Storia di storie. Corpo e potere, quando lo sport diventa una lotta contro il destino

Alejandra Pizarnik ha scritto un'epigrafe perfetta per leggere insieme due romanzi che parlano di sport e di come il corpo reagisca sotto pressione: Giulia Della Cioppa, La mancina, (Bompiani, 2026) e Luigi Guelpa, La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (DeriveApprodi, 2026)

8 AGO 26
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"Per spiegare con parole di questo mondo che una nave è partita da me portandomi via" Alejandra Pizarnik ha scritto un'epigrafe perfetta per leggere insieme due romanzi che parlano di sport e di come il corpo reagisca sotto pressione: Giulia Della Cioppa, La mancina, (Bompiani, 2026) e Luigi Guelpa, La lunga marcia della tartaruga. Una partita contro il destino (DeriveApprodi, 2026). Di navi e di partenze si tratta, della distanza che si crea tra il corpo e sé stesso, tra l'atleta e la possibilità di controllare il proprio destino. Guelpa e Della Cioppa raccontano due sport diversi, il calcio e il tennis, ma anche la medesima fuga che accompagna il corpo quando si allontana dal soggetto che lo abita.
Luigi Guelpa in La lunga marcia della tartaruga descrive il calcio come palcoscenico geopolitico dove la resistenza è condannata alla consapevole e necessaria ridefinizione del senso della vittoria: due amici partono insieme, per una avventura fuori dall'ordinario, quando a uno dei due viene fatta la proposta di allenare la nazionale del Kinjanga, minuscolo Stato africano appena uscito da una dittatura. È un romanzo che tiene insieme sport e antropologia, dove si incontra l'Africa che dice di no al colonialismo, ma continua a pagare caro e salato il prezzo della propria libertà. Il calcio diventa il luogo dove il potere coloniale continua a esercitarsi persino nella resistenza e il corpo dei calciatori non appartengono a sé stessi, ma alla storia, alla politica, alla lotta per l'autodeterminazione che sembra non avere mai fine.
Un romanzo che dialoga bene con La mancina di Giulia Della Cioppa, dove il tennis racconta l'esatto contrario: non la collettività rumorosa della piazza calcistica, ma il silenzio del rettangolo perimetrato, la solitudine rigorosa della mano sinistra che impara il controllo del gesto tecnico. Qui il corpo non tenta di emanciparsi (o fuggire) dalla politica nel senso di Guelpa, ma corre verso una forma di controllo ossessivo, meticoloso, quasi maniacale: il servizio, la palla, la geometria della posizione, il numero infinito di ripetizioni che dovrebbe garantire al corpo di obbedire, finalmente, al soggetto che lo comanda.
Se La lunga marcia della tartaruga è azione collettiva, La mancina è il simbolo di una resistenza intima, individuale, microscopica, dove ogni centimetro della traiettoria della palla è una battaglia personale contro il caos, dove ogni geometria del gesto tecnico è messa in discussione da una forza centrifuga verso l'altrove. E se Luigi Guelpa descrive il fallimento collettivo della resistenza politica, Giulia Della Cioppa racconta il fallimento individuale dell'ossessione del controllo tecnico. Uno dice che il potere non si vince, l'altra che il corpo non si domina completamente, che ogni tentativo di controllo è sempre fragile, minacciato dall'errore. Nessuno dei due crede alla retorica del miracolo, alla favola della resilienza che vince. Eppure, letti insieme, i due libri si ricongiungono su una tesi che riguarda lo sport, ma forse anche questo mondo malandato: il corpo è il luogo dove il sé rifiuta il proprio annullamento: l'atleta resiste non perché vincerà, ma perché riconosce e difende la sua identità. La nave se ne va, ma la mano che tiene la racchetta, il corpo che corre sul prato, rimangono. Fragili, magari sconfitti, ma tremendamente umani.