La pattinatrice Alina Zagitova ci ricorda che un allenatore non è un genitore

La rottura professionale tra la campionessa russa e la sua preparatrice atletica Éteri Tutberidze ha sollevato reazioni di sdegno. Occhio a non cadere nell'errore di considerare gli sportivi che si rinnovano come "figli ingrati"

25 LUG 26
Immagine di La pattinatrice Alina Zagitova ci ricorda che un allenatore non è un genitore

Foto ANSA

Secondo la pagina Instagram figureskating_sportsru, Alina Zagitova sarebbe l’unica allieva di Éteri Tutberidze – la zarina del pattinaggio artistico russo che “distrugge per ricostruire” le proprie atlete – a non aver interrotto la collaborazione con lei dopo aver partecipato alle Olimpiadi. A quanto riportano gli amministratori della pagina, sarebbero numerose le campionesse che, in passato, avrebbero deciso di interrompere la collaborazione con Tutberidze: Lipnitskaya nel 2014; Medvedeva nel 2018; Trusova nel 2022; Shcherbakova nel 2024; e per ultima Valieva, al termine della squalifica per doping, nel 2025. Nei giorni scorsi, secondo la stessa pagina, Adeliia Petrosian, la diciannovenne promessa del pattinaggio artistico russo, dalla quale ci si aspettava a Milano-Cortina la dimostrazione del fatto che “senza Russia non sono vere Olimpiadi”, avrebbe fatto la stessa scelta.
La notizia della sua decisione ha innescato una reazione simil-pavloviana tra i tifosi in patria, con commenti che si esplicano da soli: “L’ingratitudine è diffusa tra gli atleti”, sentenzia un commentatore; “È successo che, dopo il suo fallimento, Adeliia abbia incolpato automaticamente la sua allenatrice: è triste” ipotizza un altro; “Adeliia ha fatto qualcosa di stupido! Proprio come le altre! Ragazze, chi è il vostro capo?”, ammonisce infine un terzo utente. Sono cose note nell’ambiente. La classica condanna che si abbatte sugli atleti che, peccando di ingratitudine e slealtà, decidono di interrompere il sodalizio col proprio tecnico. Condanna che ho visto e sentito più e più volte in prima persona nei numerosi anni spesi tra piscina e bordo vasca. Nella mia esperienza, infatti, ho appreso bene come la relazione allenatore-atleta sia spesso investita di aspetti che non dovrebbero interessarla, al punto che l’allenatore non si considera più solo un tecnico, ma una figura genitoriale: un secondo padre o una seconda madre. La piscina – nel mio caso; la pista, nel caso di Adeliia – non viene percepita come luogo di impegno, sfida e crescita personale, ma come un’estensione dei luoghi del nucleo familiare. È così che il patto tra allenatore e atleta smette di essere una delega di responsabilità e si trasforma in un vincolo di sangue.
Il risultato di questa distorsione culturale è una tossicità diffusa e latente che avvelena le carriere di fin troppi atleti. Se l'allenatore si confonde col “padre” o la “madre”, infatti, l’atleta che sceglie di cambiare allenatore o squadra non sta semplicemente prendendo una decisione adulta, matura e responsabile sulla propria carriera: sta compiendo il più doloroso dei tradimenti: il figlio che, accoltellandolo alla schiena, abbandona il genitore che lo ha nutrito e protetto. Cercare la propria strada è visto come qualcosa di incomprensibile e inaccettabile, e non è raro vedere allenatori “adulti e vaccinati” togliere il saluto ad atleti di dieci, venti o trent’anni più giovani; i “figli ingrati” che li hanno traditi. Ma – e sembra assurdo doverlo scrivere davvero – un allenatore non è un genitore, e un atleta non è un figlio, soprattutto ai livelli di Adeliia ed Éteri. Capita che il rapporto sviluppi elementi comuni a quello genitoriale? Sì, coi suoi lati positivi e negativi (senso di sicurezza e protezione; timore di deludere e del proprio desiderio di emancipazione). Il rapporto dovrebbe essere plasmato e mantenuto su quel modello? Per esperienza, direi che è meglio di no. Allenatore e atleta sono due esseri umani, adulti in alcuni casi, giovani adulti in altri, autonomi e competenti, che scelgono, giorno dopo giorno, di collaborare o meno a un obiettivo comune, e solo se rimangono tali lo scambio di competenze produce valore.
