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Cosa vuol dire se i robot corrono più veloci dell'uomo
La Cina usa lo sport raccontare la sua potenza tecnologica, mentre i record delle macchine aprono una domanda sul futuro del corpo umano. Se i nostri gesti atletici diventano materiale per addestrare i robot, che cosa resterà dello sport degli uomini? Ecco dove ci potranno portare i primati degli umanoidi
29 AGO 26

Foto LaPresse
Dall'Italia sportiva alle prese con la ripartenza della Serie A è difficile spostare lo sguardo verso orizzonti globali, soprattutto se questi orizzonti non hanno come sfondo il calcio. Ci sono però situazioni che richiamano l'attenzione e meritano di essere approfondite, come la seconda edizione dei World Humanoid Robot Games, appena andata in scena a Pechino, con oltre 2.000 robot in gara in rappresentanza di sedici nazioni. Una Cina che, en passant, ha vissuto il recente Mondiale americano praticamente quasi solo attraverso le aziende della città di Yiwu, luogo pressoché sconosciuto agli occidentali nel quale è stato prodotto ed esportato il 70 per cento del merchandising venduto in tutto il mondo durante l'evento: un disinteresse non banale.
Ma torniamo a noi. Al primo posto della classifica 2025 degli Sport Thinkers che curo ogni anno per Il Foglio Sportivo assieme a Mauro Berruto, abbiamo messo, con grande sorpresa del nostro coach Umberto Zapelloni, un protagonista sportivo particolare, un robot umanoide cinese, Tiangong Ultra, che nell'aprile del 2025 aveva concluso sulle sue gambe in fibra di carbonio la mezza maratona di Pechino, primo a riuscire nell'impresa nella sua categoria. Sempre nella stessa classifica avevamo inserito anche alcuni ricercatori del Robotics Institute della Carnegie Mellon (anche in questo caso prevalentemente cinesi), università americana culla degli studi di ingegneria robotica, che hanno usato i video dei gesti atletici più iconici di Cristiano Ronaldo, Le Bron James e Kobe Bryant per addestrare un algoritmo di governo dei movimenti dei robot umanoidi, al fine di perfezionarli. Queste scelte non sono state dettate dall'esotismo quasi folcloristico con cui quasi sempre in Italia si commentano questi eventi. La classifica si organizza attorno a filoni tematici, spesso di frontiera, e il legame tra sport e robotica ci sembrava tra quelli maggiormente degni di essere esplorati, molto oltre i ricordi di Paulie alle prese con il suo robot nelle scene iniziali di Rocky IV.
A distanza di pochi mesi questo tema è riemerso nuovamente nelle cronache globali, sportive e non, con le immagini che questa settimana ci sono giunte da Pechino, divenute virali sui social, ma finite anche sulla prima pagina del Corriere della Sera e al TG1. Una grancassa visiva sapientemente orchestrata dal governo cinese per enfatizzare i record sportivi abbattuti in serie dai propri robot, in particolare nuovamente da Tiangong Ultra (che non è lo stesso prototipo che corse la mezza maratona ovviamente, ma il nome del modello) capace di 'distanziare' Bolt sui 100 metri e Van Niekerk sui 400 metri. Cosa significa tutto questo per il mondo dello sport? Provo a fornire due spunti di analisi.
Il primo riguarda gli intrecci tra sport e geopolitica. I World Humanoid Robot Games sono una delle varie manifestazioni del secolo cinese dello sport, dove lo sport è lo strumento teatrale attraverso il quale mostrare, sia all'interno che all'esterno, la potenza industriale, scientifica e tecnologica raggiunta dalla Cina. Lo sport in Cina, e questo sin dagli inizi del Novecento, non ha valore di per sé, ma solo come strumento di narrazione politico-ideologica. Attraverso le 'Olimpiadi dei robot' i cinesi non stanno quindi cercando di vendere un nuovo prodotto dell'intrattenimento sportivo (magari in futuro chissà), ma stanno usando il linguaggio sportivo, con la sua incomparabile presa popolare e rituale, per mostrare il proprio avanzamento industriale e testarne le evoluzioni. Per far vedere che la Cina è prima, che ha superato i suoi avversari, secondo il principio-cardine della "geopolitica del medagliere" estesa dal campo olimpico a tutti gli altri settori. Nel caso specifico, non è banale che le gare tra robot umanoidi si siano disputate al National speed skating oval di Pechino, uno degli impianti iconici delle Olimpiadi invernali del 2022, anch'esse usate come strumento di esaltazione collettiva della potenza tecnologica cinese.
Il secondo spunto è di natura filosofica. Al netto degli aspetti geopolitici, e di una propaganda tutta da soppesare perché i robot umanoidi sono ancora lontani dall'avere un reale valore industriale, commerciale e militare e le loro roboanti evoluzioni sportive camuffano questa realtà, queste macchine ci spingono a interrogarci sul senso di quella cosa che ci attrae così irresistibilmente e che chiamiamo sport. Storia dello sport è storia del corpo che si muove, che si affatica, che suda, ma è anche storia del progresso della civiltà umana, quando l'abbondanza alimentare ha reso possibile tre millenni fa in Grecia affaticarsi e dilapidare energie per la gloria di una vittoria e di un premio, in radicale contrasto con le capacità atletiche dell'umanità paleolitica dei cacciatori-raccoglitori oggi tanto celebrate, ma che erano il prodotto di una pura logica della sopravvivenza. Nella freccia del tempo la direzione della storia della robotica, compresa quella umanoide, è da un lato quella di farci muovere, faticare e sudare sempre meno, dall'altro quella di usare il nostro corpo, soprattutto quello degli atleti, come una specie di reperto museale. Lo sport è infatti il laboratorio museale per eccellenza del movimento umano e della sua aggraziata complessità, un archivio da usare per addestrare sempre meglio gli algoritmi che governano i robot umanoidi con la stessa logica dei libri dati in pasto agli algoritmi degli Llm, di cui si è molto parlato in queste settimane. Ma anche, nel caso cinese, un passato simbolico, quello dei record dell'atletica leggera, da saccheggiare impunemente.
Certo, attraverso questo perfezionamento della robotica umanoide ci accorgiamo anche della meravigliosa e leonardesca complessità della macchina umana, che lo sport esalta e che tendiamo a dare per scontata. D'altra parte uno dei padri della robotica moderna, l'ingegnere americano Marc Raibert, ha sempre raccontato di come l'idea iniziale gli sia venuta alla fine degli anni Settanta, dal fascino provato per la capacità animale e quindi umana di rimbalzare. E non ci istruiscono forse sull'arte della decelerazione i robot cinesi prima menzionati che appena firmato il record non sono capaci di arrestarsi e si schiantano?
Resta però la sensazione scomoda che lo sport possa di colpo trasformarsi in un residuo, un mondo superato, anche se tra qualche anno magari i robot umanoidi diventeranno gli sparring partner ideali per l'allenamento di molti atleti. Nell'età dell'intelligenza artificiale atletica (definizione di Railert), lo sport degli umani servirà ancora a qualcosa?