L'addio al ciclismo di Julian Alaphilippe è degno di LouLou

Il corridore francese, due volte campione del mondo, si è ritirato con effetto immediato. In bicicletta sapeva unire gioia e malinconia, felicità e disperazione come in pochi nella storia del ciclismo sono riusciti a tenere assieme

21 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 12:11
Immagine di L'addio al ciclismo di Julian Alaphilippe è degno di LouLou

Julian Alaphilippe (foto Ansa)

Julian Alaphilippe lo chiamano LouLou, perché in Francia va così, raddoppiano il nomignolo. Soprattutto perché LouLou era più azzeccato. Era onomatopeico per il modo con il quale stava in bicicletta, si muoveva quando si alzava sui pedali per scattare e spingere ancora più forte. Era una molla Julian Alaphilippe, un elastico nervoso e scattoso, proprio per questo magnifico da osservare. Era. E fa un certo effetto usare l'imperfetto. Avremmo voluto continuare a usare il presente. Lui ha deciso di farci cambiare tempo verbale. Si è ritirato: addio al ciclismo con effetto immediato.
Era da qualche anno che il corridore francese faticava più del dovuto. In lui sembrava essere svanita la facilità di essere se non il migliore tra tutti, tra i migliori. Eppure erano pochi a dare peso a questo. Anche se si staccava su di una salitella da niente, è successo all'ultimo Tour de France (e non solo all'ultimo Tour de France), c'era chi a bordo strada a lui dedicava un allez, chi urlava il suo nome e spesso quel suo nomignolo che tanto bene lo rappresentava. All'ultimo passaggio sotto il Sacro Cuore a Montmatre nel corso dell'ultima tappa della Grande Boucle, le migliaia e migliaia di persone che avevano occupato ogni posto possibile pur di vedere passare i corridori gli avevano tributato un'ovazione ancor più rumorosa di quella riservata ai primi, Mathieu van der Poel e Tadej Pogačar. Julian Alaphilippe non era tra i primi, sudava affaticato nel gruppo a dieci minuti dagli avanguardisti. Nessuno allora pensava che quello sarebbe stato l'ultimo passaggio in cima a una salita di LouLou.
Sapeva essere meravigliosamente “disumano” in bicicletta Julian Alaphilippe. Era un molleggiato, un concentrato di ardore e improvvisazione, una certezza di imprevedibilità. Con lui in gruppo c'era sempre la possibilità che la corsa impazzisse, che accedesse qualcosa di non pronosticabile. Sapeva unire gioia e malinconia, felicità e disperazione come in pochi nella storia del ciclismo sono riusciti a tenere assieme. Per questo sotto il Sacro Cuore, e non solo lì, la gente gridava il suo nome.
Julian Alaphilippe è stato un campione eccezionale del ciclismo, e non solo di quello francese. In carriera ha vinto 45 volte. Ha vinto due Mondiali di fila (tra i quali quello sconvolto dal Covid a Imola), una Milano-Sanremo (2019), una Strade Bianche (sempre nel 2019), la Freccia Vallone per tre volte (2018, 2019 e 2021) e poi almeno una tappa in tutti i grandi giri: sei al Tour de France, una al Giro d’Italia, una alla Vuelta. E per tre volte ha sfiorato la vittoria alla Liegi-Bastogne-Liegi. Nel 2020 alzò le mani per esultare troppo presto e venne beffato da Primož Roglič prima che i giudici di corsa lo retrocedessero al quinto posto per volata irregolare.
In quegli anni a cavallo tra gli anni Dieci e Venti dei Duemila, Julian Alaphilippe era il più forte corridore al mondo nelle corse in linea, o almeno in quelle dove erano le salite e non il pavé a dar noia, e quindi a esaltare, i corridori. E la Liegi-Bastogne-Liegi era la corsa nella quale Julian Alaphilippe riusciva a dare più spettacolo sui pedali. Non la vinse mai. Anche il ciclismo commette imperdonabili errori storici.
Fu proprio in quella corsa, in un giorno nel quale le nubi si inseguivano in un cielo tristanzuolo che Julian Alaphilippe iniziò a sparire dalle primissime posizioni del gruppo. Il 24 aprile del 2022 LouLou cadde, centrò un albero, si ruppe una scapola, due costole, un suo polmone collassò.
Il ciclismo di oggi non perdona la sfortuna. Qualche mese senza bicicletta si trasformano in anni di inattività. E lui di anni ne aveva trenta e un figlio di quasi un anno. Secondo Enzo Ferrari, “un pilota perde un secondo al giro per ogni figlio che gli nasce”. Non è così, ma qualcosa cambia. Nel ciclismo nulla cambia finché non arriva qualcosa a far cambiare davvero le cose. E quel qualcosa è sempre una caduta, una brutta caduta. Da quel 24 aprile del 2022, Julian Alaphilippe non è stato più il corridore che era prima di quella Liegi-Bastogne-Liegi. Ha comunque trovato il modo ogni tanto di ritornare a esserlo, in forma diversa certo, ma sempre eccellente. Come al Giro d'Italia del 2024 quando verso Fano si inventò, con la compartecipazione preziosa di Mirco Maestri, una follia ciclistica di 138 chilometri.
Julian Alaphilippe era gambe e spirito. Era ricerca dell'improbabile. Per questo la gente gli voleva bene. Perché a corridori del genere non si può che voler bene.