatta”. Pensava che studiare potesse portarle via qualcosa. “Invece è stato l’anno in cui sono andata meglio nel nuoto. Ho capito che per stare bene ho bisogno di un equilibrio, anche facendo altro”. Nessun mental coach: “Ho fatto tutto da sola”.
A 27 anni continua a migliorarsi: ”Dopo Parigi mi è servito studiare e laurearmi”
Per capire Quadarella, forse bisogna partire da qui. Dal fatto che il suo talento non è mai stato soltanto quello di resistere più delle altre per 800 o 1500 metri, ma quello di resistere negli anni. “Sono praticamente vent’anni che nuoto a livello agonistico”. Eppure la sveglia delle sei e mezza non è diventata più simpatica. “Non è che mi piaccia alzarmi presto e entrare in acqua la mattina. Però sai che per raggiungere un obiettivo devi passare per quel sacrificio”.
Che cosa la fa ripartire? “Gli obiettivi. Quella sensazione che provo quando vinco una gara, una medaglia o faccio una buona prestazione. È quella che tiene viva la costanza e la determinazione durante l’anno”. Non è la retorica dell’atleta innamorato della fatica. La fatica resta fatica. È semplicemente il pedaggio da pagare.
Anche per questo le delusioni pesano più degli allenamenti. “Dopo una sconfitta tornare in acqua è più difficile. Ti chiedi: ma perché lo faccio? Tutti questi sacrifici per cosa?”. Quando va bene, invece, perfino il giorno dopo sembra meno duro. “Le mie vittorie me le godo e me le festeggio. Però ci sono volte in cui il giorno dopo devi tornare in acqua. È così”.
Per anni l’hanno chiamata “Veleno”. Un soprannome che sembra meno adatto alla Quadarella di oggi, più serena, più misurata, apparentemente meno feroce. Apparentemente. “Il veleno c’è ancora. È quello che usi in gara e ci deve essere”. Solo che adesso ha imparato a tenerlo nel posto giusto.
Anche perché a ventisette anni ha scoperto una cosa che il nuoto tende a dimenticare in fretta: non è vecchia. “Pensavo di non essere più così giovane per questo sport e invece non è così. Magari l’esperienza aiuta molto”. Il suo corpo è cambiato, “forse i tempi di recupero sono un po’ diversi”, ma quando entra in acqua “non sento tanta differenza rispetto a dieci anni fa”. Anzi. Continua a migliorare.
Ed è proprio questo, oggi, a darle forse più soddisfazione delle medaglie. “Accorgermi che riesco ancora a migliorarmi è la cosa che mi aiuta di più”. Tra i ricordi che conserva con più piacere cita “i 1500 di Singapore del 2025, l’ultimo 400, il primo Mondiale del 2019 e il bronzo olimpico”. Non li mette tutti sullo stesso piano, ma nemmeno vive di nostalgia. Il cronometro, del resto, ha il pregio di non sapere quanti anni hai.
Poi c’è Katie Ledecky, il muro che sta davanti da una vita. “Ovvio che mi piacerebbe batterla. Però cerco di essere realistica: non penso a batterla. Se succede, bene”. È una frase quasi perfetta per raccontare la sua nuova misura: l’ambizione resta enorme, l’ossessione un po’ meno.
“Ho smesso di aspettarmi troppo da me stessa, ma sogno ancora di battere Ledecky”
Quadarella è sempre stata una creatura da piscina. In acqua ci è entrata quando aveva tre o quattro mesi. “Non posso ricordarmelo, ma ho le foto”. I suoi genitori volevano soltanto che imparasse a nuotare. “Era una questione di sicurezza. Non pensavano certo che sarei arrivata a questo punto”. Lei invece, crescendo, non ha mai avuto grossi dubbi. “Mi piaceva nuotare, mi divertivo. Nuotava anche mia sorella e volevo fare un po’ quello che faceva lei”. Un tentativo con la ginnastica artistica durò poco. “Ero una bambina vivace, facevo verticali e ruote. Mia mamma mi portò a provare, ma non mi piacque”. Le distanze lunghe arrivarono più avanti. “A quattordici-quindici anni erano quelle che facevo meglio. Io dico sempre che non è l’atleta a scegliere la distanza: è la distanza che sceglie l’atleta”. Con il mare, invece, il rapporto è molto meno romantico. Gregorio Paltrinieri ha aggiunto il fondo alla vasca, lei no. “Non mi ha mai attirato. Io devo vedere il fondo. E poi è uno sport di contatto, molto più fisico. Preferisco la mia corsia”. Non è solo una preferenza. “È una paura. Se non vedo il fondo comincio a pensare agli scenari peggiori. Tipo gli squali”. L’allenatore ha provato a convincerla. “Me l’ha proposto. Io sono sempre stata dubbiosa. Però mai dire mai”.
Il nuoto per lei resta uno sport individuale soltanto fino a un certo punto. “La squadra è importante in qualsiasi sport. Avere compagni con cui scherzare mentre ti alleni alleggerisce tutto. Io ho un carico di lavoro importante”. E i giovani che oggi entrano in Nazionale servono anche a chi è lì da una vita. “Noi possiamo dare loro esperienza, ma loro ci restituiscono quella leggerezza che avevamo quando eravamo più giovani”.
Fuori dalla piscina, intanto, ha deciso di prepararsi un’altra vita senza sapere ancora quale. La laurea in comunicazione digitale va in quella direzione. “Vorrei avere più opportunità quando smetterò. Quando hai la possibilità di scegliere sei più tranquillo e non devi accontentarti. Sto mettendo più cose possibile nel calderone per avere un domani la possibilità di decidere”.
Los Angeles, naturalmente, è lì. Ma anche qui Quadarella evita le frasi definitive. “È il prossimo grande traguardo, però nel mezzo c’è altro”. Che possa essere l’ultima Olimpiade non lo dice. “Vediamo. Non voglio pormi limiti troppo grandi”. E sul perché siano spesso le donne italiane a vincere così tanto ha una risposta che non cerca di addolcire: “Sicuramente abbiamo più fame. Le donne, in qualsiasi ambito, a volte devono avere di più, devono impegnarsi di più per raggiungere gli obiettivi. E questo succede anche nello sport”. La piscina le ha riempito quasi tutta la vita. Per il dopo ha un desiderio semplice e complicatissimo: “Trovare qualcosa che possa soddisfarmi come il nuoto. Sarà molto difficile”. Per ora non serve cercarlo. C’è ancora da nuotare.