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gli sport della tradizione •
La pallapugno vuole allargarsi. Parla Massimo Vacchetto
“Abbiamo una storia straordinaria, ora dobbiamo imparare a raccontarla”, dice il campionissimo indiscusso di questo sport, che una volta era più conosciuto come Pallone elastico o più semplicemente "balun"
17 AGO 26

Una partita di pallapugno allo sferisterio di Dogliani in provincia di Cuneo (foto sito internet Fipap)
Nel basso Piemonte e nella Liguria di Ponente, quando i ragazzi dicono “vado a giocare a pallone”, i familiari sanno dove trovarli: da qualche parte a praticare la pallapugno, sport locale diffuso solo in due zone regionali, ma allo stesso tempo uno dei più letterari d'Italia perché raccontato da Edmondo De Amicis, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio e Giovanni Arpino, tutti autori di qui. “Pallapugno” si chiama così solo dal 2001: fu l’allora presidente di Federazione Franco Piccinelli, anche lui scrittore delle Langhe, a far cambiare il nome dallo storico Pallone elastico, che come disciplina derivava dall’antico Pallone con il bracciale. Oggi qualche anziano lo chiama ancora Pallone elastico o magari più semplicemente “balun” in dialetto (i nonni il calcio lo chiamavano football per abitudine e per differenziarlo dallo sport più praticato).
Oggi il campionissimo indiscusso della pallapugno è Massimo Vacchetto, classe 1993, due fratelli più giovani battitori come lui in Serie A. Ha vinto l’anno scorso a Cortemilia il suo ottavo scudetto personale e da qualche mese è passato a Cuneo. Ha nell’albo d’oro lo stesso numero di vittorie della leggenda Augusto Manzo, scomparso nel 1982, a cui hanno dedicato una statua ad Alba che lo ritrae proprio nel momento della battuta. Vacchetto insegue invece Felice Bertola con 12 titoli italiani come battitore (e altri due come spalla). A pallapugno si gioca in quattro: oltre a una spalla e a due terzini, c’è il battitore che ha un ruolo fondamentale, con un’importanza nel team quasi senza paragone rispetto ad altri sport di squadra. Anche se Vacchetto ci tiene a usare l’espressione “abbiamo vinto”, gli appassionati di questo sport molto spesso identificano una sfida tra le squadre con il nome dei due battitori. Il colpo più spettacolare è il fuoricampo, cioè il colpo al volo che oltrepassa la linea di fondo. In Piemonte lo chiamano “intra” ed è così che anche Vacchetto lo nomina, in Liguria diventa ancora più poeticamente “cielo”.
Vacchetto già a due anni giocava: in casa dei genitori c’è una foto che lo ritrae con la manina fasciata e il pallone. I nonni erano appassionati, il papà ha vinto una Coppa Italia, è arrivato in finale scudetto sia come battitore che come spalla e ha conquistato alcuni campionati di Serie B. Paolo, classe 1996, ha vinto un campionato e fatto due finali contro Max. Il piccolino (ma fisicamente il più imponente, è del 2005), Alessandro, è al terzo anno di Serie A ed è riuscito finora sempre a salvarsi.
“Siamo legatissimi - racconta Massimo al Foglio Sportivo - in famiglia si parla tanto di pallapugno e quando abbiamo la possibilità ci alleniamo insieme. Giocare contro un fratello è stupendo e spero ricapiti, ma è un’esperienza molto strana. Vuoi vincere cercando di non subire psicologicamente per il fatto che tuo fratello stia invece perdendo. Anche a fine partita la sensazione è particolare, uno dei due per forza di cose è meno felice”.
Vacchetto ama questo sport: “È bellissimo, piace molto a chi ha l’occasione di venirci in contatto. Il problema sta proprio nella mancata diffusione in Italia, ma potrebbe essere apprezzato in tutto il Paese. Va veicolato meglio, abbiamo una storia bellissima alle spalle, anche letteraria. Poi servirebbero dei punti di accoglienza, strutture federali partendo intanto dalle città più vicine come Torino, Milano, Genova e Savona. In ogni caso, per iniziare i più giovani, si potrebbe anche giocare su un campo da calcio senza il regolamentare muro di appoggio. Ora ho ancora voglia di giocare e di vincere e non avrei tempo di fare altro. Magari in futuro, una volta smesso, mi dedicherò a tutto questo”.
Negli anni alle partite di pallapugno sono passati molti VIP, più recentemente Gerry Scotti, Gimbo Tamberi, l’ex capitano del Toro Alessandro Buongiorno (a proposito di difensori, negli anni Trenta Allemandi era un frequentatore abituale dello sferisterio). Sui quotidiani locali se ne scrive, al TG3 regionale se ne parla, su Spotify c’è un podcast fatto da dei ragazzi, il sito della federazione trasmette le partite in streaming. Ma la pallapugno non esce dai suoi confini come pratica, anche se grazie a tutto questo e ai social il numero di chi conosce questo sport in Italia è cresciuto negli anni. Forse non aiuta la lunghezza dei match, anche per via del fatto che si batte sempre dalla stessa parte del campo, non come nel tennis. Per certe cose assomiglia al baseball, ma i piemontesi non mangiano gli hot dog e il pollo fritto durante una gara che può andare abbondantemente oltre le tre ore.
La pallapugno si gioca in sferisterio (il più famoso è quello di Alba, il Mermet, conosciuto anche come il Maracanà), un campo in terra battuta di 90 metri di lunghezza e di 16-18 metri di larghezza, fiancheggiato da un muro di appoggio con sopra una rete. “Ma la pallapugno si può giocare dappertutto - continua Vacchetto - all’interno di una piazza o di una via. Talvolta ci gioco ancora così, ovviamente da quando sono professionista non partecipo più a tornei”. Si chiama Pantalera la derivazione della pallapugno che si pratica per strada e che ha un regolamento leggermente diverso, con la battuta che non si compie con un pugno.
Vacchetto, qual è il rapporto con i due campionissimi che l’hanno preceduto? “Manzo non ho fatto in tempo a conoscerlo, da Bertola sono stato allenato quando avevo 17 anni in B, c’è un legame affettivo, per me è stato un maestro incredibile a livello tecnico, per l’approccio alla partita e nella lettura delle varie situazioni in gara”.
In una vecchia intervista che Giovanni Arpino fece per la TV ad Augusto Manzo, il campione raccontava che dopo una vittoria importante veniva invitato a tre cene diverse. Per lui non era un problema trangugiare anche un pollo intero in una serata. Sorride, Vacchetto: “Manzo aveva una fisicità dirompente. Io cerco di essere più scientifico, ho un nutrizionista che mi segue. Mi alleno tutto l’anno, almeno due ore e mezza al giorno, eccetto due settimane di vacanza”.
Vacchetto è protagonista anche in Nazionale, sì, perché c’è anche una selezione azzurra che disputa i mondiali, ovviamente con squadre che nel loro Paese praticano uno sport simile ma differente. Questo si chiama “gioco internazionale” e l’Italia ha recentemente conquistato i Mondiali Cijb di Mendoza: vittoria in semifinale con l’Olanda e finale trionfale con i Paesi Baschi, che avevano eliminato la Comunità Valenciana, squadra campione in carica. Tra gli altri, la formazione era composta da Paolo, Massimo e Alessandro Vacchetto, con il papà Giorgio come commissario tecnico. Oltre alla disciplina principale, al gioco internazionale e alla pantalera, la Federazione Italiana Pallapugno gestisce anche il bracciale, la pallapugno leggera, la palla elastica, il wallball, la palla eh! e la pelota basca - frontball.
(3 - continua)