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a palloni fermi •
L'immagine capovolta che l'Argentina ha provato a dare di sé
Da che esiste il calcio, accanto a episodi di caccia all’uomo, dalle parti di Buenos Aires e Rosario il pallone è sempre stato considerato alla stregua di un’arte. Eppure a questi Mondiali la Selección ha provato a essere quasi soltanto una squadra rude e cattiva

Foto Ap, via LaPresse
A bocce ferme, e a campionato mondiale assegnato, c’è una nazione che dovrà necessariamente ripensare a se stessa. E non è solo quella italiana, stretta fra le suggestioni quasi irrealizzabili, le scommesse pericolose e le minestre riscaldate; ma l’Argentina, vicecampione dopo quattro anni da incumbent, che sta scientemente assecondando - se non costruendo direttamente - un’immagine di sé poco rispettosa dell’immensa qualità a sua disposizione, nonché del fine stesso del gioco.
Le immagini della rissa provocata dopo il fischio finale con la Spagna, che ritraggono il pugno di Nahuel Molina e l’assalto del solito Leandro Paredes, hanno fatto ovviamente il giro del mondo, assieme al fallo da espulsione di Enzo Fernández. E non sono certo state inedite, in tutto il torneo: è noto che il primo tempo della semifinale con l’Inghilterra, pur gravata da precedenti storici e rivendicazioni territoriali, non è stato un esempio di geometria cristallina né tanto meno di fair play.
Oltre alle piccole scorrettezze precedenti, non certo impossibili da evitare con la tecnica - Capo Verde, Egitto, Svizzera - e ai pianti passivo-aggressivi, le mani avanti preventive, residue volgarità manifestate in Qatar (bisogna saper vincere). In poche settimane, complici i fiancheggiatori della divisione in blocchi e i devoti a una sorta di tossica mascolinità calcistica, un Paese amato ovunque per il suo calcio è diventato quello da evitare, da battere a ogni costo: “Vincano tutti, ma non loro”.
Com’è accaduto? Un mix di percezione esterna e autonarrazione indotta dai fan, le sterminate masse biancocelesti che, tamburi alla mano, hanno occupato Times Square come i non luoghi arabi e Copacabana dodici anni fa: l’Argentina deve “ponerle huevos”, giocare con gli attributi, tipo una qualsiasi provinciale o parvenu che arriva per la prima volta a questi palcoscenici. Circostanza che ha fatto diventare l’Albiceleste, ha scritto qualcuno, una specie di Paraguay con in più Leo Messi.
Naturalmente c’è un equivoco: da che esiste il calcio, accanto a episodi di caccia all’uomo (mondiali tedeschi del 1974, ad esempio), dalle parti di Buenos Aires e Rosario il pallone è sempre stato considerato alla stregua di un’arte. Prova ne sia che i due più grandi calciatori di sempre sono nati là e hanno fatto le fortune della Selección. Anche nel 2026, l’Argentina di Lionel Scaloni continua a vantare valori tecnico-tattici interessanti, ai quali però antepone volentieri los huevos.
Solo rimanendo ai convocati, stride lo spazio striminzito offerto a Nico Paz, crack di formazione madridista che il Como ha strapagato per poterselo godere ancora un anno in Champions League. Sicuro il ct che non sarebbe stato utile, partendo da sinistra quale contraltare al Diez? Per tacere di Thiago Almada, giubilato dopo le prime prove non negative, o del piedino di Giovani Lo Celso, capace di una pennellata su punizione contro la Giordania, nei rari momenti di libera uscita.
E si può continuare ricordando che ali fantasiose, trequartisti di altrettante speranze, mancini preziosi sono rimasti a casa per la forza dei numeri: ma quale prospettiva avrebbero avuto Alejandro Garnacho, Franco Mastantuono, Matías Soulé, se lo stesso Giuliano Simeone è stato impiegato col contagocce - e precise mansioni da coprire - solo nel finale di avventura? Non è che buttarla in rissa, privilegiare l’intimidazione, sia stato invece un preciso input se non del mister, della piazza?
Argentini, tornate in voi. Perché dare l’immagine di una squadra di fabbri quando sapete benissimo giocare al calcio, sia quello di strada che indulge alla mistica della povertà, sia quello di lusso dove pretendono risultati e coppe? Perché accreditare le gomitate in faccia, le finte in favore di telecamera, gli huevos malintesi quale tratto distintivo, quando da sempre rappresentate anche una dignitosa eleganza, un serbatoio continuo di promesse (non sempre mantenute?).
La prova sta nella semifinale più calda: dopo un tempo all’OK Corral, i sudamericani hanno messo sotto l’Inghilterra decidendo di giocare davvero, procurandosi occasioni con pali e parate di Jordan Pickford, prima di vincere meritatamente in zona Messi. Quindi si può fare. E dovrebbe pretenderlo prima la tifoseria, un gioco top più che possibile: la macelleria lasciatela ai frustrati che non sanno vedere la bellezza quando c’è. Basta chiudersi e menare, restituite l’Argentina a tutto il mondo.