L’eleganza di Livio Berruti

Due libri per ricordare il grande velocista azzurro e leggere (o rileggere) la sua storia sportiva e di vita

22 AGO 26
Immagine di L’eleganza di Livio Berruti
Il 9 agosto scorso abbiamo perso, un uomo riservato e sereno che ha oggettivamente cambiato la storia dello sport italiano. Livio Berruti, campione olimpico nei duecento metri a Roma 1960, se n’è andato a 87 anni portando con sé l’immagine stessa dell’eleganza sportiva, quella dove lo stile non è accessorio al risultato, ma trama del suo abito. Berruti era un uomo tanto veloce quanto per bene, tanto che Sergio Giuntini, quando decise di raccogliere gli scritti sull’atletica di Gianni Brera, lo fece con il rispetto di un testimone che vide, nel corso della sua carriera, qualcosa di probabilmente irripetibile. Brera era un giornalista acuto e terribile, capace di scrutare lo sport nel profondo della sua anima. Oltre a pagine indimenticabili dedicate al calcio, quell’anima emerge in Gianni Brera (a cura di Sergio Giuntini), "L’abatino Berruti" (Book Time, 2013) che non è una biografia, ma è una galleria di schizzi, riflessioni, epigrammi su una quarantina d’anni di atletica leggera. E all’interno di quelle pagine dedicate alla regina degli sport, Brera osserva Berruti come l’entomologo guarda l’insetto raro: con il microscopio e con gli occhi perdutamente innamorati. “Ho sognato di scrivere questo articolo per tutta la mia vita. Ora che posso scriverlo sono scarico di nervi come una medium dopo un lungo ed estenuante raptus spiritico”. Inizia proprio così il racconto di Brera della medaglia olimpica di Roma 1960 per Il Giorno, pezzo che da solo vale la lettura di tutta l’antologia.
Invece Claudio Gregori, "Livio Berruti. Il romanzo di un campione e del suo tempo", (Vallardi, 2009) prende un’altra strada. Gregori entra dentro la vita di Berruti, iniziando da quella primavera del 1982 quando il campione olimpico ebbe un gravissimo incidente in auto. Sarà quello il punto di partenza narrativo per raccontare tutto, in forma retrospettiva: l’infanzia a Stroppiana (in provincia di Vercelli, dove è stato salutato per l’ultima volta dai suoi cari), gli allenamenti, la fame di vittoria, la lealtà con i compagni, il silenzio gelido da saper mantenere quando lo sport diventa merce politica e tantissimi aneddoti illuminati da sguardi pieni di riflessioni su filosofia, società, valori.
Il dialogo tra questi due libri è magnetico: Brera illumina l’atletica leggera e il profilo di Berruti, Gregori riempie quel profilo di vita, di carne, di sangue, di realtà. Brera osserva Berruti come testimone di un’epoca che sta già finendo: vede in lui l’anomalia, l’uomo che non cede. Gregori, invece, lo segue dentro i sentimenti, nella dialettica tra l’ambizione e la rettitudine, tra il desiderio di vittoria e il rifiuto di tradire sé stesso. Due facce della stessa paura che lo sport diventasse capace, già allora, di vendere la propria anima al diavolo. Negli anni Sessanta, quando Berruti correva, lo sport era già teatro e oggetto di potere, i Giochi Olimpici erano già stati (e lo sarebbe stati sempre più) strumento di soft power, il doping stava per bussare alla porta, il denaro iniziava a tentare i campioni per trasformarli in macchine da soldi. Eppure, resistevano uomini integri e Berruti era uno di questi. Leggere Brera e Gregori insieme, adesso che Berruti se n’è andato, impone una domanda che pesa come un macigno: esiste ancora, nello sport di oggi, uno spazio per un’eleganza così?