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È una Serie A-mericana
Perché i nostri club piacciono tanto agli stranieri? Parlano Luciano Segreto, professore di Storia dell’impresa italiana all’Università Bocconi, e Pippo Russo, docente di Sociologia dell’Università di Firenze
12 SET 26

Il proprietario del Milan, Gerry Cardinale (foto LaPresse)
Un campionato per stranieri. In campo e non solo. Nella prima giornata di Serie A su 319 giocatori schierati solo 95 erano italiani (contro i 99 dello scorso anno). Nella seconda è andata anche peggio: solo 61 italiani presenti al fischio d’inizio. Nella terza il dato conferma la tendenza: gli italiani sono meno del 30 per cento del totale dei calciatori schierati. Nulla di strano se si pensa che in Serie A sono tredici i club in mano a proprietà estere e ben dieci fanno capo a imprenditori e fondi nord-americani.
Di assolutamente autoctono restano tifosi e la loro passione che è potenzialmente garanzia di business. Questa è una delle ragioni che possono spiegare perché i gruppi finanziari e fondi internazionali stanno invadendo il calcio italiano.
Luciano Segreto docente di Storia dell’impresa italiana all’Università Bocconi sottolinea: “Il mondo americano è da sempre attratto dallo sport business. Negli Stati Uniti si investe da sempre sullo sport come su qualunque altra attività economica. Non per forza per vincere. La logica è diametralmente opposta a quella in cui siamo calcisticamente cresciuti in Italia dove l’obiettivo sono scudetti e coppe. Chi compra i nostri club non è un tifoso e la sua permanenza nella società è limitata nel tempo. Per questo prevalgono quasi solo logiche contabili”.
A oggi sono di proprietà statunitense: Milan, Inter, Roma, Atalanta, Fiorentina, Parma, Frosinone, Venezia, Monza. C’è poi il Bologna “canadese”, il Genoa “rumeno”, il Como “indonesiano”.
Il docente di Sociologia dell’Università di Firenze Pippo Russo aggiunge: “L’invasione del capitalismo americano si spiega semplicemente con l’assenza del capitalismo italiano. Il paese non ha più la forza economica per sostenere diversi segmenti dell’economia nazionale e tra questi l’industria calcio”.
Spariti i Berlusconi e i Moratti gli imprenditori italiani non hanno più i mezzi milionari da investire in un mondo del calcio i cui costi sono sempre più esorbitanti.
“Ingenuamente i tifosi sono rimasti legati ai vecchi schemi. Sperano ancora nello sceicco di turno che arrivi, investa sui campioni e faccia vincere la squadra ma non è così e a volte anche i buoni propositi non bastano”, spiega Russo. “Sintomatico il caso Commisso arrivato da New York carico di dollari e salutato con entusiasmo a Firenze dopo la criticata gestione Della Valle. È bastata una stagione sotto le attese per scatenare la contestazione. È la prova di una scarsa maturità dei nostri tifosi e di approcci superficiali da parte dei management stranieri. Il club deve rappresentare anche una tradizione, un territorio al di là dei risultati. Due aspetti totalmente trascurati dalle proprietà americane”.
Questo aspetto si avverte meno nelle grandi città, ma è più visibile in provincia. Si guardi al caso del Parma (gruppo Krause), dove ai risultati del campo non si associa una particolare cura dei rapporti con il territorio né di fidelizzazione dei tifosi.
Secondo Russo: “Il caso Como è il più emblematico. Qui è sbarcata una potente famiglia indonesiana che si sta comprando un territorio oltre alla squadra. Assistiamo a una sorta di colonizzazione soft dell’esclusiva zona del lago lariano all’ombra del pallone”.
Il professor Segreto aggiunge: “Dal punto di vista dello sport business il calcio italiano garantisce ancora brand con riconoscibilità internazionale a bassi costi. Combinazione impossibile in realtà come la Premier, la Bundesliga o la Liga. A oggi esistono ancora piazze appetibili per fama e bacini di tifosi: si pensi alla Lazio, al Napoli, al Torino, al Bari”.
Punto fermo per tutte le proprietà straniere è l’idea di avere stadi di proprietà. Un bel problema. Per Russo: “L’Italia è il paese peggiore dove costruire impianti sportivi come insegnano le vicende di Roma e Milano. Anche laddove gli stadi nuovi ci sono non è automatico il business. Si veda il caso dello stadio Giglio della Reggiana, costruito nel 1995 e svenduto al Sassuolo (Mapei Stadium) per appena 3 milioni nel 2013”.
Altro punto che accomuna gli investitori stranieri è la scarsa empatia con i tifosi. In quasi tutte le piazze i rapporti tra tifoserie e nuove proprietà non sono idilliaci, per usare un eufemismo. I casi di Milan e Fiorentina con contestazioni feroci a Cardinale e Commisso sono emblematici. Il calcio in Italia, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti (vedi Mondiali trumpiani), non è solo show-business. Con la passione irrazionale del tifo nostrano anche i manager dei fondi stranieri hanno i loro problemi.