Essere Roger Federer

Il campione svizzero è entrato nella Hall of Fame del tennis e ha spiegato come è nata la sua passione (c’entrano anche i raccattapalle), come la si coltiva (c’entra l’amore) e come si curano i dettagli (a partire da 7.000 calzini). Da leccarsi i baffi
2 SET 26
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Appena inserito nella Hall of Fame del tennis, Roger Federer va ad abbracciare la moglie Mirka (foto di Clive Brunskill/ITHF/Getty Images)

Roger Federer entra nella International Tennis Hall of Fame e racconta la sua vita senza partire dai record: le racchette di legno, i genitori, Mirka, i rivali, gli allenatori, le ginocchia, i campi disegnati col gesso e soprattutto il ricordo di quando, a tredici anni, era raccattapalle agli Swiss Indoors. “La fama non è mai stata il mio obiettivo. Volevo passare la vita facendo qualcosa che amo, con persone che lo amano quanto me”. Ecco il discorso pronunciato da Federer il 30 agosto.
Sono entusiasta di essere arrivato fin qui, alla International Tennis Hall of Fame. Questo è un posto bellissimo e finora mi sono goduto ogni singolo minuto. Naturalmente: qui avete i campi in erba, che sono i miei preferiti. Era inevitabile che mi trovassi bene.
Il museo è incredibile: racchette, trofei, abiti iconici dei grandi campioni, più di 25 mila cimeli. E adesso, immagino, anch’io sono diventato uno di loro. È strano e meraviglioso attraversare la Hall of Fame, immergersi nella storia del tennis, leggere le storie dei propri eroi e rendersi conto, per la prima volta, che c’è un posto anche per te. È uno dei più grandi onori della mia vita.
La chiamano Hall of Fame, ma la fama non è mai stata il mio obiettivo. Il mio obiettivo era trascorrere la mia vita facendo qualcosa che amo, insieme a persone che lo amano quanto me. E moltissime di quelle persone oggi sono qui: la mia famiglia, gli amici che significano tutto per me, i tifosi che hanno viaggiato per raggiungerci e che continuano a dimostrarmi affetto dopo tutti questi anni. E poi tutte queste leggende sedute qui davanti. Che privilegio.
“La fama non è mai stata il mio obiettivo. Il mio obiettivo era trascorrere la mia vita facendo qualcosa che amo”
Ora posso raccontarvi che cosa ci è voluto davvero per arrivare nella Hall of Fame. Non parlo degli Slam o delle settimane da numero uno, ma dei numeri che raccontano davvero una storia.
Tra il 1998, quando entrai per la prima volta nel circuito ATP, e il 2022, quando mi sono ritirato, ho indossato più di 5 mila fascette per capelli. Più di Borg e McEnroe messi insieme. Almeno credo: per qualche ragione il circuito non tiene il conto delle fascette, ma naturalmente lo faccio io. Ho usato anche più di 7 mila paia di calzini, probabilmente il doppio di molti miei avversari, perché ne mettevo due paia alla volta. Una volta, nel primo turno a Wimbledon, ero così nervoso che ne indossai addirittura tre paia. Me ne accorsi soltanto dopo la partita. E i miei incordatori, Ron e Nate, hanno incordato circa 10 mila racchette in venticinque anni.
Ma non esiste un modo per misurare che cosa significhi essere qui. Ho avuto il privilegio di entrare sull’erba del Centre Court di Wimbledon, alzare lo sguardo verso Mirka, i nostri quattro figli, i miei genitori e la mia squadra, e poi guardare dall’altra parte della rete e trovarmi davanti alcuni dei più grandi giocatori di sempre. Ho giocato sulla terra rossa del Roland-Garros, davanti a migliaia di tifosi a Melbourne Park, a Flushing Meadows e alle Finals. Immagini come queste sono impresse nella mia mente.
Eppure, quando chiudo gli occhi e penso al gioco che amo, ecco che cosa vedo. Sono a Basilea. Ho tredici anni. Siamo agli Swiss Indoors.
Non sto giocando. Sono un raccattapalle. Sono in piedi contro la parete di fondo, con le mani dietro la schiena e gli occhi sulla pallina. Non dimenticherò mai come appariva il gioco visto da lì e che cosa si provava. L’emozione di stare così vicino ai giocatori, passare loro la pallina, porgere loro l’asciugamano, vederli sudare, guardarli combattere, cercare una soluzione, affrontare le difficoltà e l’intensità. Ricordo che la mattina dopo non sentivo più le gambe. Stare in piedi tutto il giorno è un lavoraccio.
