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Il Foglio sportivo - gli sport della tradizione •
Il tiro alla fune è più di un gioco
Sedici atleti, una corda e un solco che si scava nel prato a ogni gara. A Scorzè il tiro alla fune è una cosa serissima: sei allenamenti alla settimana, 71 titoli italiani e una squadra che da oltre cinquant’anni trasforma forza, tecnica e disciplina collettiva in una delle tradizioni più vincenti dello sport italiano
29 AGO 26

A Scorzè, crocevia tra le province di Venezia, Padova e Treviso, ha sede una delle formazioni più storiche e vincenti d’Italia (foto Facchinetti)
Lo stadio è quello utilizzato regolarmente dalle formazioni di calcio del paesello. La prima parte dell'allenamento, quella atletica lungo la pista che circonda il campo, fa pensare a una normale squadra di calcio. Poi, dopo un'ora e mezza, gli atleti cambiano scarpe, infilano calzature particolari che in commercio non esistono e comincia la "partitella". Si mettono otto da una parte e otto dall'altra per tirare la fune, scavando involontariamente con i piedi un solco nel terreno man mano che aumenta la pressione sul suolo. Gli atleti indossano divise a maniche lunghe, chiaramente ispirate nei colori a quelle da rugby, per resistere agli sfregamenti della corda.
A Scorzè, crocevia tra le province di Venezia, Padova e Treviso, ha sede una delle formazioni più storiche e vincenti d'Italia nel tiro alla fune, uno sport dalle origini antichissime che per un periodo è stato anche disciplina olimpica: l'ultima edizione fu Anversa 1920.
A differenza dei calciatori dilettanti (ma verrebbe da dire anche di molti professionisti), gli atleti del tiro alla fune – disciplina che in Italia è sotto l'egida della Figest, Federazione italiana giochi e sport tradizionali, associata al ConiI – si allenano sei giorni a settimana: tre in squadra e altrettanti individualmente, tra pesi e palestra.
La Taf Scorzè è la squadra dei record: ha già conquistato ben 71 titoli italiani, un primato destinato a crescere a breve, viste le prossime finali in calendario. L'associazione sportiva nasce nel 1975 per iniziativa di Adriano Michieletto, un giovane operaio di Porto Marghera soprannominato "Il Toro" per la sua prestanza fisica. Michieletto aveva già praticato il tiro alla fune in paese con alcuni amici per puro divertimento, ma in fabbrica iniziò a organizzare vere e proprie sfide durante le pause dal lavoro. Erano gli anni in cui nel polo industriale veneziano lavoravano circa 40 mila persone. Da lì nacque l'idea di fondare la squadra a Scorzè insieme ai fratelli Cappelletto, una famiglia che, a distanza di oltre cinquant'anni, è ancora il pilastro della società con il presidente Pietro e l'atleta di punta Nicola.
Oggi il coach della squadra è Giorgio Rizzante, un altro dei fondatori. È lui, con il fischietto tra le labbra, a fare da arbitro durante le fasi dell'allenamento. In gara il coach deve studiare costantemente gli avversari per individuarne i punti deboli. A guidare la squadra sul campo è anche il "primo" tiratore, l'unico che può guardare negli occhi il diretto dirimpettaio e avere una visione immediata della formazione rivale. Fondamentale è poi il ruolo dell'anchorman: è l'ottavo atleta, quello che si posiziona per ultimo e tiene in linea i compagni. Un compito durissimo, con la corda intrecciata che gli passa dalla schiena attorno al braccio.
Quelli che un tempo venivano definiti "i forzuti" del tiro alla fune gareggiano a mani nude: l'unico aiuto concesso è la pece, una resina utilizzata per migliorare il grip. Vista nel vasetto che si trova nello spogliatoio sembra quasi miele di castagno e, a fine allenamento, non è affatto semplice levarsela di dosso.
