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Antonio ed Emanuele Filippini, gemelli a duemila all’ora. Intervista
Una vita in simbiosi per i fratelli calciatori: sul campo tra gli elogi di Ronaldo e Rui Costa e il cane di Baggio. Adesso il sogno è sedersi sulla stessa panchina
15 AGO 26

Foto ANSA
Questa è la storia di due fratelli nati per caso da un unico zigote, venuti alla luce, uno dopo l’altro, il 3 luglio 1973, a Brescia, la città Leonessa, che hanno continuato a tenersi per mano e a braccetto per tutta la vita. Primo giocattolo? Il pallone. Il primo calcio? Impossibile capirlo. Erano identici dal primo vagito e identici lo sono rimasti anche ora che hanno festeggiato con un’unica torta i loro primi 53 anni. Emanuele ha la maglietta bianca, Antonio quella scura, ma anche quando li hai di fronte restano due nomi che si perdono nel nome e cognome onnicomprensivo, assunto sin dal principio della storia: i gemelli Filippini, nati sotto il segno del Cancro. Il nome vero è sempre venuto dopo…
“Giocavamo insieme già all’asilo, nel cortile di casa, sul piazzale della chiesa. Il pallone lo portava nostro fratello Fabio, che ha cinque anni più di noi. Se riavvolgiamo il nastro, crediamo di aver capito nello stesso momento che tirare calci a un pallone poteva diventare un mestiere redditizio. Forse al secondo anno nella Primavera del Brescia, sicuramente al primo stipendio guadagnato in Serie C”.
Esterni o mezzali, con un’innata preferenza per la fascia destra…
“Sì, abbiamo sempre giocato non solo insieme, ma anche vicini, senza allontanarci mai, fino a quel fatidico 6 novembre 2002, Parma-Brescia 4-3, la partita che sarebbe passata alla storia come quella dei gemelli contro”.
Emanuele da una parte e Antonio dall’altra. Carletto Mazzone, che allenava il Brescia, voleva proporre al collega dirimpettaio, al secolo Cesare Prandelli, di farli giocare in due zone diverse. Temeva che quel fronteggiamento gemellare degenerasse in una querelle fratricida e, come tale, poco educativa…
“Eravamo emozionati e anche un po’ imbarazzati nel trovarci in quella inusitata situazione, ma quando l’arbitro ha dato il via alle danze, nessuno di noi due ha tirato indietro la gamba, anche quando capitava di doverci lanciare sulla stessa palla. In fondo, eravamo due zanzare ossessivamente antagoniste, ma entravamo sempre sul pallone… Noi non abbiamo mai fatto male a nessuno…”.
Nessuno nessuno, lo chiedo a Emanuele, perché, se non ricordo male…
“Ricorda benissimo. Manuel Rui Costa aveva spostato il pallone con una finta, gli ho preso in pieno il piede, è caduto e si è rotto la spalla, ma è stata una fatalità, non una cattiva intenzione”.
A proposito di Rui Costa, vi portava entrambi in palmo di mano…
“Il suo è stato un riconoscimento che ci ha riempito d’orgoglio. Al termine di un Fiorentina-Brescia di tanti anni fa, disse a caldo che eravamo due, ma sembravamo dieci. E che ogni volta che saltava uno di noi due, si ritrovava l’altro e, se saltava anche il secondo, si ritrovava di nuovo il primo. In campo gli era sembrato di impazzire”.
Ronaldo il Fenomeno è andato oltre…
“A differenza di Rui Costa, ha aspettato la fine delle rispettive carriere per confidare al mondo che eravamo stati il suo incubo. Due fratelli, ma sembravano almeno cinque, che correvano a duemila all’ora e se li ritrovava addosso dovunque decidesse di andare”.
Siete in credito con la fama? Eravate davvero così forti?
“Forse si è parlato troppo dei nostri limiti e della favola dei fratelli sosia e poco di quello che eravamo capaci di fare. Dovunque siamo andati, abbiamo giocato praticamente tutto il campionato e non può essere un caso. Senza falsa modestia, crediamo di aver anticipato i tempi e di essere stati, a modo nostro, dei precursori. Noi giocavamo, 25 anni prima, con quell’intensità che ai giorni d’oggi va tanto di moda. Noi affondavamo i tackle e recuperavamo un pallone dopo l’altro. Chi lo fa oggi è etichettato come un patrimonio dell’umanità da preservare. Noi eravamo solo i generosi interpreti dell’arte pallonara di arrangiarsi”.
