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Perché vietare i colpi di testa nel calcio
La questione riguarda la salute dei calciatori, specialmente i più giovani. L’ultima società a preoccuparsene, in ordine di tempo, è il Como che ha deciso di vietare i colpi di testa nella sua Under 10 e di consentirli solo con palloni leggeri fino all’Under 13
3 AGO 26

Foto Ansa
Non ci sono più molti centravanti alla Riedle o alla Bierhoff, che facevano del gioco aereo la loro arma principale. Milan Djuric è, forse, l’ultimo di una specie in via di estinzione. Non ci sono e, forse, non ci saranno nemmeno in futuro. E questo non perché le squadre facciano meno ricorso al cross o perché non si trovino più i numeri 9 di un tempo. No, la questione è un’altra e riguarda la salute dei calciatori, specialmente i più giovani. L’ultima società a preoccuparsene, in ordine di tempo, è il Como.
Il club lariano infatti ha deciso di vietare i colpi di testa nella sua Under 10 e di consentirli solo con palloni leggeri fino all’Under 13. In tal senso, la società ha anche rilasciato delle linee guida per gli allenatori delle prime categorie del settore giovanile. Vale la penava ricordare che, attualmente, nel consiglio di amministrazione del Como siede anche Raphaël Varane, ex difensore della Nazionale francese. Proprio Varane, qualche tempo fa, parlò apertamente delle commozioni cerebrali sofferte in carriera, dovute secondo lui ai traumi subiti alla testa e ai continui colpi di testa ai quali un giocatore è esposto in carriera. Un problema non nuovo nel calcio, se è vero che la FA (la Federcalcio inglese) se n’era fatta carico già nel 2024, rilasciando un documento che scoraggiava l’utilizzo del colpo di testa nelle categorie fino a diciotto anni. Nel 2021 poi la Premier è stata la prima lega professionistica a consentire una sostituzione supplementare in caso di commozione cerebrale da parte di un calciatore.
Tutte queste precauzioni nascono dagli studi sul tema condotti in ambito calcistico a partire dal momento in cui, nella Nfl, scoppiò la questione relativa alla Cte (Encefalopatia traumatica cronica). Come noto, questa condizione degenerativa è stata scoperta dal neuropatologo Bennet Omalu a seguito dell’autopsia effettuata sul cervello di Mike Webster, ex giocatore Nfl morto suicida. A seguito di questa denuncia nacquero una serie di contenziosi legali che videro impegnati lo stesso Omalu, la Nfl e l’associazione giocatori e che sono stati ben spiegati nel film Zona d’ombra del 2015, con Will Smith come attore protagonista. Attenzione però. La Cte è legata a commozioni cerebrali, non agli head impacts ripetuti (come i colpi di testa). Nel abbiano parlato con la dottoressa Valentina Re, medico fisiatra, esperta di commozioni cerebrali nello sport e, sul tema, consulente della World Rugby (l’organismo che governa il rugby a 15 e a 7 nel mondo) e del Milan.
“La prima cosa che mi preme sottolineare – dice la dottoressa – è la differenza fra commozione cerebrale e head impact. Non sono uguali. La commozione cerebrale è un trauma cranico seguito da sintomi (problemi di equilibrio, difetti cognitivi, alterazione dell’equilibrio sonno – veglia, sensazioni visive…) con lesioni che, se ripetute nel tempo, possono portare alla Cte, malattia diagnosticabile solo post-mortem. Nei repetitive head impacts, impatti ripetuti che non provocano sintomi, non è così. Non esistono studi che affermino che gli head impact, nel tempo, possano portare con certezza alla Cte”. “Oggi non sappiamo quanti e quali head impacts possano portare, nel tempo, a una malattia neurodegenerativa”. “Nel calcio è presente una sofferenza neuronale acuta legati agli head impacts ripetuti, (dimostrata da studi con prelievo di biomarcatori entro 48 ore), ma questa non ha il tempo di creare una somma di eventi tali da portare a una Cte”.
Perché allora limitare i colpi di testa nei giovani? “Il cervello dell’adolescente non è ancora formato, inoltre i tempi di recupero di una commozione cerebrale sono più lunghi. C’è evidenza che limitare i colpi di testa possa diminuire in futuro la possibilità di sviluppare la Cte? No. È però un comportamento prudenziale da adottare, in attesa di evidenze”. In questo senso, il calcio è arrivato tardi rispetto ad altri sport. “Sì, anzi nel calcio non sempre le regole Fifa sulle commozioni cerebrali vengono applicate. Infatti alcuni calciatori hanno fatto causa alle società. Nel football americano l’applicazione dei protocolli è molto più rigorosa”, conclude la dottoressa Re.