Per questo voglio davvero ringraziare tutti i raccattapalle che sono rimasti in campo durante le mie partite, durante tutte le nostre partite, per ore e ore. Vi vedo. Vi ringrazio. Io sono stato uno di voi.
A tredici anni ero già innamorato del tennis da un decennio. I miei genitori raccontano che presi in mano una racchetta a tre anni, quella di legno di mio padre. Esatto: sono cresciuto con le racchette di legno e le palline bianche. Sono così vecchio. Quella racchetta era talmente pesante che giocavo sia il diritto sia il rovescio a due mani. Chi avrebbe mai immaginato che sarei diventato un giocatore a una mano?
La Svizzera è stata un posto straordinario in cui crescere. I miei genitori hanno regalato a me e a mia sorella Diana un’infanzia meravigliosa. Da bambino colpivo palline contro gli armadi della camera, la porta del garage dei nonni e i muri dei circoli. Giocavo a calcio con gli amici: ero Maradona o Zidane. A basket ero Jordan o Shaq. Andavamo in skateboard e in bicicletta con il Walkman, giocavamo a ping-pong e badminton. Ma per me il tennis era l’evento principale.
Il tennis divenne il tessuto della mia vita. Mia madre aveva un lavoro a tempo pieno, ma organizzava le mie lezioni, mi iscriveva alle partite, sosteneva i miei allenatori. Era lei a rendere possibile tutto questo. Anche mio padre passò moltissimo tempo in campo con me. Ricordo soprattutto il suo divieto assoluto di giocare pallonetti alti quando lo affrontavo: mi ha reso un giocatore più aggressivo. Grazie papà: Robbie Federer, il vero RF.
Nella nostra strada, accanto agli orti comuni, io e i miei amici usavamo il gesso per disegnare un campo, tiravamo una rete e giocavamo a mini-tennis con una pallina morbida. Andavamo avanti fino a notte fonda nelle sere d’estate. E quella parola, “giocare”, dice moltissimo. Noi giochiamo a tennis. Siamo giocatori di tennis. Per me è questo il punto: il senso del gioco. Questo sport richiede lavoro e allenamento, certo, ma il senso del gioco mi ha sempre accompagnato. Quando il lavoro e il gioco si fondono, quella è la sensazione migliore.
È anche per questo che sono diventato professionista. Non mi consideravo un atleta professionista: ero un giocatore di tennis, semplicemente, parte di una comunità di giocatori e di persone del tennis. Dipendeva da me se vincevo o perdevo. Ero io quello in campo che serviva, tagliava la palla, schiacciava, vinceva, perdeva. Mi piaceva da impazzire.
Ma ho imparato che il tennis non riguarda mai soltanto i giocatori. È un intero ecosistema. Sono le madri e i padri come i miei che accompagnano i figli alle partite e fanno il tifo. Sono gli allenatori che insegnano ai bambini come vincere e come rialzarsi quando perdono. Sono le persone che puliscono i campi, raccolgono le palline, i giovani giocatori che hanno l’opportunità di fare i raccattapalle. E poi ci sono i giudici di linea. Quando giocavo io avevamo i giudici di linea, ve li ricordate?
Il tennis è l’ecosistema formato da tutte queste persone e naturalmente dai tifosi. Io sono stato un tifoso prima ancora di essere un giocatore, lo sono ancora e lo sarò per sempre. Se volete sapere come giocavo, potete trovare la risposta qui alla Hall of Fame o su YouTube. Ma se volete sapere perché giocavo, la risposta si trova in Svizzera, in Wasserhaus Street, all’Old Boys Club di Basilea e nei centri di Swiss Tennis a Écublens e Biel.
“Perché?” è una domanda che ho fatto molto spesso. Pierre Paganini, il mio preparatore atletico e mentore, può raccontarvi quante domande avessi da ragazzo. Ho quasi ucciso Pierre con la mia curiosità. I suoi consigli e la sua strategia di lungo periodo mi hanno accompagnato per tutta la carriera. Quel ragazzino aveva moltissimo da imparare: tecnica e colpi, resistenza e strategia. Doveva anche imparare a non lanciare così spesso la racchetta, possibilmente a non lanciarla affatto, a non lasciarsi sopraffare dalle emozioni, a trovare l’equilibrio tra il fuoco e il controllo. Per fortuna ho avuto modelli straordinari.
