Musetti e la bellezza di essere vintage

“A Sinner vorrei rubare la testa. La sua forza mentale è la cosa che mi impressiona di più”, dice il numero 24 al mondo
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Lorenzo Musetti, 24 anni, numero 24 della classifica Atp (foto Getty e Iuman)

Forse Lorenzo Musetti è troppo bello per il tennis di oggi. Viene voglia di guardarlo, di spingere insieme a lui quel rovescio a una mano che è rimasto una rarità nel mondo degli spara tutto. Lui stesso definisce “vintage” quel colpo che ha imparato da bambino e per fortuna nessun allenatore ha provato a modificarlo seguendo la moda e la massa. Quello che è un suo pregio, però, rischia di essere anche un problema. Lorenzo che oggi è il numero 24 al mondo, si inventa angoli e traiettorie che altri non vedono, ma alla fine quello che conta è sempre vincere un set in più dell’avversario. “Sono sempre stato un po’ un esteta. Mi piace il bello, la bellezza delle cose. Essere definito uno dei giocatori più eleganti, con uno stile un po’ raro, mi inorgoglisce parecchio”. E poi aggiunge una frase che forse racconta più di tutte la sua maturazione: “Negli ultimi anni ho capito che l’efficacia spesso e volentieri batte anche la bellezza. Bisogna cercare di essere il più semplici possibile, ma anche efficaci”. Musetti è in tour a Milano per motivi di sponsor. È tornato a essere brand ambassador di Kia, un marchio che lo aveva già appoggiato qualche anno fa e gli piace paragonarsi a un’auto elettrica: “rappresenta il futuro, anche l’eleganza e lo stile. Mi piace definirmi silenzioso e pulito nel campo da tennis, nonostante il mio rovescio vintage”.
Questo 2026 non è stato l’anno che sperava. Dopo l’inizio bruciante che lo ha portato tra i top 5 del mondo fino ai quarti dell’Australian Open, dove sul 2-0 contro Djiokovic, ha dovuto arrendersi per un problema all’adduttore. “Purtroppo è stata una stagione ricca di infortuni e non di risultati. Ora sogno le Finals, ma il vero obiettivo è costruire un fisico migliore che sopporti i ritmi del tennis di oggi, dove, tra l’altro, siamo anche costretti a giocare in condizioni climatiche particolarmente dure”. Le Finals di Torino come sogno di fine stagione, prima di tornare ai vecchi sogni: “Ce ne sono tanti nel cassetto. È difficile racchiuderli in uno solo, però sicuramente c’è vincere un Grande Slam”. E se può scegliere, la risposta arriva facile: “Wimbledon, per la sua nomea e per la sua unicità”. Ma Wimbledon non basta. “Il sogno si accompagna anche a quello di diventare numero uno al mondo”.
“Dopo l’Australia sentivo di essere veramente vicino a quell’obiettivo. Adesso devo recuperare un po’ di posizioni. La beffa è che quando pensavo di essere al mio picco mi sono fatto male”, aggiunge. Allenare il fisico e la testa. Il tennis chiede tutto. “Lavoro settimanalmente con una psicologa, sia sulla parte personale sia su quella lavorativa. E sul fisico praticamente ogni giorno, quello non si può fermare”. Perché se c’è un terreno sul quale Musetti sente di essere cambiato è proprio quello mentale: “In carriera sono dovuto crescere molto da questo punto di vista”. Vale anche per quelle giornate in cui la racchetta sembra avere una vita propria e Lorenzo un’altra. Le esplosioni, le proteste, qualche partita regalata più a se stesso che all’avversario. “Fanno purtroppo parte di me. Però credo di essere migliorato tanto nell’ultimo periodo”. E proprio quel maggiore controllo, dice, gli ha permesso di giocare meglio: “L’atteggiamento e il comportamento in campo mi hanno aiutato a mantenere maggiore rigore e anche maggiore creatività”.
Creatività che nasce soprattutto da quel rovescio a una mano che, nel tennis moderno, sembra quasi una specie protetta. “Credo sia quello che mi contraddistingue dal gioco moderno. Purtroppo il rovescio a una mano sta scomparendo piano piano”. Il motivo è semplice: “Con i ritmi moderni è sempre più difficile riuscire a ottenere qualcosa da quel colpo. Infatti ormai quasi non si insegna più nelle scuole tennis”. Lui però resiste. “Spero sempre di lasciare uno spiraglio di luce verso un colpo che purtroppo sta andando a scomparire”. Nessuno, racconta, ha mai davvero provato a trasformarlo in un giocatore a due mani: “Il mio tennis si è sempre strutturato intorno al rovescio a una mano. Ho costruito uno stile di gioco che potesse funzionare con quel colpo. Nessuno mi ha mai messo la seconda mano”. Meno male, vien da aggiungere.
Con quel rovescio a una mano ha battuto Djokovic quando era numero uno, Alcaraz in finale ad Amburgo, Zverev alle Olimpiadi. Ha battuto tutti i grandi tranne uno. “Jannik è l’unico che non ho mai battuto”. Eppure di Sinner non parla con fastidio, semmai con ammirazione. “Jannik ha aperto una strada che nessuno aveva mai nemmeno toccato. Prima di lui non c’era mai stato un italiano numero uno al mondo e nessuno in Italia aveva vinto così tanti Slam”. Gli chiedi quale colpo ruberebbe a Sinner e Musetti sorprende. Non il diritto, non il rovescio, non il servizio. “Gli ruberei la sua forza mentale. Credo sia la cosa che mi ha sempre impressionato di più”. In fondo è lì che oggi si può fare la differenza tra campionissimi. “Abbiamo stili di gioco completamente diversi, però la sua freddezza mentale, il modo in cui riesce ad arginare tutte le situazioni negative che si creano in campo e anche fuori, è qualcosa che gli ruberei volentieri”. C’è un posto, però, dove Musetti sembra non sentire confronti né gerarchie: quando gioca per l’Italia. “Per me la medaglia olimpica significa tantissimo. E poi la Davis. È come se avessi sentito un’energia, una sorta di calore umano che arrivava dal pubblico e da tutta l’Italia. Rappresentare la propria nazione credo sia una delle cose più belle”. Negli ultimi anni abbiamo dimostrato che questa amicizia ci ha aiutato anche ad alzare il livello”.
Fuori dal campo Musetti, a 24 anni, ha già una vita che molti colleghi scopriranno parecchio più avanti. È diventato padre di Ludovico a 22 anni e poi è arrivato Leandro. “Ho fatto questa scelta a un’età non proprio solita. Ho ricevuto anche tanti commenti negativi. Non voglio dire odio mediatico, ma c’era chi diceva che non sarei stato pronto e che avere un figlio avrebbe distrutto la mia carriera”. È successo esattamente il contrario. “Da quando è nato Ludovico e ho scoperto la gioia di essere papà, ho avuto un’ondata di motivazione e di stimoli anche dal punto di vista lavorativo”. Così con Veronica hanno deciso di non fermarsi: “Abbiamo fatto doppietta subito”. Adesso Ludovico ha già una racchettina. “A volte mi chiede di giocare in cameretta o in casa. Mi vede spesso in televisione, quindi ormai associa sicuramente la racchetta e la pallina al papà”. Ora lo vedrà anche sui muri, messo in mutande da un altro sponsor che lo ha voluto come testimonial: “Non è stato facile dirlo a Veronica, ma alla fine è stata contenta anche lei”.