Il club di Scorzè, che fornisce mezza squadra alla Nazionale italiana, gareggia esclusivamente su prato. Ci sarebbe anche la variante indoor su pedana, ma da qualche anno la società ha scelto di dedicarsi soltanto all'attività all'aperto. Nei tempi pionieristici si divertivano spesso durante le sagre e le feste di paese, talvolta persino sull'asfalto. Questo è uno sport che conserva un forte sapore contadino e continua ad avere una sua vivacità nei contesti paesani, soprattutto in Veneto e in Friuli. Anche oggi le finali si disputano spesso in queste ambientazioni.
A spiegare la differenza tra outdoor e indoor è lo stesso presidente Pietro Cappelletto. "Su prato si usa l'angolo della scarpa inclinata per far presa sul terreno – dice al Foglio sportivo –; per regolamento, nel tacco c'è un elemento in ferro. Su pedana, invece, si usano scarpe da ginnastica. Per la nostra squadra le calzature le preparo io personalmente, partendo da scarponi da pattini a rotelle o da ghiaccio prima che in fabbrica vi vengano montate le lame o le ruote, modificandoli in modo da ricavare lo spigolo adatto. Ormai le realizzo anche per altre società limitrofe".
Dal 23 al 26 settembre 2027 Caorle, città veneziana di mare, ospiterà i Campionati mondiali outdoor di tiro alla fune. Un tempo si disputavano anche gli Europei, ora si disputano soltanto i Mondiali: tutto sommato, le Nazionali iscritte, almeno quelle più competitive, rimangono le stesse. All'evento di Caorle arriveranno decine di Nazionali e centinaia di squadre, perché il Mondiale è diviso in due parti, compresa quella riservata ai club, alla quale parteciperà anche Scorzè. L'evento è organizzato dalla Figest sotto l'egida della Twif, Tug of war international federation, l'organismo internazionale per il tiro alla fune riconosciuto dal Cio.
Nicola Cappelletto, figlio del fratello di Pietro e ultimo esponente della gloriosa dinastia di famiglia in questo sport, attende con ansia l'appuntamento di Caorle. Superati i 40 anni e con un palmarès ricchissimo di titoli di club, Nicola spera di conquistare una medaglia in maglia azzurra per coronare una lunga carriera.
L'Italia punterà molto sulle categorie 600 kg, 640 kg e 680 kg, oltre che sulla mista e sulla femminile: la categoria è determinata dalla somma del peso complessivo degli otto atleti. La Taf Scorzè ha anche una sua componente femminile. Chiara Berto gareggia da tempo e, allo stesso tempo, è vicepresidente del club. "Con il club ho vinto il campionato italiano nella categoria mista nel 2025, mentre con la Nazionale ho conquistato una medaglia d'argento ai Mondiali di Bilbao 2021 e tre bronzi, ai Mondiali in Svizzera nel 2023, in Germania nel 2024 e in Inghilterra nel 2025".
In Italia una competizione viene considerata mista anche quando in squadra c'è una sola atleta donna, visto che è ancora uno sport praticato in maggioranza da uomini. Una scelta pensata per far crescere gradualmente il movimento femminile e arrivare poi a comporre, in Nazionale, la formazione mista ufficiale da quattro uomini e quattro donne. Le realtà più forti a livello globale si trovano in Europa – Svizzera, Germania, Olanda e Inghilterra –, dove esiste una tradizione più lunga e strutturata.
"Dopo il Mondiale resterò sicuramente come dirigente, ma mi piacerebbe soprattutto fare l'allenatore – racconta al Foglio sportivo Nicola Cappelletto, che ricopre anche un incarico nella Federazione internazionale – Ho praticato questo sport bellissimo per tantissime stagioni. Non è stato sempre facile: nella ripetitività del gesto può apparire persino noioso per l'atleta".
Questa è una disciplina in cui è difficile trovare un fuoriclasse assoluto capace di risolvere la gara da solo. Ci sono atleti che in allenamento, al dinamometro, spostano l'impossibile, ma poi in squadra non riescono a trasferire quella stessa forza. La forza è indispensabile, ma il tiro alla fune resta prima di tutto uno sport di squadra.