Copparoni e il rigore parato a Diego

L’amicizia con Riva, il fil’e ferru a Graziani. E il silenzio del San Paolo dopo la magia
1 AGO 26
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Foto Lapresse

"Ragazzino, dove credi di andare! Vai via!”. Il bercio del custode dell’Amsicora brucia ancora. Renato Copparoni ha sedici anni: “Lo ricordo come un ceffone!”. Per fortuna, Mario Martiradonna lo riconosce. “È uno dei nostri” dice il terzino all’uomo alla sbarra dello stadio del Cagliari. “Era la mia prima convocazione in Prima squadra. Albertosi infortunato, Tampucci senza contratto, Scopigno mi chiama”. Il “Coppa”, come lo chiamano gli ex compagni, gioca in Seconda categoria con la squadra del suo paese, San Gavino Monreale. Nella cittadina a 50 chilometri da Cagliari, Renato è tuttora il portiere che ha parato tutto. Tuffi e guantoni che sanno di paura, sudore, fatica.
Diretto, abituato anche agli angoli bui della quotidianità, Copparoni è negli almanacchi per aver parato per primo in Europa un rigore a Diego Maradona. L’episodio innesca un sorriso. Ma è sull’approdo nel Cagliari dello scudetto che torna volentieri. “Erano i campioni d’Italia. Incontrai Gigi Riva al ristorante Corallo, ritrovo rossoblù a due passi dal porto. Ero emozionato, gli diedi del lei. E lo chiamai signor Riva. Mi rispose che il Signore stava in cielo e lui era Gigi”. La giostra dello sport. Capace di rompere barriere, favorire sviluppo e crescita. L’uomo e il professionista. “Non mi sono mai preso troppo sul serio. Sapevo da dove ero partito”. Con le maglie di Cagliari, Torino e Verona ha girato a lungo. “Ho condiviso lo spogliatoio con campioni come Albertosi, Tomasini, Riva, Claudio Sala, Zaccarelli, Pulici e Graziani, Elkjar, Di Gennaro e Verza”. La voce si incrina. È passato mezzo secolo. “Ho esordito da centravanti. Nel 1964 giochiamo con la Monreale la finale Giovanissimi contro il Santos Pirri. Segno di destro. Al ritorno il nostro portiere non c’è, ero il più alto, finisco tra i pali. Mi viene tutto facile. I dirigenti e l’allenatore Giovanni Zucca parlano con mio padre: sarò titolare in Seconda categoria”. L’assist per il Cagliari arriva a breve. “Giochiamo a Sarroch, paese di Mario Tiddia, ex difensore e tecnico degli Allievi. Mi vede parare, faccio bene il provino. C’erano Longo, Greatti, Nené. La Monreale chiede un milione di lire. Nanni Puddu, a capo del settore giovanile, offre centomila lire. Ci fu uno stallo. Tiddia dice che se non mi avesse comprato il Cagliari mi avrebbe portato al Brescia di Silvestri. Firmai in rossoblù per settecentomila lire”. Renato ha un eloquio riflessivo. Classe ‘52, debutto in A nel ’73, Cagliari-Torino 1-0, laurea in Scienze politiche, finirà proprio al Toro. “Quando Albertosi passò al Milan, mi ritrovai Vecchi. Non mi sarei mosso ma Gigi Riva, al mercato estivo, mi chiama: “Renato, dobbiamo salutare Radice all’hotel Capo Boi. Aveva vinto lo scudetto con il Torino. Al Cagliari eravamo da cinque mesi senza stipendio, Riva era l’uomo società con Delogu presidente. In macchina verso Villasimius mi ricorda che il mister mi chiese anche due anni prima. Ma Andrea Arrica disse no. Dopo pranzo Radice dice che, dopo l’addio di Castellini, ha bisogno di me. Non fiatai. Ma chiesi un po’ di tempo per pensarci. Al rientro Gigi fu chiaro: “Per te è un’opportunità con grandi campioni, per noi 400 milioni di lire. Soldi che ci servono”. Gli risposi che aveva rifiutato la Juve. Replicò ridendo che lui era Riva e io Copparoni!”.
Un passato in bianco e nero. Le emozioni a colori. “Il mio idolo? Albertosi, fin dalla Fiorentina. Aveva stile e personalità. Mi piacciono Donnarumma, Carnesecchi e Caprile”. Si ripassa dal Toro. “Un ricordo? Eraldo Pecci: mattacchione e giocatore di scopa che sfida il presidente Orfeo Pianelli. E non scordo Graziani: portai file’e ferru, l’acquavite sarda, da Orgosolo. Ciccio la assagia prima di giocare: doppietta!”. Passioni senza fine. “L’ambiente Toro è speciale. Una famiglia, amici affiatati. Al Filadelfia sentivamo gli umori di giganti come Valentino Mazzola e gli altri del grande Torino. Indimenticabile”. Il diesse è Luciano Moggi. “Dopo le partite si cenava dal Pirata. C’era un’orchestrina, dopo mangiato balli e canzoni. Luciano eseguiva le hit di Franco Califano. Anni dopo mi chiama al Napoli. Ma Ottavio Bianchi, con me al Cagliari allenato da Chiappella, voleva Paradisi. Che Moggi non gli comprò!”.
E siamo al rigore del 2 marzo 1986. “Vidi alla Domenica sportiva le immagini di Verona-Napoli. Giuliani ha di fronte Maradona dal dischetto. Si muove prima, Diego la mette dall’altra. Pensai: domenica siamo a Napoli, dovesse capitare, sto fermo. Così è stato: Maradona ha calciato poco angolato alla mia destra, l’ho deviata. Il silenzio dei cinquantamila del San Paolo lo ricordo bene”. Copparoni, una vita dietro i titolari. Da Terraneo a Martina e Lorieri: la solitudine del numero 12. “Vero. Ti alleni come se stessi giocando. E devi farti trovare sempre pronto”. Come contro il Tirol Innsbruck, titolare nel Toro a 35 anni in Coppa Uefa. “Andai bene. Mi segnò un gol fantastico Hansi Müller”. Il ritiro? Nel 1998. Poi, in panca. Da tecnico dei portieri tra Lazio, Verona e Foggia. Renato è stato il vice di Mimmo Caso, sempre alla Lazio. “Bei tempi. A proposito, ho parato un rigore anche a Pruzzo, Vialli e a Rigamonti, il portiere del Como”.