Macchi non si accontenta dell'argento al mondiale

"Nella vita lavorativa e accademica pretendo sempre di più". Il campione azzurro racconta la sua esperienza a Hong Kong e ricorda che nella scherma non è facile godersi i risultati

3 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 11:34
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Foto ANSA

Raggiungere l’apice è davvero sinonimo di felicità? Filippo Macchi si prende qualche istante prima di dire: "Può darsi. Ne parlavo con il mio maestro, gli spiegavo che dopo le vacanze dovrò riprendere a studiare per la sessione di settembre e mi ha detto: 'Ricordati che quelli come te puntano sempre all'eccellenza e quando raggiungono una cosa, ne vogliono subito un'altra'. E' vero. Non mi accontento, penso sempre allo step successivo, probabilmente non sarò mai felice. Forse, la mia felicità sta nelle piccole cose: famiglia, fidanzata, gli amici, però nella vita lavorativa/accademica pretendo sempre di più". L’azzurro del fioretto torna dal Mondiale di Hong Kong con l’argento individuale, l’unica medaglia che gli mancava, e l’oro a squadre. "Al primo posto metto il titolo europeo, arrivato quando non me lo aspettavo. Poi l’argento olimpico, che mi ha cambiato la vita, ma non è un oro…penso a quello che poteva essere. Infine l’argento mondiale: ho fatto una gara strepitosa fino alla finale. Lì non mi sono fatto trovare pronto, non so darmi una spiegazione. Durante l’assalto ho iniziato a dubitare, pensavo alla figura che stavo facendo nei confronti di me stesso atleta. L’ho preparato male, sono stato un po’ presuntuoso, ma servirà".
Rispetto a Parigi 2024, dove fu due stoccate avanti e ci furono diverse polemiche, qui resta l’amarezza tanto da chiedersi se sia facile godersi i risultati. "Non lo è. Nella scherma se non vinci perdi, non gareggi contro il tempo o una misura, è un assalto secco, non è detto che vinca il più forte". Eppure, sembra che i fiorettisti azzurri siano il top di gamma: "Siamo un gruppo affiatato ma non ci frequentiamo tanto extra scherma. Imparo da chi ha più esperienza. Velasco ha detto che non bisogna essere amici. Ci si vuole bene se si vince. Dopo le prove individuali, dobbiamo trasformarci, siamo bravi in questo, ognuno sa cosa l'altro voglia sentirsi dire. Sappiamo il nostro valore e puntiamo a vincere o non sarebbe giusto nei confronti della Nazione, della Federazione e di noi stessi". Macchi non ha mai dubitato del suo percorso, seguendo le orme del maestro Simone Vanni (attuale ct del fioretto) e dell’ex azzurro Daniele Garozzo, oggi vicepresidente della FIS: "Avevo dubbi che potessi arrivare ai suoi livelli, era un limite che mi imponevo da solo. Garozzo è uno dei migliori per forza mentale e dedizione. Simone mi ha visto crescere. È il ct ma credo fosse al mio battesimo…avere accanto campioni così mi ha portato a pretendere tanto da me, anche all’Università". Determinante anche il nonno Carlo, che sperava nella sua vittoria agli Assoluti, ottenuta proprio quest’anno. Il fondatore del Circolo Scherma Navacchio (Pisa) aveva conservato una bottiglia da stappare: "Me n’ero dimenticato: anni fa avevamo avuto una cucciolata di 12 alani ed è andata rotta. Non avevo mai fatto un risultato utile e quando ho vinto, mio cugino mi ha scritto: 'Puoi stappare quella bottiglia'. Sono crollato. Ha visto la parte guascona di me, quella che non studiava e non si comportava al meglio, quando ho fatto lo switch già non c’era. Mi chiedo ogni giorno cosa direbbe, quanto sarebbe felice". Ora, Macchi si godrà qualche settimana di relax in Malesia, prima di rimettere la testa sui libri. Con lui ci sarà Giulia Amore, schermitrice, figlia di Diana Bianchedi, con cui ha iniziato a convivere: "Ha vinto una borsa di studio a Parigi, saremo di nuovo divisi. Stiamo benissimo, ma la prima sera di convivenza ha fatto una pasta troppo salata e scotta (ride, ndr). Anche il lavoro che sto facendo con il mio psicologo è orientato a crescere come persona: lo sport è una metafora di vita e la pedana riflette chi sei".