Il duello western tra Adzic e la difesa della Juventus

Un anno dopo il gol che decise la partita contro l'Inter, settembre è ancora un mese decisivo per le sorti della Juventus e del calciatore montenegrino che quest'anno indossa però la maglia del Sassuolo

14 SET 26
Ultimo aggiornamento: 09:30
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Tredici settembre, 2025. Juventus Stadium, Venaria Reale di Torino. Minuto novanta più uno, Vasilije Adžić, diciannovenne prodotto del vivaio bianconero, sferra un destro terrificante poco sotto l’incrocio dei pali della porta dell’Inter, risolvendo la partita a favore interno per 4-3.
Tredici settembre, 2026. Mapei Stadium a Reggio Emilia, la casa del Sassuolo. Ora il ragazzo montenegrino gioca in neroverde, mandato dalla Juve ad accumulare minuti in Serie A che Luciano Spalletti non può o non vuole dargli: per Alberto Aquilani, tecnico emiliano, Adžić invece è un talento da collocare magari più indietro, partendo da mezzala con libertà di inserimento. Facile succeda qui, c’erano riusciti Lorenzo Pellegrini e Davide Frattesi, ci sta provando Darryl Bakola.
Minuto novanta più quattro, ancora più estremo. Il match è 2-2 dopo i fuochi d’artificio degli ultimi secondo, quando l’ala tutto sinistro Edon Zhegrova - con addosso la maglia rosa delle origini - aveva raddoppiato le reti personali per pareggiare quella dello scozzese Kieron Bowie.
Mancano trenta secondi alla fine del recupero, il Sassuolo viaggia in contropiede a destra con Armand Laurienté. Il francese, nella terra natia, giocava proprio là; mentre nella terra fra Sassuolo e Reggio deve abitualmente traslocare per lasciare spazio a Domenico Berardi o a Christian Volpato. Laurienté ha metri: Benjamín Domínguez chiede la profondità, Adžić è libero a sinistra e riceve.
Perfettamente in gioco, il numero 17 si avvede che la “marcatura” di Douglas Luiz (perché ultimo uomo?) è un eufemismo definire blanda: semmai larga, a due chilometri l’ora. Davanti a sé c’è un’altra vita, un portiere che lo scorso anno non era con lui a celebrare il successo in extremis: Guglielmo Vicario. L’azione diventa un duello da mezzogiorno western, pistola contro fucile.
Stop agevole, Douglas arretra ma non si avvicina, le gambe aperte e improvvisate di chi non è al suo posto. Vicario sa che Vasilije tirerà comunque, anche se forse non subito. Il fantasista recupera centimetri, non metri. Il brasiliano lo attende al centro, ma la prateria è dritta davanti all’avversario. All’ultimo la maglia rosa decide di intervenire alzando la gamba destra, quando è troppo tardi.
Adžić ha ancora i decimi di secondo per scattare una fotografia a Vicario, alla porta, alla curva ospite prima dell’esecuzione. Non ha modo di pensare che si tratta di un fratricidio. C’è il qui e l’ora, al massimo il pentimento della non esultanza ma dopo, solo dopo. Il cecchino balcanico prende finalmente la mira e spara di piatto destro, sotto l’altro incrocio rispetto a 365 giorni fa.
Non c’è più tempo per sovvertire le sorti: ancora una volta il suo ventenne d’oltremare, allevato a Vinovo, è decisivo per la Juve di metà settembre. E se ci sta prestarlo per aumentarne l’impatto nel pur poverissimo calcio italiano d’oggi, resta da chiedersi come mai Spalletti non gli abbia dato poi chissà quale spazio lo scorso torneo, dopo avergli consegnato il prestigioso scalpo dell’Inter.
Interrogativi che lasciano la domenica, tra l’ombra carsica di Antonio Conte alle spalle della panchina zebrata, e i primi due rigori assegnati in campionato dopo oltre trenta partite. Siamo diventati un paese dai difensori irreprensibili, oppure c’entra anche qualche assestamento regolamentare per falli di mano non punibili e altre amenità da calcio moderno artificiale?
A propendere per il cambiamento di pelle sta anche la totale assenza, finora, di zero a zero nei risultati di Serie A: così poco italiana, così poco rimpianta. Allora viva il calcio spensierato di Diego Moreira, esterno mancino belga che ricorda l’euforia per Curação ai mondiali di giugno: segna due goal di pregevole fattura, salva il Milan e corre sotto la curva (che tristezza quella laziale vuota), rivendicando l’essere schierato dalla parte giusta, non a piede invertito da nuovi scienziati pazzi.
Nella Norimberga che verrà, gli specialisti saranno assolti e chi fonda un partito contro la difesa a tre vincerà le elezioni.