Col tempo, questa collaborazione può incistarsi: le dinamiche relazionali ristagnano attorno a schemi percettivo-reattivi più o meno rigidi; i non-detti e le incomprensioni si frappongono tra le indicazioni dell’allenatore e la fiducia dell’atleta nell’eseguirle; le capacità visuo-cognitive e ideative di entrambi si atrofizzano attorno al “già conosciuto”, che rende più difficile vedere – e pensare – cose diverse da ciò che ci si aspetta. E tutto questo è perfettamente normale.
Il nostro corpo e la nostra mente, infatti, sono stati magistralmente ottimizzati dalle pressioni evolutive, cosicché essi funzionano non cercando il “miglior risultato possibile”, quanto piuttosto il “minimo risultato soddisfacente”: spendere il minimo indispensabile per ottenere un risultato soddisfacente. Qualsiasi investimento ulteriore, pertanto, sia esso fisico o cognitivo, ha bisogno di motivi validi per essere effettuato. In tal senso, una squadra diversa o un nuovo allenatore possono trasformare il familiare in estraneo, il conosciuto in sconosciuto, e rappresentare quindi stimoli utili a convincere i propri sistemi a produrre e rendere accessibili nuove risorse, invece di affidarsi a precedenti dispositivi già ottimizzati (e quindi non stimolanti e non capaci di far crescere l’organismo). Il rinnovamento, nella crescita sportiva e personale, non è un “in più”: è una necessità. Per continuare a evolvere, a un certo punto del proprio percorso, quasi ogni atleta dovrà affrontare situazioni in cui staccarsi dal proprio allenatore per cercare “occhi freschi” e nuove prospettive. E questo non è un tradimento, a meno che non vogliamo considerare la competenza acquisita come un debito da ripagare. In quel caso, allora, cercare un cambiamento potrebbe significare rinnegare il lavoro fatto in precedenza; altrimenti, semplicemente, significherebbe che non si ha ancora smesso di voler crescere. Finché allenatori e pubblico continueranno ad aspettarsi dagli atleti una devozione filiale assoluta nei confronti dei primi, allora si continuerà a confondere il bisogno di autonomia con l’ingratitudine, e agli ultimi continuerà a essere impedito di pensarsi come “persone vere”.
Per quanto riguarda Adeliia ed Éteri, non possiamo sapere con certezza come si sia svolta la dinamica relazionale – privata e personale – tra le due. Non sappiamo se Éteri abbia rinfacciato ad Adeliia un supposto tradimento e un’eventuale ingratitudine, oppure se, al contrario, abbia accolto e ascoltato le sue motivazioni, preservando il rapporto umano al di là della conclusione di quello lavorativo. Ciò che però sento di poter dire è che Adeliia, nel semplice uscire dal palazzo di ghiaccio della sua allenatrice, non abbia tradito alcuna madre. Nell'evoluzione della propria persona e del proprio percorso sportivo, la giovane pattinatrice ha semplicemente fatto ciò che un professionista maturo è chiamato, a un certo punto, a fare: si è assunta la responsabilità del proprio futuro. Ed è ora che anche noi, pubblico e allenatori, iniziamo ad aspettarci lo stesso dagli altri atleti.
Giorgio Minisini è un ex nuotatore artistico italiano, vincitore di 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi ai Mondiali e di 4 ori, 5 argenti e un bronzo agli Europei oltre che di 12 ori in Coppa del mondo. È stato una icona del nuoto artistico azzurro (da martedì potrete trovare la sua storia nel podcast de il Foglio Fuori Campo disponibile su tutte le piattaforme). Fresco di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche alla Sapienza di Roma e ancora in forze nel del Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro, comincia a collaborare per il Foglio sportivo.