Viaggio nell’Italia che sa stravincere

I miti da sfatare dietro ai successi agli Europei di atletica e nuoto e al flop del calcio
22 AGO 26
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Sara Curtis, 20 anni compiuti il 19 agosto, ha vinto un oro, due argenti e tre bronzi agli Europei di Parigi; Nadia Battocletti, 26 anni compiuti ad aprile, ha ripetuto a Birmingham la doppietta su 5 e 10 mila ottenuta a Roma (foto Getty)

Chi l’avrebbe mai detto che l’estate sportiva, per noi italiani luttuosa, dei Mondiali di calcio americani ci avrebbe regalato una coda di profonde emozioni quasi olimpiche? Probabilmente nessuno, anche se col senno di poi un doveroso ringraziamento va espresso agli organizzatori degli Europei di atletica e di nuoto per averci consentito, con la loro imperizia organizzativa e con la sovrapposizione delle due manifestazioni, un’ebbrezza da dominio simultaneo dei rispettivi medaglieri oggettivamente incredibile e inedita. Battute a parte, questi successi segnalano una profondità del nostro capitale umano sportivo, e una capacità di chi lo forma, seleziona e allena, davvero commendevoli, un pezzo di Italia che funziona in controtendenza rispetto a quasi tutto. Mai come nel 2026, però, ci si è presentato davanti, nelle sue forme più nette il “corso ideale eterno” (copyright Giambattista Vico) della nostra identità sportiva, rappresentato da due Italie fra loro diverse, separate e contrapposte, quella del calcio e quella degli altri sport. Un tema che sul Foglio Sportivo ho già affrontato in passato, ma che vale sempre la pena di riprendere e meditare.
Partiamo da un facile dato di realtà: sono due Italie dai destini agonistici contrapposti, con un inabissamento vorticoso della competitività internazionale da una parte e un’eccellenza mai goduta in quest’intensità dall’altra. Abbiamo anche un altro elemento da riscontrare: che siano Angelo Binaghi o Sara Curtis, la seconda Italia sportiva è sempre molto battagliera nel contrapporsi alla prima, mossa da una legittima invidia figlia della relativa povertà di attenzioni, e da altrettanto legittime ambizioni di crescita e riconoscimento. Il sistema-calcio italiano è ormai avvolto da una doppia tenaglia, una esterna, rappresentata dalla sempre più temibile concorrenza internazionale di movimenti più ricchi e/o meglio strutturati (Inghilterra, Spagna, Germania e Francia, in parte Portogallo) o semplicemente più ricchi (Turchia e Arabia Saudita); e l’altra interna, quella degli sport olimpici che fa leva sul possesso di capitale reputazionale, moneta non solo simbolica ma potenzialmente anche economica e politica. Non a caso questo capitale è rafforzato dal costante lavoro di pedagogia sportiva ormai decennale di Mattarella, in cui, ovviamente contro le sue intenzioni, l’antico tema del valore esemplare degli atleti sempre ricordato nei suoi numerosi discorsi sportivi si ritorce contro il calcio specchio della “feccia di Romolo” (copyright Vico, again, e Cicerone), con i suoi calciatori poco vincenti e molto ludopatici, ed esalta invece di rimando l’immagine dei graviniani “sport dilettantistici”, in cui, giusto per fare un esempio, le medagliatissime Nadia Battocletti e Micol Majori riescono a conciliare una vita di allenamenti durissimi con percorsi di studio in ingegneria edile e civile.
Il calcio ha una complessità industriale, sociale e organizzativa incomparabile
Proseguiamo l’analisi con un tema di interessante realismo. Questa lotta genera infatti due miti da sfatare. Primo falso mito: è impossibile bilanciare le due Italie sportive considerandole fra loro uguali. I successi dell’una non si specchiano nel declino dell’altra agendo da compensazione, come ingenuamente molti appassionati sportivi tendono a credere. Per intensità richiesta di capitali finanziari, capitale umano, infrastrutture, profondità di culture sociali, i sistemi-calcio contemporanei possiedono una complessità industriale e manageriale incomparabile a quella degli sport individuali, oltre a mobilitare in misura nettamente maggiore fattori legati agli aspetti generali dei rispettivi sistemi-paese. Paragonare il calcio a sport come atletica, nuoto o tennis è quindi come paragonare l’industria automobilistica – chiamata non a caso l’industria delle industrie, definizione che oggi potremmo estendere anche a quella dei semiconduttori – a settori industriali notevolmente minori, quasi artigianali al confronto. C’è anche una profonda differenza sportiva. I numeri richiesti da un gioco intensamente cooperativo come il calcio, e la sua estesa concorrenza internazionale, richiedono una selezione del talento su scale di centinaia di migliaia o milioni di giovani e giovanissimi. Diventare Sinner (o Kimi Antonelli) è in termini di possibilità statistiche enormemente più facile che diventare Mbappé, data anche la diversissima accessibilità economica delle rispettive discipline. Per la formazione del talento calcistico è richiesta poi una componente di gioco infantile libero, autonomo e informale sconosciuta alla costruzione del talento negli altri sport. Chi in questi giorni ha riempito i social di facile ironia anti-calcistica sul “non si nuota più nelle strade” dovrebbe leggersi le cose scritte in tema da una intelligentissima vox clamantis in deserto come quella di Filippo Galli.
Il modello di nuoto e tennis risiede in una gestione del potere accentratrice
Secondo falso mito: la possibilità che la seconda Italia sportiva possa servire di ispirazione e ammaestramento alla prima, magari per ricondurla all’antica gloria perduta, è nulla. Ad esempio, il modello organizzativo del nuoto e del tennis italiani risiede in una gestione del potere federale fortemente accentratrice, personalistica e assai longeva, che può da sola governare con successo i vari nodi di un sistema molto meno complesso di quello calcistico. Questi modelli dai caratteri misti di machiavellismo e managerialità nel calcio italiano sono letteralmente impossibili da replicare. Ci troviamo di fronte a un sistema composto da una complessità di figure e poteri non ordinabile per via “autoritaria”, attraversato da scarsa o nulla fiducia tra le parti, fattore che impedisce una reale e leale cooperazione. Non sono perciò possibili piani e progetti di ampio respiro, ma solo azioni circoscritte, sopravvivenze e adattamenti, tattiche e non strategie, e al limite diagnosi puntuali della situazione, che non servono però all’azione. Il calcio italiano è nella sua radice irriformabile, se non attraverso improbabili disegni sospesi tra la profezia e l’utopia, che prevedano l’intervento di autorevoli e illuminati dittatori esterni (Mattarella, again?)