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Cos'è il "flow", cioè quando la mente trasforma il talento in prestazione
Lo stato di grazia che trasforma una buona prestazione in una grande prestazione: il flow nasce quando la mente smette di proteggersi dall'errore e si concentra soltanto su ciò che sta facendo
10 AGO 26

Foto Unsplash
La cosa migliore che può accaderti quando stai compiendo una grande prestazione sportiva è poter continuare a giocare; la cosa peggiore è essere impossibilitato a farlo. Ciò dipende da quello che in psicologia chiamiamo flow.
Il concetto fu proposto da Csíkszentmihályi nel 1975 e fa riferimento allo "stato di grazia" che si prova quando si è tanto assorti in un'attività da non distinguere se stessi da ciò che si sta facendo. Entrare nel flow significa concentrare al massimo l'attenzione sul compito che si sta svolgendo; perdere la percezione del tempo; provare gratificazione per il semplice fatto di svolgere quell'attività. Quando si è nel flow si corre per correre, si legge per leggere, si scrive per scrivere. Qualunque sia l'attività che vi ci fa entrare.
Questo stato di grazia si accompagna alla sensazione di avere il controllo totale sulla situazione, ed è per questo che nello sport massimizzare le opportunità di entrarvi e di restarvi può fare la differenza tra una buona e una grande prestazione. Ma cosa si può fare a riguardo? Permettetemi di raccontarvi due brevi storie.
La prima riguarda il mio sport - il nuoto artistico - che nel 2023 ha subito una trasformazione radicale: da quell'anno, e ancora oggi è così, buona parte della competizione si basa su quanto il "coefficiente di difficoltà" della tua coreografia sia superiore o inferiore a quello degli avversari. In tal senso, la disciplina offre una sfida estremamente stimolante, ma per coglierne i benefici è necessario accettare qualche rischio, compito che a molti riuscì difficile in quei primi anni. Numerose squadre, infatti, preoccupate eccessivamente degli errori che avrebbero potuto commettere – e verso i coefficienti degli avversari –, si costrinsero a nuotare coreografie troppo semplici – oppure troppo complesse – e così facendo si precludettero l'accesso al flow, al punto che per tanti atleti competere divenne un dispiacere, portando tanti, a tutti i livelli, a ritirarsi prematuramente. Questo accadde perché il flow non esiste quando si cerca di evitare di perdere, ma solo quando si cerca di fare il meglio possibile, come vedremo tra poco.
La seconda storia è più recente e ha per protagonista Lando Norris al Gran premio d'Ungheria. Dopo aver perso la testa della corsa, Norris ha chiesto al suo team di lasciarlo passare davanti compagno Piastri perché, diceva, avrebbe potuto essere dieci secondi più veloce. Una volta davanti, Lando non si è più fermato, e ha continuato a spingere nonostante gli avvertimenti del team di non esagerare; di stare attento ai cordoli; di pensare solo a finire la corsa. Norris, probabilmente, era nel flow; non sorprende che la sua prestazione sia risultata essere tra le migliori della stagione.
Queste due storie ci aiutano a fare un po' di luce su ciò di cui stiamo parlando. L'ingresso nel flow infatti, dipende da cinque punti fondamentali sui quali possiamo agire più o meno direttamente: l'attività deve appassionarci di per sé, ossia dovremmo essere disposti a compierla anche in assenza di benefici esterni (per Lando, correre per la velocità; per i nuotatori artistici, esibirsi per fare qualcosa di bello); la difficoltà della sfida deve essere abbastanza elevata da costringerci a dar fondo alle nostre abilità, pur senza essere mortificante (Norris si sarebbe annoiato a essere "solo" primo, mentre molti nuotatori vissero con ansia le difficoltà eccessive delle loro coreografie); gli obiettivi devono essere precisi e, possibilmente, misurabili (i 10" da dare a Piastri, o l'esecuzione di una coreografia con un certo coefficiente di difficoltà); i feedback devono essere frequenti e coerenti con gli obiettivi; e le distrazioni devono essere ridotte al minimo. Se queste condizioni sono soddisfatte (sfida, obiettivi, feedback e assenza di distrazioni), impegnarsi in un'attività appassionante potrebbe farci sperimentare questo meraviglioso stato di grazia, a patto di non cercarlo (pensare al flow distrae dal compito; la chiave è: stai in ciò che fai).
Da quanto detto emerge che la differenza tra il flow e la sua assenza è la stessa che passa tra il vivere e il sopravvivere. "Stare attenti a non perdere" può regalare il sollievo della non sconfitta, ma non ti farà mai esultare gridando "Beautiful!" al termine di una gara. Nuotare con il freno a mano tirato può proteggerti dall'errore, ma non ti permette di essere davvero dentro ciò che fai. Per entrare nel flow bisogna concedersi il diritto di sbagliare, osare una traiettoria più aggressiva, accettare il rischio di cadere pur di superare i propri limiti. Il flow è questo: vivere, non sopravvivere. Ed è proprio lì che nasce l'incredibile.
Giorgio Minisini è un ex nuotatore artistico italiano, vincitore di 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi ai Mondiali