Il ballo di Kvernadze sulle lamentele di De Gea

La Fiorentina sognava un anniversario vincente. Invece è andato tutto male: per i 100 da festeggiare su è "regalata" 90 minuti di smarrimento

31 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:27
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Cent’anni, con questi chiari di luna, si compiono una volta sola. Magari la scienza troverà il modo di essere bicentenari ma a pezzi, il che comunque non varrebbe per le squadre di calcio: salva la Fiorentina (e in Arno c’è chi giura non sarà un calembour), che si è trovata ad annunciare la festa prima e dopo l’accessorio impegno interno di campionato contro il Frosinone. La speranza, anzi la fondata certezza, era di riscattare il tonfo all’esordio, i quattro gol incassati all’Olimpico e l’impressione di fragilità, di inconsistenza che inopinata aleggia sopra lo stadio Artemio Franchi dopo il mercato, apparentemente sontuoso, condotto da Fabio Paratici.
Prima il corteo sotto Palazzo Vecchio, poi l’usualmente splendida coreografia della curva nelle grandi occasioni, più tardi la parata dei campioni del secolo: in mezzo, appunto, l’evenienza non certo trascurabile di giocare per i tre punti. Sia stata l’ebbrezza del momento, il turbine di emozioni nello scendere in campo sotto gli occhi - tra gli altri - di Gabriel Batistuta e Rui Costa, l’organizzazione di gioco dei ciociari di Massimiliano Alvini (nato a Fucecchio, area metropolitana di Firenze), l’idiosincrasia degli ipotetici terzini viola alla fase difensiva, il mercato ancora aperto, tuttavia nessuno avrebbe probabilmente immaginato una tale ulteriore scoppola.
Il fermo immagine dello 0-3 subìto per mano gialloazzurra si compone di tanti pixel: quelli colorati dei cartoncini viola, bianchi e rossi a sventolare dalle gradinate, gli stessi colori indossati a rapporto dalla tifoseria dopo il secondo smacco consecutivo, il grattacapo di Fabio Grosso mentre esce dalla panchina, la faccia atterrita di Cesare Prandelli e i fischi “severi ma giusti” di due ragazzini con la divisa ufficiale. Certo, tutto giusto, ma il fatto sportivo reclama attenzione: tanto è vero che nelle ultime ore di un mercato ipertrofico il direttore sportivo di casa Commisso è ancora pronto a rivoltare la squadra come un calzino, smantellando gerarchie, capitani e fermezze.
Alla consegna del foglio con le formazioni, non si può non notare il talento giovane e giovanissimo sparso tra ruoli e reparti: Álex Jiménez, Victor Valdepeñas, Radu Drăgușin, Cher Ndour, Christ Inao Oulaï, Arthur Atta, Franco Mastantuono, Mateo Pellegrino senza contare la panchina. Com’è possibile che da tale profusione non escano almeno iniziative offensive individuali, posto che il centrocampo pare poco costruito per difendere e le fasce sono porte aperte alle scorribande. Ma che bello il calcio in mano ai giovani, quando le prime cifre 20 negli anni di nascita si allungano sempre più, e dall’altra parte analoga risposta viene da una provinciale neopromossa che può solo stupire.
Che il calcio, pur nel dominio, sia legato anche agli episodi è sempre palese; altrettanto che questi possano essere determinanti ai fini del risultato: come fosse l’unica cosa che conta, nella domenica in cui il “risultatista” Massimiliano Allegri viene battuto in casa dal “giochista” Cesc Fàbregas, stavolta senza strascichi mediatici. E pure allo stadio Franchi il sacrosanto successo frusinate, sancito dal gioco espresso nel corso dei novanta minuti, avrebbe potuto assumere ben altra piega, se agli estremi capi delle due aree piccole un veterano glorioso e un freschissimo cavallino non avessero ottenuto esiti infausti dalle rispettive scelte con il pallone in mano o fra i piedi.
Minuto 25, la squadra di Alvini armeggia lungo la sua fascia sinistra d’attacco. Il braccetto Gabriele Bracaglia, enfant du pays, riceve la palla e apre il corridoio a Georgi Kvernadze, ala dell’under 21 georgiana che vive nel mito di Khvicha Kvaratskhelia. Il numero 17 raggiunge il fondo duellando con Ndour, al quale dovrebbe cedere qualcosa in potenza d’urto. Ma l’esterno vola come una farfalla e punge come un’ape: controlla di destro, evita che la palla superi la linea e supera il diretto competitore, smistando in mezzo per il centravanti Antonio Raimondo. Il quale davanti si trova due bronzi di Riace in biancorosso, piazzati ma statici, con tanto spazio per calciare di prima.  
Il sinistro non appare imparabile, ma David de Gea - non un portierino alla prima da titolare - era impegnato a segnalare la presunta uscita del pallone: smanaccia appena senza trattenere, cade all’indietro e viene tradito dalla base del palo. Non bastasse, a punteggio ampiamente recuperabile, nove minuti dopo lo stesso Ndour lancia in campo aperto, trovando l’iniziativa di Mastantuono: il gioiello in prestito dal Real Madrid stoppa a seguire di sinistro, accentrandosi fino a far rinvenire Bracaglia, che ricorre alle maniere rudi. Mentre subentra Ilario Monterisi, l’argentino ha un ultimo guizzo e scaglia un diagonale lentissimo che muore ancora alla base del palo. La festa finisce qui.
    
    
Quando un fatto non è ancora avvenuto, ma è nell’aria. Questione di secondi, e lo spostamento di una farfalla determina conseguenze nella giornata di campionato, forse nell’intero torneo. Fermo immagine è il fotogramma di Enrico Veronese che racconta la Serie A 2026-2027