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Fermo immagine #1 •
Il doppio passo di Diouf vale quanto il tacco di Pio Esposito
Il meglio della prima giornata della Serie A 2026-2027 appare poco prima del gol con il quale l'attaccante ha dato il 3-1 ai nerazzurri contro il Monza: merce rara nel calcio italiano

Quando un fatto non è ancora avvenuto, ma è nell’aria. Questione di secondi, e lo spostamento di una farfalla determina conseguenze nella giornata di campionato, forse nell’intero torneo. Fermo immagine è il fotogramma di Enrico Veronese che racconta la Serie A 2026-2027
Giocare alle 18.30 il 22 agosto, in una metropoli oberata dal caldo climatico globale, dovrebbe essere valutato come arma non convenzionale e da mettere al bando. Ma la Serie A a venti squadre, alcune con poche speranze di competizione, impone da tempo tale sacrificio umano, mitigandolo con l’idratazione ufficializzata; la tifoseria risponde compatta, specie se la squadra ha appena vinto il titolo e si presenta ovviamente come quella da battere. E a sei minuti da quando la discutibile trovata dell’infanzia portapallone ha dato il via alla solita rumba di ogni capo d’anno effettivo, l’assist in doppio passo di Andy Diouf per il destro di Hakan Çalhanoğlu stappa l’attesa dei settantacinquemila di San Siro, convinti di una vendemmia anticipata. Ma il ménage di Inter-Monza, fosse pure per una qualche forma di casualità, a un certo punto cessa di seguire il canovaccio di regia: il debuttante assoluto Mathis Mout, 19 anni appena compiuti, inventa un corridoio per il pareggio in diagonale di Gustavo Varela, da attaccante vero. C’è tempo, ma nonostante il meteo nelle schiene nerazzurre guardando Josep Martínez corre un brivido di gelo.
Può bastare, si chiedono, la mezza ciabattata di Piotr Zieliński a inizio ripresa per il 2-1, propiziato dalla papera in uscita di Samuel Pizzignacco? Certo che no, lo dice l’esperienza: entità talmente inafferrabile che ha le sembianze di un presentimento, lo spirito di una certezza, lo scongiuro dell’ineluttabile. Del resto questo stadio, al penultimo esordio, ha visto la rovesciata di Federico Bonazzoli iniziare a determinare il flop del Milan di Massimiliano Allegri (senza per questo salvare la Cremonese). E la prima giornata, quantunque agostana, è da sempre il terreno delle sorprese e delle cadute: specie se dall’altra parte allena Ivan Jurić, uno che venderebbe l’anima per rimanere aggrappato in sella al toro meccanico e dare il suo volto arcigno ai giovani che gli vengono affidati. Sono sette minuti in cui i brianzoli cercano di tirare le fila e rinfrancarsi, capire come verticalizzare senza esporsi: se l’hanno fatto prima, pensano, è possibile provarci ancora. È lo stadio Meazza, è la prima giornata, qui Massimo Barbuti dell’Ascoli aveva messo ko il primissimo Milan del Biscione. I settantacinquemila col merchandising scudettato non sono tranquilli: non con quel portiere, non con i dodici anni di differenza tra il fresco centravanti ospite e il già glorioso - e già generoso - Manuel Akanji. Tutto può succedere, mai dire mai, robe da non credere.
Ma Christian Chivu ha Francesco Pio Esposito. Schierato titolare, coccolato mentalmente da Roberto Mancini e dall’entourage federale, antidoto secco alle serpeggianti paure interiste di perdere Lautaro Martínez: il ventunenne stabiese aveva già avuto un ruolo nella prima rete, attaccando la profondità e smistando a destra per Andy Diouf. Qui la trama si inverte, senza che il prodotto cambi: minuto 54 e spiccioli, Nicolò Barella lancia Petar Sučić, arginato a fatica da Manga Foe Ondoa. Mentre la palla staziona al limite dell’area, dalla fascia parte come un treno Diouf per la sovrapposizione: eppure l’esterno non sarebbe il suo ruolo d’elezione, ma le performance estive con gol nelle amichevoli contro Juventus e Karlsruher hanno convinto Giuseppe Marotta a completare il reparto con il solo e testuale apporto del più difensivo (e meno costruttore) Djed Spence, accantonando le illusioni che Anan Khalaili o lo stesso Luis Henrique potessero valere almeno in parte la recente nostalgia per il neogalactico Denzel Dumfries.
Insomma Sučić, un altro baciato dal talento, si libera dalla morsa di Ondoa e Mout, lasciando il primo a guardarlo da terra mentre affronta lo schermo finale: Samuele Birindelli, che di solito gioca dall’altra parte. Il tocco d’esterno del croato per l’accorrente Diouf è una carezza leggera, calibrata in base al tempo: un meccanismo da orologio connette il fine cesellatore con la brutale velocità del compagno, nei confronti del quale rinviene il franco-camerunese del Monza. Andy lo supera in scioltezza e - complice un tentativo avversario di “sporcare” il pallone - guadagna un vantaggio tale da presentarsi di slanci verso la linea di fondo. Birindelli è un calciatore maturo, è il capitano ed è figlio di un altro terzino, più che premiato dalla carriera: sa di dover guardare i passi dell’ala, di non offrirgli il fianco, di non farsi imbambolare né infilare dalla corsa. Ma l’ex Basilea e Lens ha il gimmick, il doppio passo, una volta appannaggio di ogni Garrincha di provincia e oggi merce rara nel mercato del football; uno dei motivi, probabilmente, per cui Chivu ha desistito finora dall’inseguire Moussa Diaby, testando il connazionale nelle prime due torride giornate.
Il numero 17 apre la falcata prima con la gamba sinistra, poi mentre la palla è equidistante dal compasso la lascia scivolare verso il piede destro, fingendo un rientro caro ad Arjen Robben e ai suoi emuli: Diouf no, Diouf cerca il fondo e il cross, Diouf si sta comportando da ala molto più di qualsiasi ultimo detentore del ruolo o suo supposto rimpiazzo. Birindelli paga la mossa falsa, prevedibile fino a un certo punto ma nel contesto di uno o due secondi, e apre a sua volta le gambe all’immediato quanto potente traversone rasoterra, che incontra l’angelico tacco volante del più giovane tra gli Esposito.
Un gol à la Crespo, à la Maniero, sì alla Mancini che lo guarda pregustando di fondare sopra il ragazzo campano il nuovo ciclo della sua Italia, quello del riscatto. Ma un gol, certo bellissimo, come i centravanti di razza ci hanno un po’ abituato a vedere; invece, due assist in doppio passo per uno che di mestiere farebbe l’incursore centrale, sono un asset inedito che l’Inter mette a valore fin da subito per accampare le proprie rivendicazioni a succedersi.
Il replay evidenzia la rassegnazione dei mediani in maglia rossa, la coordinazione di Diouf a darsi equilibrio con il braccio sinistro alto, l’epilogo di fisico e di tecnica quali fattori determinanti. Gol, 3-1, partita in ghiaccio (ce n’è bisogno, sotto questo sole) e ornata dal 4-1 di Yann Bisseck. È ripartito il campionato di quelli che restano, e che diventano titolari perché gli altri vanno via.