Lo sport e la paura di sbagliare, una lezione per coach e genitori

Se vogliamo evitare che un atleta inizi a percepire un errore come una minaccia, dobbiamo “desensibilizzarlo”, ossia reinquadrare l’errore come ciò che era in origine: un feedback utile a crescere. Per farlo, ci sono pratiche da evitare e pratiche da preferire, sia come allenatori che come genitori    

12 SET 26
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(Foto Ansa)

Non nasciamo con la paura di sbagliare, e se guardiamo un bambino nei primi mesi di vita ciò è lampante. Provando a camminare, il bambino cadrà decine di volte; provando a costruire le prime frasi, commetterà un’infinità di errori, spesso comici. Eppure nessun bambino, dopo aver fallito, deciderebbe di sua sponte che camminare e parlare non fanno per lui: gli insuccessi non sono di per sé tanto spaventosi da inibire la volontà di tentare. La paura dell’errore, quindi, è appresa più di quanto non sia innata. Per capire come ciò avvenga, ritengo utile analizzare uno degli studi più controversi della psicologia.
Nel 1920, lo psicologo John B. Watson fece un esperimento con un bambino di nove mesi di nome Albert. Inizialmente, il piccolo Albert restava sereno alla vista di un topolino bianco (uno stimolo che, per un bambino molto piccolo, è del tutto innocuo). Dopo un po’, però, Watson iniziò ad associare la comparsa del topo nel campo visivo di Albert a un rumore violento, sbattendo una barra di metallo dietro di lui. Nel giro di poco tempo, Albert iniziò a piangere disperato alla sola vista del topolino, anche dopo che Watson smise di produrre il suono spaventoso in sua presenza: lo stimolo inizialmente innocuo era stato “condizionato” come terrificante. Albert aveva imparato a temere i topolini bianchi.
Traslando questo meccanismo al mondo dello sport, la dinamica è identica: l’errore tecnico è il topolino bianco (un'informazione di per sé neutra, come “hai alzato poco il ginocchio” o “hai colpito troppo di punta”) ma l'ambiente esterno, associandovi dei “rumori spaventosi”, può trasformarlo in qualcosa da temere. E spesso, senza accorgersene, sono proprio allenatori e genitori a farlo.
Quando si reagisce negativamente a un errore, l’atleta associa le conseguenze spiacevoli della “punizione” all’errore stesso, e inizia a percepirlo come una minaccia. Il risultato? L’atleta smette di tentare, e si rifugia nel “compitino”, perdendo così la voglia di forzare i propri limiti: il gioco non vale più la candela. Se vogliamo evitare che ciò accada (o se vogliamo restituire all’atleta il diritto di sbagliare), dobbiamo “desensibilizzarlo”, ossia reinquadrare l’errore come ciò che era in origine: un feedback utile a crescere. Per farlo, ci sono pratiche da evitare e pratiche da preferire, sia come allenatori che come genitori.
Le pratiche da evitare sono quelle che associano l’errore a delle conseguenze negative per la persona, come i silenzi punitivi (ignorare l’atleta o il figlio dopo uno sbaglio: comunica che stima e attenzione non sono rivolte alla persona ma solo ai suoi risultati); le umiliazioni (troppe volte mi è toccato sentir dire in piscina “ma che sei ritardata?” a ragazzine di 10-15 anni dopo uno sbaglio); l’uso della fatica come castigo (associa lo sbaglio al dolore fisico e la fatica dell’allenamento alla spiacevolezza della punizione); o gli interrogatori post-evento (trasformano il viaggio verso casa in un asfissiante processo all’individuo).
Le pratiche da perseguire, invece, se vogliamo essere davvero utili a chi abbiamo accanto, sono quelle che reinquadrano il fallimento sotto una luce sana. Per gli allenatori, ciò significa separare risultato e identità (dire “stai mettendo troppa attenzione qui e poca lì” è diverso da dire “sei sempre distratto”); validare i tentativi dell’atleta alla base del fallimento (“ho visto che hai provato: hai fatto bene. La prossima volta facciamo in quest’altro modo”); costruire insieme le soluzioni (analizzare il video del gesto tecnico e decidere insieme cosa fare diversamente). Per i genitori, invece, questo significa rappresentare sempre e comunque un porto sicuro. La stima del genitore, infatti, deve essere incondizionata, e il modo migliore di stare accanto al proprio figlio sportivo è interessarsi delle sue attività senza invaderle. Dopo una competizione, quindi, dire semplicemente “mi è piaciuto moltissimo guardarti gareggiare” è spesso la scelta più adeguata.
Perché alla fine è vero ciò che diceva Michael Jordan: “Ho sbagliato più di novemila tiri nella mia carriera: ed è per questo che ho avuto successo”.