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Baresi, il Capitano che sfida il tempo: dal Milan al mondo senza mai cambiare passo
A cinquant’anni in rossonero Franco Baresi torna a raccontarsi in un libro sorprendente: un viaggio da Manaus alla Mongolia, tra Berlusconi, Pelé, Maradona e il miracolo del ’94. La storia di un leader nato senza saperlo, che ha reso possibile l’impossibile

Foto LaPresse
Dopo la morte di Franco Baresi ripubblichiamo questo articolo del 2024
Il Franco Baresi che non ti aspetti si presenta dalla terrazza del teatro dell’opera di Manaus mentre è alla ricerca di Fitcarraldo. L’uomo che con il suo braccio alzato è stato la Var trent’anni prima che la inventassero, festeggia i suoi 50 anni di Milan con un libro inaspettato e curioso. Il secondo in pochi anni. E già questa è una sorpresa per uno a cui è sempre difficile tirare fuori le parole di bocca. Eppure Franco ha tanto, tantissimo da raccontare. Storie che vanno oltre le sue 716 presenze in maglia rossonera dal 23 aprile 1978 al primo giugno 1997, vent’anni in campo, quindici da capitano. Quest’estate ha festeggiato i 50 anni di Milan: qualcosa di unico e irripetibile nel calcio di oggi abituato ad ammainare le bandiere come fossero fazzolettini di carta.
Il Capitano ha deciso di rimettersi in gioco, come da titolo del libro pubblicato fa Sperling & Kupfer, per portarci in viaggio con lui da Manaus al Giappone, dal Messico all’Algeria, dalla Mongolia fino agli Stati Uniti dove, durante il Mondiale del 1994, ha messo in scena uno dei più straordinari ritorni della storia dello sport, ripresentandosi in campo a soli 25 giorni dalla rottura del menisco. In queste pagine c’è tanto calcio, ovviamente, ma anche molto altro. Un Papa, Giovanni Paolo II, che gli manda gli auguri per il matrimonio (“Grazie a una delle mie due zie suore”), altri due a cui ha stretto la mano, Pelé che gli chiede un selfie lasciandolo a bocca aperta, le maglie di Maradona conservate a casa (“è stato grandissimo. Lo picchiavamo, ma non si lamentava mai”), Silvio Berlusconi che gli ha segnato la vita e la carriera: “Berlusconi mi manca e credo non manchi solo a me, avevamo un legame forte, era molto attento all’aspetto umano, guardava l’uomo oltre all’atleta. La sua presenza fisica era fondamentale, donava tranquillità e sicurezza. Stavamo ad ascoltarlo e poi ci sentivamo forti come leoni. Ci ha trasmesso il messaggio che nulla era impossibile e quello è stato il segreto del nostro ciclo”.
“In generale, nella mia vita nel calcio, mi sono sentito amato”, assicura il Capitano. Da Travagliato al giro del mondo in 6 scudetti, 3 Champions, 2 intercontinentali, un mondiale senza toccare il campo nel 1982 e molto altro ancora. “Lo scudetto che mi ha dato più emozione è stato il primo di Sacchi, forse perché ha cambiato a storia”. Ma chi è Franco Baresi? Un uomo che ha ricevuta tanto dalla vita e dato tanto al Milan e al calcio. Un pallone d’oro honoris causa. “In generale, nella mia vita nel calcio, mi sono sentito amato. Perfino in Mongolia dove volevano dedicarmi uno stadio da vivo e si sono sentiti rispondere: aspettate ancora qualche anno, dai… Ho incontrato tanta gente, soprattutto tanti bambini ai quali è stato bello strappare un sorriso”. Un viaggio attorno al mondo e ai suoi allenatori: “Il Milan di Sacchi era giovane, curioso e spregiudicato. Il Milan di Capello maturo, cosciente e autoritario”. Senza dimenticare Liedholm e il suo Milan “esperto, saggio e fantasioso”. E quella volta che il Barone nel sottopassaggio di Verona il 23 aprile 1978 gli disse: “Vai e gioca come sai. Non ricordo che cosa mi dissero i miei compagni, ma ricordo l’affetto e il modo in cui mi accolsero. Non avrei mai pensato di avere una vita così ricca di esperienze e di emozioni. Sento di aver fatto parte di una generazione benedetta in grado di ascoltare i genitori che a loro volta sapevano capire noi figli. Non erano neppure necessari grandi discorsi: bastavano uno sguardo o un sorriso”.
Storie di un altro tempo. Quello degli oratori, della campagna, di un mondo contadino che è stato una scuola per Franco e suo fratello Beppe: “Avevamo una grande convinzione nei nostri mezzi e non solo. Eravamo capaci di divertirci nel fare le cose, una dote da non sottovalutare, e poi avevamo la curiosità nell’affrontare nuove sfide, sempre disponibili al cambiamento. E pronti al sacrificio perché arrivavamo da una realtà semplice e nello stesso tempo dura: il mondo contadino”. Là dove si impara che dopo un inverno c’è sempre una primavera. Che dopo un Farina e una Serie B, può esserci un Berlusconi e il tetto del mondo. “Con Farina ho avuto un rapporto sincero. Era un istrione, competente, capiva di calcio come pochi. A lui devo la fascia di capitano”. Baresi racconta di un’offerta juventina nell’anno della retrocessione, ma di come lo abbia arricchito aver vestito una maglia sola per tutta la vita. “Nella nostra vita abbiamo dovuto affrontare ogni tipo di difficoltà e di dolore, quello che ti rafforza e ti stimola e quello che è pura e semplice sofferenza”, scrive ricordando mamma e papà e di come sarebbero stati orgogliosi di trovarsi due figli bandiere del Milan e dell’Inter. “Con caparbietà e volontà si arriva in Paradiso”, aggiunge. Una storia che dovrebbero far leggere ai giovani che entrano a Milanello. Ce ne fosse uno che quando lo incontra gli chieda un consiglio, una dritta, gli domandi come si diventi leader. “Il leader è un uomo semplice, che ha coraggio, che è leale. Non puoi dire domani divento leader… te lo senti e lo diventi giorno dopo giorno. Io sono sempre stato me stesso”. Leader si nasce, anche senza saperlo. Il libro di chiude con il Capitano che in Amazzonia racconta di aver capito come sconfiggere il tempo (“Ho capito il trucco, se non posso batterlo, allora non esiste”) e una frase con la quale ci spiega perché ha deciso di scrivere un secondo libro: “Ogni tanto qualcuno riesce a issare una nave sulla cima di una montagna”. Guardatelo, studiatelo, imitatelo. Baresi ha reso possibile l’impossibile come quel recupero su Aguilera che spesso viene usato come copertina dei suoi capolavori calcistici.