Ereditare la sconfitta al Palio di Siena

A Siena non esiste una parola per definire la contrada che ha vinto più palii, ma ne esiste una per indicare quella che non vince da più tempo. È la "nonna", quella che indossa la "cuffia" che un tempo portavano, per l’appunto, le nonne. È un simbolo che si fa destino

17 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 06:26
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Foto di Alessandro La Rocca via LaPresse

A forza di rincorrere una vittoria si rischia di ritrovarsi impantanati nella sconfitta. È così in tutti gli sport, ma è così soprattutto nel Palio di Sienauna corsa che non ha niente di decoubertiniano, una gara di cavalli per niente cavalleresca. L’obiettivo è arrivare primi, sollevare il drappellone da riappendere nella propria sede dopo averlo portato in trionfo lungo le strade della città. Tutto il resto non conta. Nessuna medaglia per i secondi. Nessun record con cui passare alla storia. Nessuna bella prestazione con cui consolarsi. La vittoria viene elevata a sistema. Così la sconfitta diventa condizione collettiva e condivisa. Ogni trionfo è unico, riconoscibile, pronto a passare alla storia per un singolo dettaglio. Le disfatte invece si assomigliano tutte. Si può perdere arrivando ultimi o secondi, per metri o centimetri, cadendo o restando in groppa. Ma a Siena, in qualche modo singolare, si può perdere un palio senza neanche correrlo. Perché le sette contrade che non hanno corso sul tufo e che si sono limitate a guardare le altre non hanno neanche avuto la possibilità di interrompere il proprio digiuno. 
Il confine è assoluto. È sufficiente un millimetro per separare la liberazione dal ritorno immediato all’attesa. La sconfitta così diviene totale e totalizzante. Basti pensare che a Siena non esiste una parola per definire la contrada che ha vinto più palii, ma ne esiste una per indicare quella che non vince da più tempo. È la "nonna", quella che indossa la "cuffia" che un tempo portavano, per l’appunto, le nonne. È un simbolo che si fa destino. Perché non è fatto di stoffa, ma di anni. Un riconoscimento ironico e terribile insieme che diventa condizione pubblica. Tutta Siena sa chi è a indossarla. E non fa altro che rimarcarlo. Ogni nuova carriera può riassegnarla o renderla ancora più difficile da sopportare. Ma la sua caratteristica più crudele è che può essere ereditata. Un contradaiolo può nascere dentro un’attesa cominciata prima di lui, ricevendo insieme ai colori, alle rivalità, agli inni e alle vittorie tramandate anche il vuoto di un successo mai visto, che a volte manca per una vita intera. Il Leocorno non ha vinto per 72 anni consecutivi (tra il 1704 e il 1776, ossia qualcosa come 26mila 300 giorni, il tempo necessario per vedere avvicendarsi almeno tre generazioni), portando la cuffia per 55 carriere di seguito. In epoca più moderna la Torre ha inseguito il successo per 44 anni (dal 16 agosto 1961 al 16 agosto 2005), il Bruco per 41 (dal 2 luglio 1955 al 16 agosto 1996), la Selva per 34 (dal 16 agosto 1919 al 16 agosto 1953). Il Nicchio e la Chiocciola sono le uniche a non aver ancora trionfato in questo secolo. 
Al Palio, però, il tempo accumulato non produce alcun diritto. Ogni Carriera ricomincia da zero, senza annullare il peso di quelle precedenti. Ecco allora che intere esistenze trascorrono con il sogno di un successo che può anche allontanarsi invece che farsi più vicino. D’altra parte una vittoria è impredicibile. Una contrada può aver ricevuto in sorte il cavallo migliore e aver ingaggiato il fantino più bravo, ma questo aumenta solo le probabilità di successo, non lo garantisce. Anche per questo i fantini che riescono a sfilare la cuffia a una contrada entrano nella leggenda. 
All’inizio del Novecento Alfonso Menichetti detto Nappa riuscì a "scuffiare" Pantera (3 luglio 1904), Aquila (16 agosto 1906) e Chiocciola (2 luglio 1911). Proprio quest’ultima impresa diventerà letteratura. Perché, nel tentativo di impedirgli di vincere, un tartuchino, detto Piaccina, gettò il proprio cane tra le zampe del cavallo della Chiocciola. 
Storie antiche di quando i fantini erano soprannominati "assassini". Ma anche recenti. Lo scorso 3 luglio Tittia ha portato l’Aquila al trionfo. La contrada non vinceva dal 3 luglio del 1992 ed era "nonna" dal luglio del 2016, quando la Lupa si tolse la cuffia a luglio per completare poi un clamoroso "cappotto" ad agosto. Quel giorno la contrada del Nicchio, che neanche correva, è diventata nonna «grazie» a un digiuno che va avanti da 28 anni. È un paradosso che garantisce la sopravvivenza stessa del Palio. Nello sport una serie di disfatte svuota gli stadi e spegne la passione. A Siena avviene esattamente il contrario. La vittoria è l’eccezione, la sconfitta è il collante che tiene insieme tutte le contrade. Più si perde, più si spera, più ci si unisce, più ci si identifica nel proprio territorio, più ci si sforza per fare meglio per contrastare la sorte. Tutto in un circolo che si ripete carriera dopo carriera. 
Anche per questo la cuffia non può essere distrutta. Ogni vittoria la strappa a qualcuno e la cuce addosso a un altro. L’Aquila ha atteso trentaquattro anni per liberarsi di qualcosa che non aveva mai indossato. Al Nicchio è bastato vedere arrivare il cavallo di un altro perché ventotto anni di digiuno diventassero, d’un colpo, la propria condanna.
In questo palio sarà in piazza anche la Chiocciola, che non vince dal 1999 ed è la prima in linea di successione. Se dovesse vincere il Nicchio, la contrada di San Marco riceverà la cuffia in una sorta di incoronazione al contrario, altrimenti tutto rimarrà così com’è. Perché al Palio la nonna può spezzare la propria attesa soltanto consegnandola a qualcun altro.