La somiglianza monozigote, che ha disegnato una coppia calcistica unica e inimitabile, è stata sul punto di trasformarsi in un rischiosissimo escamotage…
“Mircea Lucescu, nell’intervallo di una sfida all’arma bianca fra Perugia e Brescia, essendo uno di noi due ammonito, ci invitò a scambiarci le maglie. Fortunatamente riuscimmo a farlo recedere”.
I momenti più belli? Emanuele ricorda una salvezza del Brescia all’ultima giornata, dopo una stagione maledettamente complicata. Antonio quel derby vinto dalla Lazio per 3 a 1, passato alla storia per il gol di Di Canio provocatoriamente festeggiato sotto la Curva Sud, ma anche per il furore agonistico dei due gemelli in campo, diventato il modello di anima e cuore da stracittadina…
“È stato il culmine, il delirio, il momento più bello. Ricorderemo per sempre quel calore che si sprigionava dagli spalti, quell’atmosfera unica, la felicità negli occhi di mister Papadopulo e di tutti i miei compagni, Di Canio che urlava la sua gioia come un tifoso ragazzino. Un’emozione irrepetibile.”.
Il calciatore più forte che ha giocato al vostro fianco …
“Roberto Baggio abitava sul Monte Olimpo dei fuoriclasse. Al Brescia era considerato e trattato con l’ossequio e il rispetto che si deve a un dio del pallone…”
Fateci capire con un esempio…
“Deve sapere che un bel giorno il compianto Vittorio Mero portò il suo cane ad assistere all’allenamento. Mazzone andò su tutte le furie. Disse che quel cane, cascasse il mondo, non lo voleva più vedere. Passa una settimana e di nuovo un cane fa mostra di sé a bordocampo. Mazzone rischia, seduta stante, un attacco di bile. La verità salta fuori in un baleno. I calciatori fanno notare al mister che è il cane di Baggio. Mazzone passa in un istante dall’ira al sorriso complice. E invita gli inservienti a dare da mangiare al cane del Divin Codino”.
In quest’ultimo quarto di secolo il calcio è cambiato?
“Il Var ha posto ogni fallo sotto la minaccia della lente di ingrandimento. Oggi, ad ogni entrata si rischia l’espulsione. Pensi a Paolo Maldini, la sua specialità erano le scivolate difensive, da cui usciva regolarmente indenne da sanzioni. Oggi basta un fotogramma per dimostrare che, oltre il pallone, hai preso il piede, per ritrovarti con un cartellino rosso o con un rigore a carico. Per non parlare dello step on foot, volgarmente detto pestone. Capita anche nella vita comune, ma calcisticamente parlando è diventato un gesto da scomunica papale”.
Ora che fate? Vivete nella stessa casa?
“No, Antonio vive sul lago di Garda, Emanuele a Milano, ma siamo rimasti l’uno lo specchio dell’altro. Siamo ancora nel calcio. Facciamo tutti e due gli allenatori. Dopo un’onorata carriera. fra vice, prima squadra, Serie D e Serie C, ora come ora, siamo rimasti a piedi, ma siamo tranquilli. A settembre e ottobre cominceranno a cadere le prime teste e sicuramente si libereranno due panchine tutte per noi. È talmente sicuro che uno non deve neppure provare l’imbarazzo di gufare”.
Sogni nel cassetto?
“Ci piacerebbe allenare una delle squadre di cui siamo stati alfieri e paladini. A volersi spingere più in là, il sogno dei sogni sarebbe quello di allenare insieme in serie A. Pensi che bello! Due gemelli monozigoti seduti uno accanto all’altro sulla stessa panchina. Sarebbe la ciliegina sulla torta di una vita vissuta in simbiosi, correndo a duemila all’ora, vicino a dove stava l’altro, senza mai fermarsi a capire chi correva di più ed era più bravo. Ci siamo trovati dalla parte opposta solo in una partita, ma al di là delle suggestioni mediatiche e dei titoli dei giornali, non siamo stati fratelli contro neppure quell’unica volta”.