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L’ultimo volo dell’imbattibile Rocky Marciano
La storia delle ultime stagioni del pugile italo-americano: dal ritiro senza sconfitte alla Superfight con Ali
31 AGO 26

Rocky Marciamo (1 settembre 1923 - 31 agosto 1969) in cucina con mamma Pasqualina nella casa di Brockton (foto Stanley Weston Archive/Getty)
Lo chiamavano: “The Brockton Blockbuster”, il bombardiere di Brockton. A Ripa Teatina, meraviglioso borgo nel chietino da dove Quirino Marchegiano partì per cercare fortuna in America (e la sua prima, di fortuna, fu incontrare lì la futura moglie Pasqualina Picciuto, lei invece nata nel beneventano, a San Bartolomeo in Galdo), lo hanno voluto ricordare con una bellissima scultura che ne immortala l’imbattibile record: 49 vittorie in 49 incontri. Ed anche con l’annuale “Festival Rocky Marciano”, organizzato dal comune e diretto dal bravo Dario Ricci.
Il 31 agosto di 57 anni fa, colui che fu l’imbattibile campione, aveva un impegno in Iowa. Doveva partecipare a un evento legato al figlio di un amico. Poi avrebbe presenziato a una festa per il suo imminente compleanno. Eh sì, perché il campione aveva visto la luce il primo giorno di settembre del 1923. Il giorno dopo, primo settembre, avrebbe quindi compiuto 46 anni. Salì su un piccolo Cessna insieme a Frankie Farrell, un amico. Il pilota si chiamava Glenn Belz. Il maltempo, la scarsa visibilità e la limitata esperienza del pilota portarono purtroppo alla tragedia. Rocky Marciano morì il 31 agosto 1969, a 45 anni, poche ore prima del suo 46esimo compleanno.
Il piccolo aereo da turismo era un Cessna 172H N3149X. Il velivolo era partito dal Chicago Midway Airport intorno alle 18, diretto a Des Moines, nello Stato dell’Iowa. In francese, “Des Moines” significa letteralmente “dei monaci”. Il nome deriva da un antico fiume locale, battezzato dai francesi: “La Rivière des Moines”, in onore dei monaci trappisti che vivevano nella zona. Oggi identifica la capitale e la città principale dello stato dell’Iowa, negli Stati Uniti. Il campione (nome all’anagrafe di Brockton: Rocco Francis Marchegiano), anche se non era più tale dal 30 novembre 1956, ovvero da quando Floyd Patterson aveva battuto Archie Moore conquistando la corona lasciata da lui vacante, era unanimemente così chiamato. E non si sarebbe potuto appellarlo diversamente, visto che nessuno era mai stato in grado di batterlo. Aveva deciso di dire basta con il pugilato il 21 settembre 1955 dopo aver battuto Archie Moore (sempre lui) a New York. Non fu una decisione sofferta, Rocky voleva dedicare tempo alla famiglia e la sua situazione economica era florida. Per almeno 4 anni non pensò mai a un rientro, cosa quasi scontata quando si parla di pugili. Faceva molte cose e tutte di soddisfazione.
Un giorno, fine giugno del 1959, vide Johansson battere Patterson e sentì insinuarsi il tarlo del dubbio. “Se il livello dei massimi è davvero questo”, deve aver pensato, “allora potrei rimettermi i guantoni e andare ben oltre le 50 vittorie consecutive”. Tornò, in gran segreto, in palestra. Ci rimase un mese. Sarebbe stato il ritorno del secolo, televisioni e organizzatori lo avrebbero ricoperto d’oro. Decise, invece, di non mettere a rischio l’immacolatezza del suo record. E continuò con la vita che aveva deciso di vivere dopo il pugilato. Qualche mese prima di quel fatale 31 agosto 1969 era stato protagonista di un esperimento che oggi, grazie all’AI, considereremmo di routine. Ma nel 1969 fu qualcosa di rivoluzionario. Marciano e Muhammad Ali, che dopo aver scontato la squalifica per non essersi fatto arruolare nell’esercito stava cercando una chance per riconquistare la corona mondiale, parteciparono a un progetto cinematografico chiamato The Superfight. Era un’idea entusiasmante: mettere virtualmente di fronte il Campionissimo imbattuto con il campione delle nuove generazioni. Come se un trailer proponesse una sfida tra Ayrton Senna e Kimi Antonelli (oggi nemmeno farebbe notizia…).
I due furono filmati mentre combattevano alcune sequenze, e poi un computer avrebbe simulato l’esito di un ipotetico incontro. Fu quella, una delle ultime immagini di Rocky Marciano che ci rimangono. Torniamo al 31 agosto del 1969. Le condizioni meteo lungo la rotta stavano peggiorando. Non era una semplice notte nuvolosa: nella zona di Des Moines si stava sviluppando un sistema temporalesco e la visibilità era molto ridotta. Alle 20:50, minuto più minuto meno, il pilota Belz contattò il controllo del traffico aereo di Des Moines. Disse di essere nelle vicinanze della città, ma che non riusciva a scorgere la pista di atterraggio a causa della scarsa visibilità. Il controllore gli fornì una posizione radar per aiutarlo a capire dove si trovava. Ed è proprio a questo punto che Belz vide qualcosa che gli diede un riferimento visivo: le luci di Newton, una cittadina a est di Des Moines. Comunicò quindi che avrebbe puntato verso Newton e sarebbe atterrato lì.
Stava cercando un aeroporto alternativo perché non riusciva a orientarsi visivamente. Il problema, però, era il pilota, non l’aereo. L’indagine successiva al disastro aereo stabilì che Belz aveva circa 231 ore complessive di volo, ma appena 35 di volo notturno, e soprattutto non aveva un’abilitazione al volo strumentale. Questo significa che il suo addestramento non era adeguato a quello che stava affrontando quella notte. Una donna di nome Coleen Swarts raccontò di aver visto il Cessna uscire dalle nubi a circa 30 metri dal suolo. Il pilota sembrò quindi tirare su di nuovo l’aereo, facendolo risalire nuovamente dentro le nubi. Poi l’aereo ricomparve. Questa volta era in virata e in picchiata verso il terreno. Pochi istanti dopo colpì una grande quercia che si trovava isolata in un pascolo. L’indagine sul disastro accertò che negli ultimi momenti ci fu disorientamento spaziale, il pilota aveva intrapreso un’operazione oltre il proprio livello di esperienza e capacità, aveva continuato il volo in condizioni meteorologiche avverse e aveva perso l’orientamento spaziale negli ultimi momenti. Il Cessna colpì la quercia con una forza enorme. Nell’impatto, un’ala venne strappata via. Il relitto proseguì rimbalzando e scivolando fino a fermarsi in un letto di torrente. Non ci fu un incendio. Ma l’impatto fu talmente violento che tutte le persone a bordo morirono all’istante. Marciano aveva ancora 45 anni, con i parametri che abbiamo oggi, sarebbe poco più di un giovanotto.