Come non vanno inquadrate le atlete

Sportive in tv, dove finisce la cronaca e comincia lo sguardo. Le nuove (criticabili) regole contenute nel documento emesso da Ebu ed European athletics
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Larissa Iapichino, figlia di Fiona May, la nostra grande speranza nel lungo e, nel riquadro alcune delle pose che l’Ebu richiede di non inquadrare più quando si riprendono legare d’atletica (foto Getty Images)

Ora non sono più solo sprinter, fondisti, marciatori, saltatori in lungo o con l’asta a dover fare i conti con “gesti atletici”. Anche i cameramen devono imparare ad “alzare” le loro telecamere. Uno “sport” di tutt’altro tipo che, a giudizio di molti, non viene praticato correttamente, soprattutto quando si tratta di inquadrare le campionesse donne in televisione. È quello che cerca di spiegare “Raising the bar”, il documento emesso da Ebu (“Unione europea di radiodiffusione”) e European athletics con le linee guida per evitare riprese “compromettenti” o sessualizzanti.
L’astista inglese Holly Bradshaw, che ha anche collaborato alla redazione delle raccomandazioni, ha dichiarato: “Le atlete vogliono divertirsi praticando lo sport che amano senza provare disagio o ansia per le immagini trasmesse in diretta. Molte di noi, me compresa, si sono trovate in situazioni competitive in cui erano più concentrate sulle telecamere che sulla propria prestazione”. In una gara dove il corpo femminile (ma anche quello maschile) è per forza di cose esposto e sotto gli occhi di tutti non è difficile pensare come una telecamera possa diventare elemento di disturbo. Sempre la Bradshaw afferma: “Il modo in cui il nostro sport viene trasmesso in tv può essere dannoso per le atlete in gara e per le donne e le ragazze che ci seguono. Io stessa ho subito abusi sui social media e ho visto online video inappropriati che ritraevano me e le mie colleghe quando momenti delle nostre competizioni venivano ripresi al rallentatore”. Le fa eco la lunghista serba Ivana Španovic: “Alcune inquadrature non solo causano disagio alle atlete e distrazioni inutili, ma possono anche generare effetti a lungo termine sulla salute mentale”.
Le linee guida invitano a evitare riprese che possano sessualizzare le atlete
Per ovviare al problema Ebu invita a non proporre allo spettatore immagini “compromettenti” delle sportive. Le virgolette su “compromettenti” sono d’obbligo perché, sebbene la serenità di un’atleta sia fondamentale per svolgere al meglio una gara, c’è anche da chiedersi se certe raccomandazioni non siano esagerate. Se si legge il documento vengono proposti esempi giusti e sbagliati di come posizionare le telecamere accompagnati da immagini fumettistiche. Secondo Ebu alcune riprese definite “artistiche” andrebbero evitate perché inquadrano le sportive troppo dal basso finendo per focalizzarsi non tanto sul gesto atletico, quanto più su parti anatomiche del corpo femminile. Per esempio, nel paragrafo dedicato alle discipline della corsa si legge: “Immortalare le atlete da una prospettiva al di sotto del bacino rischia di produrre immagini poco lusinghiere. Pertanto, è preferibile posizionarsi davanti all’atleta, quando possibile, oppure evitare inquadrature troppo ravvicinate, specialmente durante i preparativi finali sulla linea di partenza e nei momenti di stanchezza in cui potrebbero crollare sulla pista”. Siamo d’accordo. Non trasmettiamo proprio la gara. Ci dicano direttamente il risultato e l’ordine di arrivo. Non sia mai che lo spettatore possa vedere un muscolo, una coscia o un gluteo di sfuggita. E già che ci siamo censuriamo anche lo sforzo fisico per essere sicuri che non si mandi in onda neanche una goccia di sudore.
Nella sezione dedicata al salto con l’asta ancora si legge un passaggio discutibile: “A volte è difficile prevedere quando una sportiva si piegherà davanti alla telecamera e talvolta è impossibile evitarlo; in questo caso (si riferisce all’immagine fumettistica) l’atleta sta sollevando l’asta e un’inquadratura più ravvicinata del suo volto prima di quel momento o uno spostamento del cameraman al suo fianco avrebbero potuto scongiurare questa ripresa”. Anche qui stiamo attenti. Diciamo direttamente alle campionesse di non piegarsi così il problema viene risolto all’origine. Persino un replay dell’atleta con la sua pancia in bella mostra mentre cerca di andare oltre l’asticella, è considerata un’angolazione scorretta.
Viene da chiedersi perché queste stesse premure non possono essere applicate agli atleti uomini? Se dobbiamo arrivare a una situazione di parità, niente più piegamenti, pance e glutei neanche per loro. Ma quindi servono davvero delle linee guida per le donne? Ne è convinta la dottoressa Romana Caruso, psichiatra che si occupa di sport e atleti d’élite. Nella sua rosa di pazienti è comparso anche un nome illustre, quello di Sofia Goggia che non è l’unica campionessa avuta in cura dalla dottoressa. “Una donna, soprattutto in questo momento storico – spiega – è molto condizionata dall’apparenza. C’è la preoccupazione di come si viene viste attraverso la telecamera, attraverso gli occhi del telespettatore. E sicuramente certe riprese vanno oltre il buon gusto e il rispetto del corpo dell’atleta come persona”. Poi aggiunge: “La radice del problema è da ricondurre a una cultura sportiva proiettata verso il fuori, a dimostrare, a mostrarsi invece che direzionata verso la propria crescita, il proprio talento. Si valorizza troppo l’estetica, il vestito, la pettinatura, la sessualità. Fin da giovani le donne devono fare i conti con questa dimensione sessualizzante del loro corpo. Se diminuisce la concentrazione interiore perché si pensa alla telecamera, al pubblico, all’allenatore e così via, ne risente anche la prestazione atletica”.
La psichiatra Caruso: “Certe riprese vanno oltre il buon gusto e il rispetto delle ragazze”
Insomma, parliamo di uno sport proposto come esibizione e non come rappresentazione di sacrificio, raggiungimento di un successo, dimostrazione di volontà e costanza (elementi che sono il vero spettacolo). Il documento di Ebu è sicuramente un passo in avanti verso la comunicazione di uno sport più sano anche dal punto di vista dell’immagine, ma non sarebbe giusto neanche censurare qualsiasi movimento giudicato pericoloso per la sensibilità dell’atleta e dello spettatore. Ci vuole una via di mezzo o come direbbe l’Ebu “una prospettiva più alta”.