Dariya Derkach e un oro pieno di messaggi

Dall’Ucraina all’Italia, dalla pazienza per diventare azzurra alla rinascita dopo le operazioni
Immagine di Dariya Derkach e un oro pieno di messaggi

Dariya Derkach, 33 anni, nata in Ucraina e arrivata in Italia a nove anni, festeggia con il tricolore l’oro europeo nel salto triplo, coronamento di un percorso segnato da infortuni, attese e una lunga rincorsa alla Nazionale (foto Getty)

Il salto triplo di Dariya Derkach è stato molto più lungo di quello che racconta la misura che l’ha portata all’oro europeo qualche settimana fa. La sua rincorsa parte da molto lontano, da un piccolo paese dell’Ucraina, lontano dalla zona della guerra, dove ha trascorsi i primi nove anni della sua vita. E con i suoi balzi ha dovuto superare un sacco di ostacoli. La lunga attesa per poter vestire la maglia azzurra. Le tre operazioni a cui si è dovuta sottoporre per recuperare il tendine d’Achille. Ma Dariya è una che non molla, anzi la perseveranza è una delle sue doti. “Continuano a chiedermi: hai realizzato? La verità è che ancora non del tutto – racconta – È stata una cosa che ho desiderato tantissimo, non per mesi ma forse per anni”.
È un oro che pesa più dei centimetri misurati sulla sabbia. “È la medaglia di un lungo percorso”. Dentro ci sono gli anni passati a inseguirla, ma soprattutto tutto quello che è successo quando sembrava che il corpo volesse presentare il conto. E allora l’oro è diventato soprattutto la medaglia della perseveranza.
Dariya è nata in Ucraina, ma la sua vita sportiva e non solo è cresciuta in Italia. È arrivata qui a nove anni, portandosi dietro qualche immagine: “Mi ricordo la casa dei nonni, il fiume sotto casa loro, un po’ lo stadio di atletica dove si allenavano i miei genitori. Io praticamente sono cresciuta in uno stadio”. L’atletica, insomma, c’era fin dall’inizio: “I miei genitori mi portavano allo stadio già in carrozzina. Ero una bambina scatenata”. La prima casa italiana fu Sant’Egidio del Monte Albino, in provincia di Salerno. Non parlava italiano ed era timidissima. “Mi vergognavo anche di parlare. I miei genitori, quando andavamo a fare la spesa, mi spronavano a chiedere magari cento grammi di prosciutto proprio per costringermi a usare l’italiano”. Poi arrivarono due bambine che abitavano sotto casa. “Le ricordo con tanto amore. Sono state la prima vera fase della mia integrazione. Giocavamo ogni pomeriggio insieme, pranzavamo insieme, cenavamo insieme, facevamo le tombole di Natale. Mi hanno fatto sentire quasi parte della loro famiglia”.
A scuola fu invece lo sport a cambiare tutto. “Quando si parla dello sport come mezzo di inclusione, per me è stato esattamente così”. Alle elementari, a Nocera Inferiore, era l’ultima arrivata in un mondo dove quasi tutti già si conoscevano. “Andavo a scuola, facevo le mie cinque ore e tornavo a casa”. Poi arrivarono i Giochi sportivi studenteschi. “Vinsi due o tre garette. Mi ricordo quelli di quinta, che a noi sembravano già grandi, venire da me e fare i cori: ‘Dariya, Dariya…’. Per me fu un wow. Dal giorno dopo diventai magicamente amica di tantissimi”.
L’atletica che la fece sentire meno straniera fu però anche quella che per anni la costrinse ad aspettare la maglia azzurra. “È stata un’attesa lunga, ma consapevole, perché conoscevamo bene la legge italiana”. Sulla propria identità non ha invece mai avuto molti dubbi. “Mi rendo conto che per qualcuno non sarò italiana e per altri sì. Dopo la mia medaglia ho letto commenti di ogni genere. Alcune pagine ucraine hanno pubblicato il video della vittoria cambiando la bandiera e sotto c’era chi scriveva: “Ma cosa c’entra lei con noi? È andata via a otto anni”. È una situazione forse indefinibile”. Lei, però, sa dove è cresciuta. “Sono nata in Ucraina, certo, ma avevo pochi anni. Tutto il mio percorso consapevole e la mia forma mentis si sono costruiti in Italia”. Basta vederla quando suona l’inno. “È l’inno che conosco, quello che ho studiato a scuola, quello con cui sono cresciuta. L’ho sempre sentito mio”. Italianissima anche a tavola, almeno da bambina: pizza e mozzarella. “Fortunatamente da ragazzini si ha un metabolismo potente”, ride.
“Sono cresciuta in Italia, e quello di Mameli è il mio inno. Non ho mai pensato di mollare”
Il salto triplo, curiosamente, non fu subito una scelta. Ha cominciato con le prove multiple per capire meglio il suo corpo. Mamma Oxana era triplista, papà atleta e poi allenatore. La strada era segnata, ma Dariya aveva anche un’altra passione. “Il mio amore di sempre è il football americano. Mio papà giocava tra Salerno e Napoli e da piccolina andavo a vedere tutte le sue partite. A tre o quattro anni pensavo: se mi taglio i capelli magari non si accorgono che sono una femmina e posso giocare anch’io”.
La parte più difficile della sua storia recente racconta operazioni e mesi trascorsi a cercare di rimettere insieme il tendine d’Achille. Il 2025 era cominciato nel peggiore dei modi. “Mi sono mezza lesionata al tendine praticamente nel riscaldamento della prima gara. E la preparazione era andata benissimo, sapevo di essere in forma. Mi era rimasta quella ferita di non essere riuscita a dimostrare niente”. Poi gli interventi, uno dietro l’altro. E una carriera che avrebbe potuto improvvisamente fermarsi. “La forza forse non l’ho mai persa. Volevo dare un senso a tutti questi anni e a tutto l’impegno che ci avevo messo. L’atletica è il centro della mia vita: buttare via tutto e dire ‘mi sono operata, basta’ senza neanche provarci mi sarebbe sembrato stupido”. Ha preso tutto come una sfida e alla fine l’ha vinta sulla pedana di Birmingham. Un traguardo, ma allo stesso tempo una tappa. Chi fa la sua specialità non si ferma mai al primo salto. “Corpo permettendo, perché l’anno scorso gli ho dato un po’ di botte penso a Los Angeles… Ma credo che mi supporterà ancora per un po’”.
“L’atletica è il centro della mia vita: buttare via tutto senza provarci mi sarebbe sembrato stupido”
Dariya ha osservato da dentro la trasformazione dell’atletica italiana. La prima maglia azzurra l’ha indossata nel 2013 e da allora ha percepito un cambiamento soprattutto mentale. “Oggi c’è una squadra consapevole di essere forte. Arriviamo alle gare volendo battere anche quelli che sulla carta sono più forti di noi. Anni fa li guardavamo quasi pensando: beati loro che sono così forti. Adesso non più”. Non pensa che sia soltanto una stagione fortunata: “Lo sport italiano è cresciuto come mentalità e consapevolezza”. E in questa nuova Italia dello sport le donne hanno preso uno spazio enorme con le loro vittorie. “Le donne sono sempre state forti. Naturalmente siamo programmate per sopportare cose che forse i maschietti non possono neanche immaginare. Poi la storia ci ha dato piano piano sempre più possibilità e occasioni per dimostrarlo e oggi forse stiamo arrivando verso una vera parità”.