Nella mia Hall of Fame personale ci sono Pierre e tutti i miei allenatori. Peter Carter e Peter Lundgren, che purtroppo non sono più con noi e che non soltanto hanno migliorato il mio gioco, ma mi hanno aiutato a crescere. José Higueras, Paul Annacone e Tony Roche. Il mio eroe d’infanzia Stefan Edberg, il mio amico Reto Staubli, Ivan Ljubičić. E Severin Lüthi, il mio allenatore più longevo: diciotto anni insieme. Mi ha motivato e protetto, e le sue intuizioni sono state cruciali per i miei successi. Ci sono i fisioterapisti e il mio medico, che hanno aiutato un corpo giovane a diventare forte e un corpo vecchio a continuare a funzionare. E c’è Tony Godsick, che per oltre vent’anni mi ha aiutato a pensare più in grande al mondo oltre il circuito. L’agente è diventato un amico e l’amico è diventato famiglia.
Nella mia Hall of Fame ci sono anche le leggende che guardavo da bambino: Boris Becker, Stefan Edberg, Pete Sampras, con cui ho avuto il privilegio di condividere il campo. E due Martine: Hingis, svizzera come me e numero uno del mondo a sedici anni, e Navratilova, che a casa nostra è famosa soprattutto per aver ispirato Mirka a giocare a tennis.
E adesso arriviamo a Mirka. Ho bisogno di fazzoletti e occhiali da sole. Mirka è mia moglie, che è già la più grande sottovalutazione che possa fare, perché è stata anche la mia allenatrice, la mia compagna di allenamento prima delle partite, la persona che mi riporta con i piedi per terra, persino la mia stylist — e all’epoca ne avevo decisamente bisogno. Mirka è la persona che mi ha insegnato a concentrarmi di più sul tennis e nello stesso tempo a godermi tutto il resto. È una madre meravigliosa per i nostri quattro figli, una madre che rende possibile l’impossibile nelle vite di tutti noi. Io e lei ci prendiamo per mano e corriamo attraverso i muri.
L’elenco delle leggende che hanno aperto la strada è ancora più lungo: Laver, Emerson, Rosewall, Borg, McEnroe, Marc Rosset, che nel circuito era per me come un fratello e vinse le Olimpiadi per la Svizzera sedici anni prima che io e Stan avessimo l’onore di fare lo stesso. Ho imparato da tutti loro, ma alla fine ho dovuto trovare la mia identità.
Un’identità che si è evoluta nel tempo. Nel 1998, quando diventai numero uno del mondo juniores, avevo i capelli ossigenati di biondo, cosa che ancora oggi mi imbarazza. Nel 2022, quando giocai la mia ultima partita a Londra, avevo accumulato sulle ginocchia 4.040 set, e parlo soltanto delle partite di singolare. Sempre le stesse ginocchia. Tra l’altro ce le ho ancora.
Ma in ogni fase della mia carriera ho cercato soprattutto di rimanere fedele a me stesso e di mostrare il mio amore per il gioco, perché per me contava davvero e volevo che contasse anche per voi. Volevo essere degno della vostra attenzione, della vostra presenza. La gente non è obbligata a venire a vederci giocare. Viene per divertirsi, per essere ispirata, per emozionarsi. Potrebbe decidere di andare da un’altra parte. E invece ha scelto il tennis. Ha scelto noi. Ovunque abbia giocato, mi avete fatto sentire come se giocassi in casa.
Ho sempre voluto che la gente vedesse quanto sia bello giocare a questo gioco, quanto sia bello ricevere una pallina colpita forte verso di te, vedere come gira, sentire il rumore che fa, il modo in cui rimbalza, come cambia la geometria mentre la palla viene verso di te e come il campo stesso si apre o si restringe. Il tennis è una cosa complessa e bellissima. È spettacolare da guardare. Il tifoso vede tutto e vive tutto insieme a noi, punto dopo punto.
Nel tennis c’è una quantità enorme di pressione. Un vulcano di pressione, un vulcano di emozioni. E quando una partita finiva, che avessi vinto o perso, probabilmente riuscivate a vedere che cosa provavo dentro. Che cosa posso dire? Il tennis significava tutto per me.
“Il tennis è un vulcano di pressioni. Ma non si trattava soltanto di giocare o vincere, ma di creare qualcosa di nuovo”
E non si trattava soltanto di giocare o di vincere, ma di creare qualcosa di nuovo. Giocavo serve and volley, a volte stavo molto dietro la linea di fondo, altre praticamente sopra, cercavo persino di sorprendere gli avversari avanzando sulla loro battuta: quello che poi è stato chiamato SABR. Mi interessava provare cose nuove.
