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Il Foglio sportivo •
L’ingordigia di Infantino lo ha portato troppo vicino al sole
Al Mondiale si è capito che il presidente della Fifa del calcio ama solo il business. Ora non gli resta che il sostegno di Trump
15 AGO 26

Foto LaPresse
Dedalo avvertì Icaro: poteva volare, fuggire dal labirinto del Minotauro con quelle ali fatte di penne d’uccello e attaccate con la cera. Ma non doveva arrivare troppo vicino al sole, si sarebbe sciolto tutto, si sarebbero staccate le ali, sarebbe caduto. Icaro, preso dal senso di onnipotenza, ignorò le indicazioni, andò verso il sole e cadde. Quella di Gianni Infantino, che del senso di onnipotenza ha fatto il suo biglietto da visita, è forse la più grande reinterpretazione del mito greco. Ha creduto di poter fare tutto, fino a quando non si è avvicinato troppo al sole. Aveva finito il Mondiale quasi da trionfatore: molti problemi, ma tutti passati in secondo piano. Tanti soldi ricavati trasformando il calcio senza dirlo a nessuno (con le pause per l’idratazione, l’half time show in finale, i biglietti alle stelle) e però un successo da rivendicare. Al punto che sembrava ormai pronto alla riconferma: a marzo 2027 ci sarebbe stato, in pratica, solo lui come candidato alla successione di sé stesso.
Ma il Mondiale non era il successo di un uomo innamorato del calcio, si è scoperto poco dopo. È stato un esperimento: guardate, investitori, come riesco a spremere il calcio e raccogliere denari. E si può spremere ancora di più, se vi accodate; ora i diritti televisivi valgono di più perché si possono inserire più pubblicità, ci sono sempre più clienti disposti a spendere follie per essere nello show, posso annullare le squalifiche ai giocatori più importanti, pur di non ridurre l’attrattiva; ho creato 104 Super Bowl. Poi, sistemata la vetrina, si è capito il suo progetto: vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati, renderlo una macchina da soldi continua, a costo di moltiplicare i Mondiale, le squadre, le partite, le pause. Qualcosa di diverso dallo sport, ma ora che il calcio ha mostrato tutta la sua capacità di generare ricavi se cavalcato con cinismo e sprezzo del gioco, Infantino voleva insistere, esagerare. È arrivato al sole, si è sciolta la cera. Quel progetto era troppo: il calcio, che pure è una macchina da business, ha comunque un limite; appartiene alla gente che lo segue.
Così, pian piano, tutti si sono sfilati: l’Uefa, per la seconda volta, è sembrata la paladina del calcio della gente (impresa già riuscita ai fondatori della sedicente Superlega, dietro la quale - guarda un po’ - si è scoperto che c’era Infantino), le confederazioni si sono rivoltate, i suoi uomini più vicini hanno preso le distanze e chi aveva documenti nel cassetto - perché Infantino va bene, ma se esagera eccoli qua - li ha tirati fuori. E, allora, uno scandalo dopo l’altro, Gianni rimane in piedi, ma sempre con meno spalle su cui appoggiarsi. Ha chiesto, in tutti i modi, a Trump di supportarlo. Gli è rimasto solo lui come amico (e qualche federazione senza vergogna) e, alla fine, ha scritto un post nel quale dice che è un errore cacciare Infantino. Ma è sembrato il bacio della morte, più che un sostegno. Del resto, la parabola discendente è iniziata durante il Mondiale, quando proprio Trump ha detto di aver chiamato Infantino per far annullare la squalifica a Balogun. Qualcuno gli doveva dire di fermarsi. Ma Gianni, che a marzo rischia la fine di Icaro, si sentiva anche Dedalo e i consigli se li dava da solo.