San Siro compie 100 anni, ma è un compleanno triste

Gianfelice Facchetti e Federico Jaselli Meazza raccontano lo stadio del padre, del nonno e dei derby: “Resta un pezzo d’Italia che va oltre il calcio”
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Lo stadio Giuseppe Meazza di Milano, da sempre noto come San Siro, dal nome del quartiere della città in cui sorge, compie 100 anni: fu inaugurato il 19 settembre 1926 (foto di Umberto Zapelloni)

Che c’è di strano siamo stati tutti là, canta Vecchioni. Milanesi, italiani, appassionati da tutto il mondo – fino allo spettacolo olimpico dello scorso inverno. “Perché il Meazza magari non sarà lo stadio più moderno, il più funzionale, ma continua ad avere uno spirito impareggiabile. Qualcosa che ti entra dentro, ti conquista con il suo fascino e ti rende spettatore in campo. Anche dopo cent’anni”. Era il 19 settembre 1926, quando l’impianto che squarciava pascoli e ippodromi con la sua novecentesca modernità ospitò la sua partita inaugurale: Milan-Internazionale 3-6. “Da allora è diventato casa, un punto di ritrovo per generazioni, un veicolo di storie famigliari che vanno ben oltre il calcio. I turisti vengono qui e lo fotografano come il Duomo”. A fargli gli auguri, parlando con il Foglio sportivo, sono Gianfelice Facchetti e Federico Jaselli Meazza: il figlio di Giacinto e il nipote di quel Peppìn a cui oggi è intitolata la struttura. “Ricordo le prime volte allo stadio con il nonno. Avrò avuto cinque o sei anni, ancora non mi rendevo conto e da bambino tendevo a far chiasso: lui allora mi guardava serio e mi sgridava un po’. Ho imparato presto a capire il significato di questo luogo. Qualcosa di molto profondo, culturale, collettivo. E che per un secolo ha scritto pagine e pagine della storia di una città intera”.
Capitoli e protagonisti sono ben delineati. “Piero Pirelli, che investì cinque milioni di lire – una bella cifra, a quei tempi – pur di realizzare uno stadio all’inglese, senza pista di atletica, soltanto per il calcio”, interviene Facchetti. “E poi Giuseppe Meazza, che da attaccante l’ha reso grande con due maglie diverse. È stato lui che in seguito ha spalancato le porte nerazzurre a mio padre: custodisco ancora con cura la prima lettera di convocazione, ricevuta per un torneo a Ginevra nel 1958. Una sorta di passaggio di consegne”. Fino alla fascia da capitano, ai trionfi con la Grande Inter, alla presidenza del club. Non è un caso se due fra i momenti più iconici di San Siro siano stati simbolicamente accompagnati dai discendenti delle leggende. “Mi sembra ieri, quel 2 marzo 1980, quando mi invitarono a togliere il drappo dal ceppo commemorativo che cambiò il nome di questo stadio. Fu una cerimonia che unì tifosi e istituzioni”, sorride Jaselli Meazza. Ventotto anni dopo, in occasione del centenario dell’Inter, è stato invece Facchetti Junior a dare il via alle celebrazioni: “Arrivare a bordocampo, vedersi fare buio tutt’attorno, parlare nel religioso silenzio di un pubblico esploso in un boato subito dopo: mi vengono ancora i brividi a ripensarci”.
Perché il Meazza è così diverso da tutto il resto? “Tiene insieme una quantità di sottotrame infinite, dalla Nazionale ai concerti: musicalmente è un’icona del rock, ritmo allo stato puro, numeri dieci su ogni fronte”. Poco importa se plettro in mano o palla al piede. “La storia parte da un singolo anello senza curve: da lì in poi è seguita una crescita strutturale e comunitaria incessante, di seggiolino in seggiolino, facendo posto a sempre più persone. Credo di aver vissuto momenti di sport da ogni prospettiva, da qualunque anello. San Siro è il viaggio per arrivare alla partita, il chiosco di piazzale Lotto, le castagne sbucciate sulla via del ritorno ascoltando alla radio ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. È l’educazione sentimentale trasmessa da papà Giacinto e quella che io ho cercato di rinnovare ai miei figli: il primo l’ho portato qui a quattro mesi, nell’anno del Triplete. Eppure certe cose negli anni sono cambiate. Un tempo il desiderio di partecipare non conosceva differenze sociali: ora assistiamo a un calcio diverso. Più sicuro, ma anche meno spontaneo”. È d’accordo anche il nipote di Peppìn, rievocando quei tanti derby che hanno scandito le serate di gala alla Scala del calcio. “Un gioiello, apprezzato da calciatori e addetti ai lavori di ogni generazione: visibilità eccellente e acustica straordinaria. La vicinanza fisica con i giocatori ti fa sentire parte della contesa come da nessun’altra parte al mondo, soprattutto durante la stracittadina. La sera dell’intitolazione dello stadio al nonno vinse l’Inter con gol di Oriali: forse l’istante più speciale. Ma era un’altra epoca, con un altro tipo di emozioni. Il pubblico era quasi equamente distribuito fra nerazzurri e rossoneri, con una presenza meneghina molto forte, che impregnava il derby di un profumo particolare: ormai invece, con le nuove dinamiche al botteghino, si nota molto bene chi gioca in casa e chi in trasferta. Così si è attenuata un po’ anche questa rivalità da vivere sugli spalti”. Facchetti sceglie invece il 12 maggio 1965: “La storica notte della rimonta contro il Liverpool, in semifinale di Coppa dei Campioni. Per papà era la partita per eccellenza: quella capace di detonare tutta la potenza e la magia di San Siro quando tutti spingono dalla stessa parte”.
Oggi il figlio e il nipote d’arte tengono viva la memoria attraverso i libri: Facchetti tra gli altri titoli ha scritto “C’era una volta a San Siro” (Edizioni Piemme, ora in ristampa) mentre Jaselli Meazza, insieme a Dario Ronzulli, ha appena pubblicato “Giuseppe Meazza. Storia di un mito” (Minerva, 224 pp.). “Sono riflessioni con tanto materiale inedito, che provano a far parlare il luogo e le persone anche per custodire quegli angoli del tempo che non sono destinati a durare per sempre in uno stadio”. Il futuro del Meazza sembra tracciato, con Milan e Inter orientate a costruire una nuova casa. “Speriamo almeno che non venga abbattuto, ma non sarà facile. Ci piace credere, da inguaribili romantici, che restino almeno il nome e il museo: d’altronde, in un modo o nell’altro, una storia così forte e carica di simboli non andrà mai dispersa”. Anche se luci a San Siro non ne accenderanno più.