Ma moltissimo di ciò che era davvero importante succedeva fuori dal campo: il cameratismo negli spogliatoi, giocare a carte con la squadra fino all’ultimo secondo prima delle partite, ridere con tutti, a volte persino con gli avversari. Molti di noi sono diventati amici grazie alle esperienze condivise e alle battaglie combattute sul campo, che ci hanno uniti per tutta la vita. Sono alcuni dei ricordi più belli del circuito.
Poi c’è un altro tipo di gioco, quello che avviene con gli amici e soprattutto con la famiglia. Con Mirka abbiamo cominciato giocando ai videogiochi, andando in discoteca, facendo cene tardissime con gli amici. Poi tutto si è trasformato nel cambiare pannolini, cercare hotel con ascensori abbastanza grandi per i passeggini gemellari, raccontare storie della buonanotte ai bambini. Myla, Charlene, Leo e Lenny, avete cambiato le nostre vite. Ci ispirate e ci rendete felici ogni giorno.
La nostra famiglia ha viaggiato insieme in tutto il mondo, ma siamo sempre tornati nel nostro paese, la Svizzera. È sempre stato per me un immenso onore rappresentare la bandiera svizzera. E stasera, mentre il mio nome entra nella Hall of Fame, sono orgoglioso che la Svizzera entri qui insieme a me.
È stato un viaggio incredibile. La Hall of Fame permette di guardare indietro, ma anche di guardare avanti. Come potete capire, sto ancora scrivendo la mia lettera d’amore al tennis. Il mio tempo da giocatore è finito, ma il tennis resterà sempre al punto d’incontro delle cose a cui tengo di più: la mia famiglia, le nostre amicizie, gli ultimi quarant’anni, il futuro che stiamo costruendo. Per me il tennis è responsabile di tutto questo. Quindi questo non è un addio.
Prima di concludere voglio condividere le mie speranze per questo sport. Sono incredibilmente fortunato ad aver fatto da ponte tra generazioni diverse: da Pete e Andre, le superstar, ai campioni della mia età come Roddick, Hewitt, Safin e Ferrero, fino alle rivalità epiche con la generazione successiva: Andy, Novak e Rafa.
Prima o poi tutti lasciamo il campo, ma lo sport continua a evolversi. Mentre il tennis diventa sempre più veloce e globale, spero conservi qualcosa del suo spirito amatoriale e del cameratismo tra i giocatori. Spero che i giocatori restino giovani dentro e fedeli a ciò che sono davvero.
E ricordate: non smettete mai di fare domande o di correre rischi. Fate con questo gioco cose che non abbiamo mai visto prima. Continuate a spingere lo sport che amiamo verso il livello successivo e continuate a migliorare, migliorare e migliorare.
“Non smettete mai di fare domande o di correre rischi. Fate con questo gioco cose che non abbiamo mai visto prima”
Spero anche che troviate modi per restituire qualcosa, per condividere la vostra passione. Ce ne sono mille. Per me è stato creare una fondazione che lavora nell’Africa australe, da dove viene mia madre, e in Svizzera, da dove viene mio padre. Io e la mia squadra abbiamo anche creato la Laver Cup per rendere omaggio alle leggende di tutte le generazioni.
E a tutti voi che siete qui, spero che possiate essere un ponte tra il tennis dell’ATP, della WTA, dell’ITF e degli Slam e il tennis che si gioca quando il sole tramonta in una strada tranquilla come Wasserhaus, dove sono cresciuto. Il tennis che si gioca ovunque, dalla Svizzera al Sudafrica, dalla Slovacchia all’India e al Brasile. In qualunque posto in cui dei bambini disegnano con il gesso dei campi per strada, come facevo io, colpiscono palline contro un muro con racchette prese in prestito, i genitori accompagnano i figli agli allenamenti, gli allenatori lavorano e i tifosi si presentano.
Sotto un sole cocente o con un freddo tremendo, dove i raccattapalle hanno un ginocchio a terra e sono pronti a scattare. Io continuerò sempre a vedere questo sport attraverso i loro occhi.
Quindi questo ragazzo di Basilea vi ringrazia per questo incredibile onore. E io ringrazio voi, tutti voi, per aver condiviso il viaggio che ci ha portati fin qui, insieme.