Sport
a bocce ferme •
Il Mondiale e noi, che ancora non troviamo mezzi migliori del pallone per raccontarci
I figli delle migrazioni, il bello delle riserve e altre lezioni che ricorderemo. Un inventario, a torneo finito
21 LUG 26

Lamine Yamal, numero 19 della Spagna festeggia con il fratellino Keyne e il trofeo della Coppa del Mondo (Maja Hitij - FIFA via Getty Images)
Che cosa rimane di questo Mondiale americano, in un luglio di un caldo giaguaro. Resta che noi non ci siamo andati. Eliminati al primo turno nel 1954 e Brera scriveva così: “Ricordo di aver captato una battuta di Lajos Czeizler in conversazione con Titkos. Il collega budapestino gli domandava dei suoi ragazzi italiani. ‘Ah, sono tutti bravi’ disse Lajos con un bonario sorriso ‘peccato che non tutti sappiano giocare al calcio’ . Questa battuta, in apparenza scherzosa, è indicativa d’un giudizio assolutamente fondato sulla realtà delle cose. (G. Brera, “Il principe della zolla”). Non è mai bello quando gli altri se ne vanno e si portano via il pallone, ancora peggio se succede perché sei scarso. C’è da affrontare questo nuovo deficit nazionale. Non siamo più capaci, è adesso più una terra di tennisti che di calciatori, non ho capito se ci siamo imborghesiti – abbiamo avviato i figli unici al circoletto chic? Gli si mette in mano la racchetta? Sono più bellini? – o di che altra metafora si tratta, quella della perdita delle abilità calcistiche, ce ne occuperemo un’altra volta.
Resta che il Foglio AI aveva pronosticato la vittoria della Spagna, che non era poi così favorita. Quindi l’intelligenza finta è intelligente davvero? Bravi spagnolazzi, comunque.
Restano le pause idratazione. Che servono ai giocatori – dice la Fifa – per riprendersi e riordinare le idee. Penso a quelli che stanno perdendo e mi chiedo cui prodest (la pubblicità?). C’è anzi da uscire pazzi. Io cosa risponderei se le cose mi stessero precipitando in mano e qualcuno mi offrisse un bicchiere d’acqua, così rifletti meglio?
Restano i ragazzi giovani. Lamine Yamal, nato in Catalogna, cresciuto a Rocafonda, padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale. Nico Williams, nato a Pamplona da genitori ghanesi. Pochi giorni prima della finale Yamal aveva risposto alle polemiche identitarie con una frase che suonava così: se il calcio serve a qualcosa, serve a integrare. La Spagna che ha alzato la coppa è anche quella delle famiglie partite, arrivate, respinte, accolte e mischiate. I figli delle migrazioni sono i campioni del mondo.
Resta il gol decisivo del sostituto. La vita ha i preferiti, i suoi pupilli, poi però arrivano i gregari. Io ho sempre quest’idea che alla storia, quando vuole essere elegante, garba mandare in campo le riserve.
Resta Trump, impalato, che non si muove dalla foto con tutti quei ragazzi che lo ignorano, chi fa il balletto, qualcuno lo guarda storto, certi non salutano. Non citeremo la retorica dell’uomo che ama i confini circondato dai figli degli attraversamenti, per carità. Mi chiedo invece: si sarà accorto di stare tra i piedi di tutti o è ormai troppo stordito per l’abc della società? Direi la seconda delle due, e l’ho capito quando è arrivato Infantino a dirgli spostati.
Resta l’half time show. Il superspettacolo tra primo e secondo tempo. Noi non li abbiamo, si va negli spogliatoi zitti e poi si torna, forse perché ci sentiamo gente di classe, ci sdegniamo per il cattivo gusto ma loro sono americani e fanno le americanate. Incidentalmente le americanate sono stupende. Con la regia di Chris Martin, il cantante contento, ci hanno dato: una delegazione del Muppet Show, Madonna su un’automobilina guidata da Ronaldo e Ronaldinho, Shakira, BTS, Justin Bieber. Essere un po’ imbecilli e pacchiani mette allegria? Sì. Non di solo Nolan si vive.
Resta Wonderwall colonna sonora totale con il dubbio che siamo già al punto che gli anni Novanta possono essere consacrati come i nuovi Settanta, un picco di “ai miei tempi” di produzione artistica. Ci si rallegri e ci si senta vecchi, chi c’era.
Resta il pallone, che è sempre rotondo e resta l’aggeggio migliore che s’è trovato per raccontarci in novanta minuti quel che conviene sapere anche a chi le partite non le guarda: che quando ti senti forte non è detto che forte ci rimani, e quando tutto ti sembra perduto le cose fanno ancora in tempo a essere imprevedibili. Che ogni determinazione ha la sua misteriosa ricompensa. Che la guerra la vince chi resiste un quarto d’ora in più. Come l’Odissea, col prato al posto del mare.