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La nuova forma dell'Udinese dell'aggiustatore Kosta Runjaić
I friulani apprezzano l'allenatore austriaco perché si rivedono nel suo modo di fare, riservato e laborioso. Perché non urla, non strepita, non si lamenta mai: se qualcosa non va, si rimbocca le maniche e ricomincia

Kosta Runjaić (foto di Andrea Bressanutti per LaPresse)
Non piace alla gente che piace, Kosta Runjaić. Non concede interviste in italiano se non qualche battuta, non ammicca ai giornalisti, fa di tutto anzi per indispettirli. E questo, in maniera solo teoricamente indiretta, finisce per provocargli critiche che vanno ben oltre gli aspetti tecnico tattici. Nell’estate del suo arrivo in Italia, accolto dagli sberleffi che generalmente si riservano a un allenatore dal pedigree oscuro e non più giovanissimo, gli hanno venduto Samardzic, il pilastro Walace e Nehuen Perez; un anno più tardi è stata la volta di Bijol, Thauvin e Lucca; quest’estate, al momento, il tassametro registra le uscite di Kristensen e Atta, e chissà cosa accadrà nel finale di mercato.
E Runjaić? Non fa una piega. Si rimette lì a lavorare, accoglie i pochi volti nuovi, cerca di sgrezzare quelli vecchi, di ritagliare loro un ruolo, una funzione magari leggermente diversa rispetto all’anno precedente. Non ci stupiremmo particolarmente se quest’anno dovesse toccare al 2008 Palma o al 2006 Miller, e nemmeno se Ekkelenkamp dovesse trovarsi a recitare in pianta stabile qualche metro più vicino a Keinan Davis, portato in doppia cifra lo scorso anno in sole 26 partite. Eppure, dicono gli esteti, il gioco dell’Udinese non ruba l’occhio. Verrebbe da rispondergli che non è poi un problema, se la squadra rimane stabilmente lontana dalla zona più torbida del campionato, come è avvenuto nelle ultime due stagioni. C’è chi da tempo cerca di fargli alzare disperatamente l’asticella, almeno a parole: i tifosi vogliono l’Europa e gliela chiedono perché hanno imparato ad apprezzarlo, lui così mitteleuropeo nella postura oltre che nel passaporto, nato in Austria da genitori croati eppure tedesco di nazionalità. I friulani apprezzano Runjaić perché si rivedono nel suo modo di fare, riservato e laborioso. Perché non urla, non strepita, non si lamenta mai: se qualcosa non va, si rimbocca le maniche e ricomincia. Se la squadra non funziona per qualche settimana appare la difesa a 4, poi torna a 3, costruisce e smonta come se fosse alle prese con dei mattoncini giocattolo multiuso: ci puoi tirare su una casa, un palazzo o una macchina, eppure i pezzi si assomigliano tutti uno all’altro, sei tu a decidere quel che diventeranno.
Alla fine il complimento più bello glielo ha dovuto fare Cesc Fàbregas, che da un anno continua a sbattere sul muro dell’Udinese senza trovare la soluzione del rebus: a gennaio ci riuscì soltanto su calcio di rigore, poi due pareggi consecutivi. "L’Udinese è una squadra che non si vede tutte le settimane, mi ha insegnato un’altra volta che quando c’è un errore tecnico o tattico ti penalizzano subito: sono fisici, per come pressano e vanno veloce sono da Premier League", ha detto il tecnico spagnolo, che quando c’è da punzecchiare un collega raramente si risparmia ma sa anche rendere omaggio a chi lo mette in seria difficoltà. Eppure mancava Davis in attacco e il gap con Gueye è gigantesco, c’era la strana coppia Abanwah-Palma in difesa, Zaniolo non era al meglio e adesso dovrà fermarsi per un mesetto. Non se ne è accorto nessuno, perché Runjaić è così abituato a perdere pezzi da saperli sostituire in un battito di ciglia, riuscendo a far credere a tutti che l’Udinese sia sempre la stessa da tre anni. Non è così, e basterebbe leggere le formazioni per capirlo, ma per uno abituato a rimanere nascosto quasi non fa notizia. Che si parli di altri, dunque. Kosta Runjaić è materiale per chi ama i rompicapi, forse.