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Krol: “Nessun trofeo vinto con l’Ajax. Mi ha dato il calore ricevuto al Napoli”
“Adoravo la città, da uomo del nord trapiantato al sud. Dopo un paio di mesi di ambientamento ero in grado di ascoltare, scherzare e chiacchierare con le persone. Mi sono sempre sentito alla mano come loro”, i ricordi dell'olandese
1 AGO 26

Foto Ansa
Non c’è distanza che tenga. Anche dopo decenni, Ruud Krol parla come uno scugnizzo acquisito – in inglese, ok, ma si badi alla sostanza. Nella smorfia napoletana il numero 5 sta a significare la mano: per l’olandese, invece, “è sempre stato quello sulla mia maglia. Dunque oggi ho un sogno”. Cioè? “Che questa stagione, per festeggiare il suo centesimo anniversario, il Napoli vinca il suo quinto scudetto. Sarebbe fantastico, per tutta la città e per un club che così tanto ha dato al calcio”. Sin dal 1° agosto 1926, come vuole la tradizione.
“Torno laggiù diverse volte all’anno, c’ero anche per lo scudetto di Spalletti. Partite fra vecchie glorie e rimpatriate con gli ex compagni: tanti sono partiti, ma il mio amico Bruscolotti è sempre lì. E l’amore della gente pure”. In un recente sondaggio radiofonico, Krol è stato votato miglior difensore azzurro di sempre con il 95 per cento delle preferenze. Un plebiscito. “Mi commuove sapere che questo rapporto duri ancora. E l’affetto è reciproco. Giocando nell’Ajax ho vinto tutto: campionati, Coppe dei Campioni. Il calore di Napoli però vale più di qualsiasi trofeo”. Oggi Krol ha 77 anni e lo dice con l’entusiasmo di un ragazzino. È stato uno dei migliori calciatori della sua generazione, un pilastro nell’Olanda del ‘calcio totale’ che stregò il mondo negli anni Settanta. “Il bello doveva ancora arrivare”, racconta lui al Foglio sportivo. “Dopo tante stagioni ad Amsterdam, avevo finito le motivazioni. Così sono andato ai Vancouver Whitecaps”, ieri come oggi – era il 1980 – una mossa da fine carriera. “Invece il Canada mi ha rigenerato. Antonio Juliano, dirigente del Napoli, mi intercetta dopo una partita a Seattle. Parla inglese a stento, ma tramite un traduttore mi dice: ‘Lunedì prendi l’aereo con me’. Afferro la palla al balzo. Quella Serie A è il campionato migliore che esista e non vedo l’ora di poter dire ancora la mia. Il giorno stabilito tutto sembra filare liscio, ma Juliano in aereo sembra non arrivare mai. Attimi di panico. Alla fine sale appena prima che chiudano il portellone”. E l’avventura comincia. “Sì. Con 42 ore di viaggio. Stanco, sballottato dal fuso orario, atterro a Napoli la mattina e devo scendere in campo la sera. Alla prima partita colpisco comunque un palo e una traversa. I tifosi sono entusiasti. Io pure”.
Perché scegliere proprio il Napoli? “La semplice verità? È stato più veloce degli altri, quando riaprirono le frontiere”, sorride Krol. “Mi aveva cercato anche la Roma di Liedholm, dopo una mia bella prestazione in amichevole contro di loro. Un giorno, quando era già allenatore degli azzurri, ho visto Ancelotti: ‘Peccato che non ci siamo mai affrontati in partita…’, mi dice. Io gli rispondo di sì. In quel Vancouver-Roma lui era giovane, ma c’era eccome. Abbiamo verificato insieme e ci abbiamo riso su”. Ruud ha ancora una memoria di ferro. “Un buon difensore deve avere senso dell’orientamento, leggere la partita, tenere sempre d’occhio l’avversario più pericoloso. Dunque parlare, parlare, parlare: anche duramente, se necessario, per portare i compagni a vincere. Uno dei miei punti di forza era proprio l’organizzazione e la comunicazione fra i reparti. Ho dovuto subito imparare l’italiano, altrimenti non avrei potuto comandare la difesa. Me ne sono accorto sul campo…” Altro aneddoto. “Giochiamo ad Ascoli, siamo avanti 1-0, voglio alzare la retroguardia e urlo: ‘Fiori, fiori!’, anziché fuori, fuori. Alla fine perdiamo 3-2. Lì ho capito che la pronuncia conta”.
E così Krol ha potuto anche conoscere a fondo la vita napoletana. “Adoravo la città, da uomo del nord trapiantato al sud. Dopo un paio di mesi di ambientamento ero in grado di ascoltare, scherzare e chiacchierare con le persone. Mi sono sempre sentito alla mano come loro”. Anche se loro lo consideravano una divinità da venerare. “Un giorno mi sono trovato in una strada di quartiere per un servizio della tv olandese. Non l’avevo detto a nessuno, ma in qualche modo s’era sparsa la voce: d’un tratto spunta un’orda di tifosi con le bandiere, guidati da un amministratore locale mortificato perché non aveva nessun regalo da darmi. Avrei dovuto avvertirlo, mi becco pure il rimprovero. Allora torno lì tre settimane dopo: mi hanno caricato di vino, pasta, bontà di ogni tipo”. E con quale piacere l’avranno fatto. “Un’altra volta a Sorrento mi hanno consegnato perfino una medaglia d’oro: cittadini qualsiasi, mica le istituzioni. A quel punto ho detto ai miei compagni: ‘Ragazzi, basta. Non lo posso più fare’. Finché si tratta di generi alimentari va bene, ma non è accettabile un oggetto di tale valore da persone così umili, quando io sono un calciatore: è troppo. Non lo trovo moralmente giusto”.
Resta allora la cavalcata sul campo: si dice che Krol sia stato per Napoli come Maradona, prima di Maradona. “Penso di aver aperto gli occhi al club”, conviene lui. “Insieme abbiamo alzato la qualità e l’asticella dell’ambizione: il terzo posto con una delle migliori difese del campionato, 15 partite di fila senza sconfitte. Abbiamo mostrato un’idea di calcio a tutta l’Italia, raramente il Napoli era andato così vicino allo scudetto. Memorie stupende. Peccato solo non aver fatto parte del resto”. Krol resta in azzurro per quattro stagioni. Poi è il prezzo da pagare proprio per prendere Diego. “Il club non aveva i soldi per arrivare a un fuoriclasse così senza incassare dalla mia cessione: lo capisco, ormai avevo 35 anni. Mi era capitato di affrontare Maradona in Nazionale, quando lui era un ragazzino. Mi sarebbe piaciuto averlo anche in squadra con me: per un difensore, poi, uno come lui meglio compagno che avversario. Ma va bene così. Ho giocato tanto insieme a Cruijff”. Paragone impossibile? “Penso che il calcio sia fatto di grandi epoche. E ciascuna epoca ha il suo fuoriclasse indiscusso: loro lo sono stati”. Ruud ha accompagnato la transizione. Chi ama non dimentica.