Il Baffo che dribblò due volte la vita

Se ne va Sandro Mazzola, ma la verità vera, che i cronisti di lunghe e di brevi ma soprattutto tutti gli innamorati del calcio sanno, è che “Sandrino” la sua morte l’aveva già scontata. Non aveva bisogno d’altro, per vivere da uomo buono e sereno, come voleva essere ricordato, e ricco di un’ironia gentile, come sa chiunque ci abbia parlato anche solo qualche istante
19 SET 26
Ultimo aggiornamento: 15:26
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Il protagonista del malinconico romanzo breve La lunga di Roberto Perrone, gran penna del giornalismo sportivo che se n’è andato anche lui da tempo, è un giornalista sportivo che non ha fatto carriera e in età pensionabile è ancora costretto a fare “le lunghe”, cioè tirar tardi la notte nell’attesa improbabile che alla Fortezza Bastiani di via Solferino arrivi una notizia da rifare la prima pagina. Allo sport? “Se morisse Rivera…”, è la risposta che si beccava ogni volta. Sarà solo letteratura? Chissà. Rivera ha sempre avuto un quid di aura in più, sarà stato il Pallone d’oro, l’eleganza in campo, un certo frisson di vita irregolare e parola libera fuori dal campo, che in quegli anni per un calciatore italiano era già trasgressione. Ma la verità vera, che i cronisti di lunghe e di brevi ma soprattutto tutti gli innamorati del calcio sanno, è che Sandro “Sandrino” Mazzola la sua morte l’aveva già scontata. Il papà Valentino rimasto a Superga se l’è per sempre lasciato indietro, e se l’è per sempre portato con sé. A bordo campo e nei sogni di ogni notte soprattutto, quando altri facevano la lunga. Non aveva bisogno d’altro, per vivere da uomo buono e sereno, come voleva essere ricordato, e ricco di un’ironia gentile, come sa chiunque ci abbia parlato anche solo qualche istante. 
Molti oggi hanno parlato soprattutto di lui e Valentino. Ma Sandro Mazzola è stato soprattutto il fuoriclasse che vinse la prima Coppa dei Campioni contro il Real con la Grande Inter, due gol e un assist, l’Mvp non esisteva ancora; ma il momento della sua gloria e felicità intima fu poi, lo raccontò molti anni dopo: “Nel sottopassaggio, all’entrata in campo, resto incantato davanti a quei due mostri là, Di Stefano e Puskas. Sono emozionato, ho i brividi. Finalmente si gioca. Faccio 2 gol e l’assist per Milani, vinciamo 3-1. Baci e abbracci in campo, caroselli, il presidente Moratti in trionfo. E a me succede una cosa fantastica: Puskas si avvicina, mi consegna la sua maglia numero 10 e… ‘sei degno del grande campione che è stato tuo padre’. Una notte magica, forse la più memorabile della mia carriera”.
Era stato la mascotte del Grande Torino, poi Veleno Lorenzi lo portò all’Inter, c’era anche il fratellino Ferruccio che ha finito la sua vita agra già anni fa. E divenne il figlio del reggimento, “l’Inter mi ha salvato la vita”. E divenne il leggendario campione della prima stella dell’Inter, della seconda Coppa, delle due Intercontinentali. Della “serpentina di Budaest” che resterà uno dei gol più gloriosi della storia del calcio, e del gol con sei palleggi contro la Svizzera, che resterà uno dei più belli della Nazionale. Di Messico 70 Rivera disse molti anni dopo, senza bisogno di un plotone d’esecuzione: potevamo giocare insieme. Lui rispose: “Dovevamo”. Ne avremmo beccate ugualmente quattro, da O Rey e dal Brasile più forte di sempre. Ma ci saremmo persi qualche miliardo di discussioni al bar che non sono ancora terminate.

Solo qualche mese fa, la voce di carta vetrata più flebile, aveva detto parole di saggezza: “Ma come possiamo oggi far crescere campioni in Italia se non sappiamo allenare i giovani?
Andate a vedere come allenano i bambini adesso… Io ho portato mio nipote al calcio, me ne sono scappato subito. Allenamenti alle sei e mezza di sera! Venti minuti di giri di campo, gli ostacoli, la corda… gli hanno dato dieci minuti di pallone! Oh! Questo si chiama gioco del pallone, quindi bisogna dare il pallone ai bambini!”. 
Se n’è andato con uno scatto improvviso, dei suoi imprendibili, dribblando le parole inutili. Un sorriso tra i baffi.